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(08/07/2002) Lo Short Selling è una
strategia di trading. Prevede la vendita di titoli presi a prestito,
titoli, cioè, di cui non si è realmente in possesso.
Laddove l'acquisto di azioni a fini di investimento o speculazione
espone il compratore a una perdita potenziale dell'intero capitale
impiegato (fallimento della società e crollo del prezzo del
titolo a zero) contro la possibilità di un guadagno potenziale
illimitato, la vendita per short selling, in maniera del tutto simmetrica,
espone il venditore a perdite illimitate contro la possibilità
di un profitto massimo del 100%, pari al valore nominale venduto
a pronti. Mentre chi ha acquistato trae profitto da una vendita
futura a prezzi più alti, chi ha venduto short guadagna ricomprando
(in gergo, ricoprendosi) a prezzi più bassi.
Nonostante in questo periodo si leggano spesso e
volentieri sfoghi di investitori contro la pratica dello short selling,
è piuttosto superficiale, oltre che del tutto errato, attribuire
la causa dei recenti ribassi di borsa agli shortisti. Riflessioni
più mature non possono che portare a considerare l'intervento
di tali operatori addirittura utile per una migliore allocazione
dei capitali e, di conseguenza, per una migliore efficienza dei
mercati finanziari.
Innanzitutto è bene precisare che gli short seller non agiscono
mossi da spirito sadico, come invece gli sfoghi, peraltro comprensibili,
di certi investitori, tenderebbero a sottintendere.
La pratica di shortare, come abbiamo visto, presenta
un profilo rischio - rendimento più alto del semplice acquisto,
ed è di conseguenza utilizzata in larga parte da operatori
professionali. A differenza degli investitori amatoriali, i professionisti
non si muovono sull'onda del sentimento, euforia, panico, beneficenza
o sadismo che sia. Piuttosto essi comprano e vendono mossi da ragionevoli
strategie (di investimento o puramente speculative) prese a freddo
e sulla base di valide ipotesi.
Le motivazioni sottostanti una vendita short possono
quindi essere diverse. Prendiamo il caso dell'andamento delle borse
degli ultimi anni. In un contesto tale, le ragioni a sostegno delle
pratiche di short selling sono state fornite abbondantemente dall'esistenza
di quotazioni ritenute sopravvalutate o comunque non adeguate alle
condizioni economiche sottostanti, così come dall'esistenza
di società gestite male, il cui valore di borsa sovrastimerebbe
gli utili, siano essi passati, attuali, futuri, reali o apparenti
(compresi in quest'ultima categoria gli utili pro forma ed EBITDA).
Sotto questo punto di vista l'operato degli short
seller tende pertanto a rendere i mercati più efficienti,
cercando di contrastare prima di tutto la crescita di bolle speculative
e quindi, di seguito, cercando di riportare le quotazioni a livelli
più realistici.
Un ruolo che pertiene in primo luogo alle autorità
monetarie e che avremmo voluto vedere ricoperto in maniera attiva
proprio da esse e proprio a quel tempo, lungo il gonfiarsi abnormale
della bolla speculativa. Invece non possiamo fare a meno di constatare,
con disappunto, come quelle autorità monetarie, allora tanto
passive e piuttosto indifferenti di fronte al dilagare della tech-mania,
sembrino oggi piuttosto attive nell'impedire il ritorno di quelle
quotazioni a livelli sicuramente più ragionevoli.
Una volta contrastato il fenomeno dell'esuberanza
irrazionale dei prezzi è sempre grazie agli short seller
che il ritorno a quotazioni più realistiche è suscettibile
di essere raggiunto in tempi brevi. Anche in questo secondo caso
il contributo all'efficienza dei mercati è evidente. Sostenere
le quotazioni a livelli paradossali è un non senso, e anche
se ne avesse uno, per quanto moralmente inaccettabile, lo troveremmo
principalmente nel trasferimento di ricchezza dalle tasche dei piccoli
investitori a quelle di taluni operatori professionali o a quelle
dei dipendenti delle imprese quotate (entrambi, per circostanze
diverse, venditori netti di azioni)*.
La realtà inopinabile è che negli ultimi
anni i piccoli investitori sono stati spinti a intraprendere investimenti
senza un ritorno monetario adeguato in grado di giustificarne l'esborso.
Per quanto la cosa possa distruggere i sogni alimentati ancora da
molti analisti, società come Cisco, Yahoo o Tiscali non torneranno
ai prezzi del primo trimestre 2000 per moltissimo tempo, un tempo
quantificabile in anni, forse 10, forse di più. Molte delle
società della tech-mania semplicemente non vedranno mai più
quei prezzi. Per parecchie di esse riuscire a sopravvivere alla
corrente fase economica rappresenterà già un ottimo
traguardo.
Consideriamo infine il terzo ruolo ricoperto dagli
short seller. Con i mercati in forte discesa come è avvenuto
di recente, gli short seller, soddisfatti del successo della loro
strategia, forniscono spesso i pochi ordini di acquisto di cui il
mercato ha bisogno per non crollare in maniera catastrofica, sempre
che a questo punto (finalmente!) non intervengano a sostegno delle
quotazioni le autorità, forse mosse da un sentimento di pietà
verso gli investitori, o più ragionevolmente spinte all'azione
dall'esigenza di tenere alta la fiducia dei consumatori.
Limitare lo short selling come è stato fatto
dalle autorità giapponesi a febbraio ha come scopo principale
quello di sostenere il mercato e nel breve termine è in grado
di lanciare eventualmente un rally (come infatti è avvenuto
sul NIKKEI). Tuttavia, i benefici sembrebbero essere limitati e
soprattutto difficilmente estendibili nel lungo periodo, come presupporrebbe
invece un corretto intervento a sostegno reale dell'economia.
Non solo un provvedimento del genere lancia un chiaro segnale di
difficoltà, ma impedire agli short seller di rischiare il
loro capitale vendendo ciò che ritengono estremamente sopravvalutato,
ha come risultato finale il mantenimento di prezzi e quotazioni
che con discreta probabilità rappresentano un pessimo prezzo
per una ottimale allocazione di risorse. In sostanza, tali provvedimenti
(che ci auguriamo non vengano mai estesi al mercato USA o a quelli
europei) alleviano il dolore, ma allo stesso tempo, stimolando una
prolungata ed errata allocazione dei capitali, lo rimandano e lo
rendono in un futuro non lontano ancora più terribile.
Non vorremmo ergerci a giudici dell'operato delle
banche centrali e delle autorità di controllo dei mercati,
non ne abbiamo né la pretesa né la sufficiente competenza,
tuttavia l'esperienza degli ultimi anni ci ha dimostrato con i fatti
e non con le opinioni, i terribili errori compiuti.
Detto senza tanti eufemismi, la confusione nella
quale oggi sguazzano disorientati i milioni di investitori risucchiati
nella più grande bubblemania di tutti i tempi, e via via
attratti lungo la discesa dei mercati ad aggiungere nuovo denaro
a un investimento grossolanamente sbagliato in partenza, è
il risultato di una delle peggiori "politiche di controllo
economico" di tutti i tempi.
Il recente crollo delle borse non è quindi
da imputare agli speculatori ribassisti, quanto soprattutto all'operato
inefficiente delle autorità, siano esse di mercato (regolamentazione
o supervisione) o strettamente monetarie. Più generalmente,
la fase che stiamo vivendo, è diretta conseguenza non del
sadismo degli short seller, quanto dell'avidità, della fantasia,
e dell'inefficienza di chi ha contribuito (attivamente o passivamente)
a gonfiare la bolla speculativa degli anni passati.
La liquidità con la quale da diversi anni
la FED sta inondandano il sistema economico americano, è
rappresentabile metaforicamente come un pessimo party per adolescenti
a base di alcool. Gli investitori, male informati, ma invitati al
party con una propaganda senza precedenti hanno partecipato volentieri
e numerosi, e proprio come adolescenti privi di controllo hanno
finito inevitabilmente col prendere una terribile sbronza.
Le stesse autorità, anzi che fermare per tempo
la distribuzione di alcolici lungo lo svolgimento del party, hanno
lasciato correre la festa fino al naturale esaurimento. Scese le
luci, si sta adesso cercando di rimediare alla sbronza collettiva
continuando a distribuire alcolici e prolungando in tal modo uno
stato di ubriachezza che alla fine potrebbe lasciare molto di più
di un semplice mal di testa.
Come riporta la newsletter del daily reckoning di
oggi, nell'ultima settimana la FED avrebbe fornito liquidità
al sistema per altri 40B di dollari che tradotti proporzionalmente
in un tasso annuale, farebbero circa 2 trilioni di dollari, o il
20% del GDP!
Il party, lo si voglia ammettere o meno, è
finito da tempo e se le cose stanno tornando gradualmente alla normalità
dobbiamo ringraziare gli short seller e non tanto le autorità.
E' grazie ai primi, piuttosto che per merito della SEC, che frodi
come Enron e Worldcom sono venute alla luce in maniera più
rapida di quella che sarebbe stata necessaria altrimenti (e a danno
di molti altri investitori scampati alla frode). E' sempre grazie
ai primi, piuttosto che alla FED, che società che viaggiavano
nella stratosfera di mondi economici non terreni (IBM, Intel Cisco,
Nokia) stanno ritornando verso valori più consoni a un serio
investimento che non a una mera speculazione fondata su ipotesi
economiche del tutto ridicole e risibili (la brutta favola della
new economy).
Prima di biasimare e impedire lo short selling, sarebbe
quindi opportuno farsi un serio esame di coscienza o perlomeno porsi
il dubbio: sono gli short seller a essere cinici e spietati oppure
è il mercato ad essere ancora largamente sopravvalutato?
Noi di US Equity & MACRO LAB propendiamo da due
anni per la seconda ipotesi, e nonostante il rimbalzo degli ultimi
giorni, a cui potrebbe seguire il rally estivo di cui tanto si parla
e in cui tanto si spera, non troviamo ancora delle valide ragioni
che ci facciano cambiare idea.
Lo staff
* Nel secondo caso considerato, il rapporto
tra vendite e acquisti di azioni da parte dei dipendenti delle società
USA quotate in borsa si posizionerebbe, secondo le statistiche più
recenti, intorno a un rapporto di 4 a 1.
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