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L'importanza della Teoria del Capitale

(16/03/04) Uno dei punti più deboli della teoria economica che si insegna nelle università è costituito dall'assenza di una adeguata Teoria del Capitale. Il modello economico sviluppato dall'analisi neoclassica offre la rappresentazione di un mondo a-temporale, appiattito, fotografato in diverse situazioni di presunto equilibrio. In esso coesistono due fasi: da una parte si trova la produzione, cioè il risultato di una struttura produttiva omogenea, e dall'altra si trova il consumo dei beni finali.

Il flusso del reddito che unisce in maniera istantanea produzione e consumo dà luogo a quella concezione di equilibrio statico che niente ha a che vedere con la realtà dei processi economici frutto invece, sia a livello micro che macroeconomico, dell'azione umana e della cooperazione sociale, estese nel tempo e indirizzate al raggiungimento di determinati fini attraverso l'utilizzo di diversi mezzi e risorse per definizione scarsi.

La superficiale, per non dire tragica, semplificazione dell'analisi neoclassica ha portato a una interpretazione scorretta di molti processi economici. In particolare, l'assenza di una adeguata Teoria del Capitale ha portato a sottovalutare, e per molti versi a trascurare, una delle fasi più importanti che caratterizzano i processi economici: l'investimento in beni capitali; allo stesso tempo ha finito col supportare e giustificare l'eccessiva attenzione prestata oggi dai media, dagli economisti e dai banchieri centrali verso una componente del prodotto nazionale lordo ben specifica. Leggendo i giornali o ascoltando le parole dell'ingegnere economico di turno, non si può fare a meno di notare come la quasi totalità delle attenzioni, rivolte a stimolare e a conseguire una soddisfacente crescita economica, ricadano inevitabilmente sui consumi.

Si tratta di un logico (ma nella realtà assurdo) corollario derivato dall'analisi economica neoclassica: l'errata interpretazione dei processi economici, dovuta all'assenza della Teoria del Capitale, ha portato ad attribuire ai consumi una priorità assoluta. Questi sono considerati paradossalmente il motore dell'economia, laddove di fatto rappresentano semplicemente il godimento di una ricchezza economica, conseguita grazie a un risparmio previo impiegato nella produzione di beni capitali.

E' così quindi che, seguendo gli altri corollari impliciti nell'analisi neoclassica, la struttura produttiva, o l'insieme dei beni capitali valorizzati a prezzi di mercato, che di fatto determina il Capitale e rappresenta la vera ricchezza economica di un determinato aggregato sociale, viene completamente ignorato nella sua estensione temporale. Il suo povero surrogato invece, quell'immagine appiattita e identificabile in un indistinto blocco omogeneo a-temporale di beni capitali, è passato da tempo in secondo o terzo piano.

I risparmi, che rappresentano la fonte reale di un equilibrato investimento nei fattori di produzione, hanno subito infine la sorte peggiore. Usciti completamente di scena, vengono considerati oggi un impedimento e quasi una sorta di minaccia per la crescita economica. Non sorprende pertanto che la politica monetaria di Alan Greenspan sia riuscita, nel corso di una decade, a decimare i risparmiatori americani senza che ciò sollevasse alcuna significativa critica o preoccupazione da parte degli economisti di punta della teoria dominante.

L'unica Scuola Economica che integra una Teoria del Capitale (così come esso viene formandosi nella realtà) nel corpo più ampio della propria teoria economica è la Scuola Austriaca.

Originariamente sviluppata da Bohm Bawerk e integrata per la prima volta all'interno di una trattato economico completo e sistematico da Ludwig Von Mises, la Teoria del Capitale presenta due caratteristiche ignorate dall'economia neoclassica:

1) l'eterogeneità del capitale medesimo, classificato distintamente a seconda della distanza che separa ciascun fattore di produzione dal consumo del bene finale, e

2) la dimensione temporale, ovvero la considerazione effettiva del fattore tempo, inteso come la serie delle tappe intermedie del processo produttivo che separano l'attore economico dal conseguimento dei suoi fini.

Grazie al supporto della Teoria del Capitale, l'economia Austriaca è in grado di dimostrare come un equilibrato investimento nei beni capitali, cioè l'armoniosa formazione delle diverse tappe di produzione che precedono il consumo del bene finale, sia reso possibile solo dal previo e corrispettivo risparmio volontario, inteso come rinuncia al consumo immediato di una parte del reddito.

A fini esplicativi e usando parole più semplici, potremmo dire che attraverso il risparmio ciascun attore economico rinuncia a una parte dei consumi immediati per investire in un bene capitale. Affinchè questo bene capitale riesca a produrre nuovi beni di consumo è necessario un certo lasso di tempo, che dipende dalla classificazione del bene capitale medesimo. Trascorso questo periodo di tempo, l'attore economico consegue determinati fini che al momento di risparmiare aveva valutato essere superiori al consumo immediato.

Detto ancora con altre parole: solo una determinata rinuncia al consumo immediato, definita come risparmio, è in grado di permettere una equilibrata e sostenibile espansione della struttura produttiva tale che essa sia in grado, nel tempo, di produrre beni di consumo quantitativamente maggiori e qualitativamente migliori di quelli a cui si era rinunciato in precedenza.

Ecco come funziona, ha sempre funzionato, e sempre funzionerà il processo economico che, attraverso il risparmio e l'investimento (e naturalmente l'azione creativa dell'imprenditore), permette agli esseri umani di arricchire il proprio sistema economico e alle società di avanzare verso tenori di vita via via più elevati.

Tuttavia, a causa del tragico errore compiuto dall'analisi neoclassica, tutto il processo sequenziale risparmi-investimenti-consumi è stato clamorosamente rovesciato. Nel mondo neoclassico bidimensionale (privato cioè della dimensione temporale) si pensa in maniera erronea che siano i consumi a stimolare gli investimenti e la produzione e a generare in ultima analisi ricchezza. Niente altro che un'altra delle tante inversioni delle relazioni causa-effetto dalle pericolosissime conseguenze. A causa di questo grave errore le economie occidentali vengono spinte a consumare il proprio capitale, cioè la propria ricchezza, secondo un ritmo sempre più veloce. Con le loro teorie e le loro ricette, lungi dal rendersi conto di questa tragica fatalità, gli economisti neoclassici guidano la società verso un progressivo impoverimento che in un futuro oramai prossimo potrebbe avere costi molto elevati.

Si deve proprio all'assenza della Teoria del Capitale l'incapacità dell'economia neoclassica di spiegare e di far comprendere la questione determinante che segue: un sistema economico che penalizza i risparmi e che finanzia la struttura produttiva attraverso il denaro creato dal nulla è caratterizzato da una crescita insostenibile destinata inevitabilmente a concludersi con una crisi.

Questo perchè in una economia dove il risparmio è sostituito dalla moneta creata dal nulla delle banche centrali e del sistema bancario a riserva frazionale, viene a mancare la coordinazione intertemporale tra i vari agenti economici che genera una distorsione lungo tutta la struttura produttiva.

Gli imprenditori infatti, ingannati dalla disponibilità di denaro che non rappresenta risparmio reale, finiscono con l'intraprendere tappe produttive intermedie secondo modalità inadeguate alle effettive risorse del sistema. Queste ultime, rappresentate proprio dai risparmi, hanno la vitale funzione di finanziare e sostenere lo svolgimento delle tappe produttive per il periodo necessario al conseguimento finale dei beni di consumo. Nel lungo termine, la moneta creata dal nulla non è in grado di assolvere questa funzione. Gli investimenti presto o tardi si rivelano pertanto improduttivi, vanno liquidati o riconvertiti. Tutto ciò ha un costo, e spesso rappresenta una perdita irrecuperabile. La società si è impoverita. Ha consumato e distrutto ricchezza anziché crearla.

Né più né meno quello che sta succedendo all'economia globale di oggi surriscaldata più che in qualunque altra circostanza storica dalla moneta creata dal nulla. Gli investimenti, non più supportati dai risparmi, vengono intrapresi senza un fondamento reale che ne garantisca il buon fine.

All'interno di questo processo, il cui esito sarà chiaro al vasto pubblico e ai medesimi ingegneri sociali solo quando sopraggiungerà la prossima grande crisi, l' economia americana, ancora percepita come la più efficiente del pianeta, è di fatto quella che già da diversi anni sta percorrendo la strada verso questo tragico impoverimento col passo più spedito e disinvolto di tutte le altre.

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