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(11/8/04)
Nonostante le evidenze di una crescita più moderata
e di un rallentamento nelle condizioni del mercato del lavoro, e
a fronte della debolezza mostrata dai mercati azionari, ravvisabile
in particolar modo in certi sottoindici chiave di settore, la Fed
è stata costretta ad agire secondo quelle che erano le aspettative
degli operatori.
Lasciare i tassi di
interesse invariati sarebbe stato l'equivalente di una inaccettabile
ammissione: la ripresa è già finita, ci troviamo in
trappola e, non sapendo cosa fare, preferiamo stare fermi in attesa
di nuovi sviluppi. La Fed ha pertanto eseguito quanto richiesto,
giustificando la mossa con le solite farciture verbali. Le frasi
che hanno accompagnato la decisione non potevano essere, nella loro
consueta e densa nebulosità, più scontate e retoriche.
Naturalmente,
e come c'era aspettarsi, per giustificare il rallentamento in corso
la Fed ha fatto ricorso al caprio espiatorio di più facile
consumo, l'aumento dei prezzi energetici: " quest'anno l'inflazione
è in una certa misura aumentata, sebbene una porzione della
salita dei prezzi sembri riflettere fattori transitori ". Fattori
transitori da ricercare ovviamente nella " sostanziale salita
dei prezzi energetici ".
La Fed, tuttavia, trascura
di menzionare i motivi per cui quei fattori siano da ritenersi transitori.
E, come fa notare Dan
Norcini, sorvola anche su altre decisive questioni: per quanto
tempo sono destinati a essere transitori? la porzione della salita
dovuta ai questi fattori transitori, nella loro inderminata transitorietà,
a quanto ammonta? e la porzione che non è dovuta ai fattori
transitori, a cosa sarebbe dovuta? Forse alla macchina stampasoldi
diretta dalla stessa coppia Greenspan-Bernake che ha avuto l'inevitabile
effetto di frantumare il dollaro sui mercati valutari? Domande legittime
le cui risposte sarebbero senza dubbio imbarazzanti.
La Fed sembra
ridotta al ruolo di una ciarlatana chiaroveggente , che in realtà,
come si dovrebbe avere capito da tempo, comincia a non vedere neanche
più cosa il futuro riservi a se stessa per il giorno seguente.
L'importante, comunque, è che essa mantenga e ispiri nei
propri ascoltatori fiducia e ottimismo. In questo secondo ruolo
appare come l'infermiera che assiste e incoraggia un malato terminale,
ancora ignaro del proprio destino. Purtroppo, come disse a suo tempo
Lincoln: "si può ingannare tutti qualche volta; si può
anche ingannare qualcuno tutte le volte, ma non si può ingannare
sempre tutti quanti".
Questo
secondo rialzo dei tassi confema quindi quella che si sta profilando
come la debacle del banchiere centrale americano. Una debacle avvolta
nel fumo che ancora pochi riescono a percepire nella sua pienezza,
ma che non può non sfuggire a chi ha compreso, o sta incominciando
a capire, le dinamiche del Grande Esperimento Economico realizzato
negli ultimi tre anni.
L'economia
americana ha consumato voracemente tutti gli stimoli artificiali,
offerti negli ultimi anni, e purtroppo non solo quelli. Che lo si
voglia ammettere o meno, nella recente ripresa i consumi finanziati
dal credito hanno distrutto e stanno continuando a distruggere la
ricchezza del paese, lasciando ulteriori debiti, meno posti di lavoro
e meno potere di acquisto.
Questo è
il costo di aver voluto stimolare la ripresa in maniera artificiale,
facendo forte leva sull'appetito sempre vorace dell'obeso consumatore
americano, mettendo cioè il carro davanti ai buoi e sperando
che il primo potesse trascinare i secondi. Dovrebbe essere il risparmio,
la rinuncia al consumo immediato, che si capitalizza in una struttura
produttiva più ampia in grado di sostenere nel futuro consumi
maggiori, a produrre l'espansione economica, non il contrario. Non
è infatti il consumo che produce ricchezza, ma il risparmio
che si investe nei beni capitali. Il consumo è l'atto finale
con il quale la ricchezza, resa possibile dal previo sacrificio,
viene spesa e goduta. E' vero che una produzione maggiore può
essere sollecitata dal consumo, ma ciò si realizza, come
comprese bene Hayek, a scapito di un armonico equilibrio tra la
struttura intertemporale della produzione e le preferenze intertemporali
individuali.
Sollecitando
la produzione attraverso i consumi e non attraverso la rinuncia
agli stessi (cioè attraverso il risparmio) si conseguono
cattivi investimenti, una struttura produttiva non sostenibile dal
reddito, e in ultima analisi, una ripresa economica che, senza le
anfetamine fornite dal banchiere centrale, non ha le gambe per avanzare
da sola. Una situazione ancora incomprensibile agli economisti neoclassici,
ignari dell'importanza della teoria
del capitale, e del fattore tempo che caratterizza ogni azione
umana.
Tranne qualche
eccezione, la folta schiera di analisti, imbevuti di keynesianismo
e monetarismo, che cercano di interpretare la cortina fumogena di
parole della Fed non riesce pertanto a comprendere delle conclusioni
a cui si potrebbe facilmente arrivare usando semplici intuizioni
derivate dall'esperienza o dal buon senso. Il risultato è
che, insieme allo stesso Greenspan, il numero di coloro che cercano
di nascondersi dietro un dito continua ad essere elevato.
Quello che
da più parti si dovrebbe avere il coraggio di ammettere,
in modo da poter affrontare con maggior realismo e serenità
le strategie più adeguate da adottare a difesa del capitale,
sia negli investimenti privati che a livello di scelte pubbliche
(più che altro per la forte influenza negativa che attualmente
esercitano sulle scelte private), è che siamo al termine
di una epoca durata settanta anni.
Tutto quello
che si poteva fare dall'alto per generare, e ovviamente (ri)distribuire,
qualcosa in cambio di nulla è stato fatto. I tassi di interesse
sono stati portati quasi ovunque a livelli prossimi allo zero e
i debiti pubblici fino a soglie ritenute qualche decennio fa impensabili.
Si è gonfiato tutto quello che si poteva gonfiare. Prevalentemente
carta. E da qualche anno anche mattoni. A questo punto, guardando
avanti, uno scenario realistico non può essere dei più
rosei, anzi, rischia purtroppo di appartenere ai peggiori che ci
si possa prefigurare.
In termini nominali
borse, obbligazioni, case, potrebbero anche non scendere molto dai
prezzi attuali. Sulla base dell'esperienza degli ultimi due anni,
siamo sicuri che l'impegno del banchiere centrale per contrastare
la caduta degli asset da lui stesso gonfiati sarà, se necessario,
illimitato. Dietro questo eventuale sforzo, che porterebbe alla
eventuale monetizzazione di una montagna di debito pari a numerosi
trilioni di dollari, la confisca inflazionistica di valore non risparmierebbe
nessuno.
"Greenspan
is robbing us blind", ha il coraggio di affermare un analista di
tutto rispetto come Kurt Richebacher.
E alla luce di quanto sta succedendo non sembra esserci verità
più evidente.
Lo
Staff
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