| (21/1/04)
La maggior parte delle banche centrali hanno oggi come
obiettivo di politica monetaria la stabilità dei prezzi, definita
da una variazione, di caso in caso differente, dell'indice dei prezzi
al consumo. A nostro avviso, tale strumento si rivela come il punto
debole di tutta l'impalcatura sulla quale poggia l'operatività odierna
delle banche centrali. In realtà, il controllo sui prezzi al consumo,
un successo del quale i banchieri centrali vanno da qualche anno
orgogliosamente fieri, sembra essere il frutto di una pericolosa
illusione.
Illusione
che non solo ha origine statistica (la discutibile inadeguatezza
dei panieri rappresentativi piuttosto che l'utilizzo di artifici
statistici per sgonfiare l'aumento effettivo del CPI), ma che trova
anche l'appoggio di teorie economiche clamorosamente erronee. L'assurda
nozione di neutralità della moneta e il fuorviante concetto di stabilità
dei prezzi rappresentano i punti deboli di tali teorie economiche,
infelicemente adottate a livello istituzionale.
Mises scrive nell'Azione
Umana: "tutti i metodi raccomandati per pervenire a un presunto
e scientifico obiettivo di manipolazione monetaria sono basati sulla
illusione che le variazioni del potere d'acquisto possano essere
misurate" . " la stessa nozione di stabilità dei prezzi e del potere
di acquisto è assurda. In un mondo che cambia in continuazione non
può esistere una cosa come la stabilità del potere di acquisto".
"è una caratteristica essenziale del denaro il fatto che il suo
potere di acquisto cambi in continuazione"
Inflazione
e deflazione sempre coesistono all'interno di una struttura dei
prezzi in continua evoluzione che può essere presa in considerazione
solo con riferimento ai suoi prezzi relativi. Il cosiddetto livello
generale dei prezzi è un concetto scarsamente significativo, e la
sua considerazione non ha alcun senso se non in contesti in cui
uno shock finisce col ripercuotersi indistintamente sulla totalità
dei prezzi relativi. Si veda a tal proposito il caso degli anni
settanta.
Si consideri
invece la situazione attuale: mentre paesi come la Cina esportano
deflazione e la tecnologia abbassa il costo di numerosi prodotti,
il costo di molti servizi e di altri beni di prima necessità aumenta
anche di due cifre percentuali l'anno. L'effetto netto è un basso
tasso di inflazione, la cui valutazione a fini di politica monetaria
risulta non solo superficiale, quanto anche pericolosamente fuorviante.
L'ossessione
relativa ai prezzi al consumo si può forse spiegare come un retaggio
dell'alta inflazione degli anni settanta e degli sforzi compiuti
nelle ultime due decadi per riportarla su livelli accettabili dal
pubblico. Tuttavia, l'eccessiva attenzione mostrata oggi dalle autorità
monetarie con riguardo all'indice dei prezzi al consumo, oltre ad
essere teoricamente insoddisfacente, è senza dubbio anche anacronistica.
E da qualche anno, sembra essere impiegata opportunisticamente sia
come supporto di politiche monetarie troppo accomodanti che a dimostrazione
di un successo delle banche centrali che tale non è.
In realtà,
l'ostinazione nel considerare l'inflazione come primario obiettivo
di politica monetaria ha nutrito, e sta continuando a nutrire, sviluppi
economici vulnerabili e insostenibili. Un errore molto grave commesso
dalla maggior parte dei banchieri centrali.
Pur accettando
la considerazione dell'indice del prezzi al consumo come parametro
di politica monetaria, la trasformazione avvenuta nelle economie
avanzate, da economie industriali a economie di servizio, di fatto
ha equiparato certi assets a livello di beni di consumo dei quali
non si può non tenere conto in maniera diretta. L'assenza dei prezzi
delle attività finanziarie e immobiliari dall'indice dei prezzi
al consumo si pone quindi come un fattore in grado di pregiudicare
l'utilizzo dell'indice stesso come obiettivo primario di politica
monetaria. La bolla azionaria speculativa degli anni novanta rappresenta,
in tal senso, solo una delle ultime concrete dimostrazioni. E quella
in corso una spiacevolissima conferma.
Le critiche
che si possono addurre in merito ai limiti delle strategie di politica
monetaria basate sull'indice dei prezzi al consumo, vanno anche
al di là del contenuto dell'indice e della sua effettiva validità
teorica. Altri problemi, infatti, affliggono e pregiudicano l'operatività
di tutte le banche centrali. Problemi che derivano dalla evoluzione
dell'ambiente economico e soprattutto di quello finanziario.
In questo
nuovo contesto, frutto dei rapidi cambiamenti intervenuti negli
ultimi venti anni, le politiche monetarie delle banche centrali,
così come sono definite oggi, non solo cessano di essere adeguate
ai fini di un obiettivo di crescita economica sostenibile, ma sono,
come dimostra l'esperienza, causa sempre più diretta di una perenne
instabilità finanziaria ed economica che negli ultimi anni ha raggiunto
livelli via via maggiori.
L'inflazione,
infatti, non è più un fenomeno strettamente monetario quanto un
fenomeno strettamente creditizio, con molteplici e complesse manifestazioni
che sfuggono e vanno al di là delle tradizionali valutazioni effettuate
dai banchieri centrali. Il credito di oggi non ha la semplice origine
e le stesse dinamiche che aveva fino a venti anni fa, ma è prevalentemente
il risultato di una finanza strutturata che è riuscita a scavalcare
il controllo diretto delle banche centrali sopra la stessa espansione
creditizia. Non è un caso che le politiche monetarie abbiano finito,
forse ancora con l'eccezione della nostra BCE, per asservirsi a
quelle stesse dinamiche speculative che paradossalmente esse stesse
continuano ad alimentare.
Nel complesso,
quindi, l'attenzione verso l'inflazione dei prezzi al consumo ignora
non solo l'inadeguatezza delle teorie economiche accettate nelle
ultime decadi, quanto anche le dinamiche reali che caratterizzano
sia l'attuale ambiente finanziario ed economico, che i nuovi canali
in grado di realizzare l'inflazione creditizia. A causa di questa
erronea impostazione oggi si è arrivati a giustificare politiche
monetarie estremamente accomodanti che continuano ad avere come
risultato sia un miope appoggio a crescite economiche insostenibili
che un eccessivo sostegno a pericolose dinamiche speculative.
Nell'insieme questi
due risultati hanno realizzato e continuano a favorire un ambiente
economico e finanziario estremamente vulnerabile, suscettibile di
subire, in un prossimo futuro, nuovi sorprendenti shock.
Lo
Staff
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