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(21/11/05)
Il processo inflazionistico alimentato dalle banche centrali
di tutto il pianeta, sotto l'irresistibile e quasi inoppugnabile
stimolo dell'uscente Alan Greenspan (definito da noi, ma anche da
qualcun
altro, il peggior banchiere centrale di tutti i tempi), è
entrato in una fase decisamente interessante. Da qualche tempo,
infatti, le statistiche parastatali non riescono più a contenere
l'aumento dei prezzi al di sotto di quei livelli comunemente ritenuti
accettabili. Come abbiamo ripetuto di continuo negli ultimi anni
era solo questione di tempo perchè ciò accadesse.
Nonostante
la naturale spinta verso il basso sul prezzo di certi beni, resa
possibile dall'aumento della produttività e soprattutto dall'apertura
degli scambi commerciali in un mercato sempre più globale
e competitivo, la spinta contraria verso l'alto, artificialmente
causata dalle politiche inflazionistiche delle banche centrali,
sta avendo e continuerà ad avere irreversibilmente la meglio.
I banchieri
centrali, unici responsabili del fenomeno volgarmente chiamato inflazione,
gettano di continuo fumo negli occhi del pubblico, invertendo causa
ed effetto, o meglio nascondendo le cause e parlando solo degli
effetti. Mises già nel 1951 aveva notato questo "semantic
trick" quando scriveva: "onde evitare di essere
colpevolizzati delle nefaste conseguenze dell'inflazione, il governo
e i suoi collaboratori (oggi banchieri centrali, governo e collaboratori
vari, nda) fanno ricorso a un trucco sematico: cercano di cambiare
il significato delle parole. Chiamano "inflazione" l'inevitabile
conseguenza dell'inflazione, cioè l'aumento dei prezzi. Sono
ansiosi di relegare nell'oblio il fatto che questo aumento è
causato dall'aumento della quantità del denaro e dei suoi
sostituti, del quale invece non parlano mai".
Una
attitudine diventata comune abitudine, al punto che quel legame
causa effetto è veramente finito nel dimenticatoio. I prezzi
aumentano e mentre la gente comune non riesce più a capirne
le cause reali, i banchieri centrali si mostrano perfino sorpresi
dell'effetto da loro provocato, promettendo, con facce toste che
spesso hanno dell'incredibile, di fare quanto necessario per garantire
la stabilità dei prezzi, della quale sono sia a priori che
a posteriori i principali perturbatori.
Promesse
che ovviamente non potranno essere mantenute. La ripresa degli ultimi
due anni, definita miniboom post-boom, è stata ottenuta solo
grazie al più massiccio stimolo monetario inflazionistico
di tutti i tempi e ad una lettura più approfondita dei dati
statistici si rivela essere un miniboom ancora più mini di
quello che si vorrebbe far credere. Dato il livello di debito accumulato
dai paesi occidentali, non c'è politica monetaria che possa
veramente mettere un freno all'aumento dei prezzi senza rigettare
le economie in una nuova recessione, ben più profonda di
quella a cui si stava andando incontro tre anni fa. Anzi, il sostegno
alle economie richiede al passare del tempo una espansione di denaro
e credito proporzionalmente sempre maggiore. Nonostante il rialzo
dei tassi negli USA si è assistito, non a caso, a iniezioni
di liquidità come non si vedeva da quasi tre anni.
I "passetti
misurati" della banca centrale americana sono finora risultati
inutili ai fini della stabilità dei prezzi, lo dimostrano
sia l'andamento del petrolio che dell'oro. Il primo viaggiava sotto
i 40 dollari quando i tassi erano ancora all'1%, mentre il secondo
era ancora sotto i 400 dollari. Oggi siamo a 56 e qualcosa per il
primo, dopo i 70 dollari toccati qualche mese fa, mentre l'oro sta
battendo in questi minuti nuovi massimi oramai a pochi dollari da
quota 500 dollari.
L'obiettivo
conseguito dalla Fed è stato quello di salvare il dollaro
dalla spirale negativa in cui era caduto. Tuttavia, altri effetti
collaterali, tanto indesiderati quanto inevitabili, sono presto
venuti in superficie e tra essi il più evidente di tutti:
rivelare l'effettiva debolezza dell'euro e di tutte le altre divise
cartacee contro il metallo giallo. L'euro che appena un anno fa
sembrava l'unica alternativa reale al dollaro è letteralmente
collassato contro oro passando da da 317 euri del gennaio 2005 ai
420 toccati oggi.
Del resto
una espansione monetaria "efficace" e non "visibilmente
distruttiva" richiede un coordinamento tra le banche impegnate
nell'opera. Ciascuna deve partecipare al processo inflazionistico
in maniera proporzionale. Come spiega in dettaglio la Scuola Austriaca
di Economia, infatti, sotto un regime fractional
banking la banca che si espande più delle altre si trova
presto o tardi in rischio di bancarotta. Ed è quello che
stava succedendo alla Fed, la quale ha dovuto ricorrere ai ripari
chiudendo quel differenziale che da qualche anno la poneva in prima
linea negli sforzi inflazionistici a sostegno dell'economia americana
e conseguentemente di quella mondiale, ormai più dipendente
che mai dai portafogli del prodigo consumatore americano. Differenziale
chiuso, espansione proporzionale, svalutazione di tutte le monete
e non solo più del dollaro.
C'è però un altro effetto
collaterale meno visibile. Ed è il disordine monetario che
sta avendo luogo ben sotto la superficie, ancora non consapevolmente
riconosciuto da tutti coloro che compiono scelte economiche. Il
calcolo economico, alla base di ogni efficiente processo imprenditoriale
in senso lato, viene infatti complicato, e in certi casi considerevolmente
distorto, dall'inflazionismo. La stessa cosa si può dire
per ciò che riguarda le decisioni di investimento (che del
resto rappresentano un particolare tipo di processo imprenditoriale).
Purtroppo, la sensazione è quella di essere appena all'inizio
di questa fase di crescente disorientamento e disordine monetario.
Non mancheremo di approfondire l'argomento, esaminato dai maestri
della Scuola Austriaca di Economia, con un successivo articolo.
Francesco
C. |
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