| (31/07/2002)
Il rally estivo tanto atteso si è realizzato nel giro di
una settimana. Il Dow Jones è rimbalzato di oltre 1200 punti
dai minimi toccati la settimana scorsa. Rally potenti alimentati
da pesanti acquisti di futures e seguiti da un rastrellamento dei
titoli più influenti hanno segnato nel giro di pochi giorni
due dei rimbalzi migliori del Dow Jones dal 1987 ad oggi.
Il 24 luglio il Dow Jones è salito di 488
punti mentre lunedì il balzo è stato di 447. Come
abbiamo scritto altre volte, si tratta di movimenti violenti classici
di mercato ribassista che nascono in condizioni di ipervenduto e
che vengono alimentati più dagli ordini di ricopertura degli
speculatori in posizioni corta che da dei genuini ordini di acquisto.
Negli ultimi due anni, contrariamente a quanto avveniva nel mercato
bull, hanno rappresentato delle ottime occasioni per vendere, alleggerire
le posizioni lunghe, o addirittura, per gli operatori più
aggressivi, per cominciare ad assumere posizioni corte.
L’ultima volta, dopo il rally di fine 2001
montato ed alimentato ad arte, l’illusione di essere usciti
dal mercato bear è durata oltre sei mesi. Non sappiamo quanto
potrà durare questa volta. Probabilmente non molto di più.
Sicuramente, come è avvenuto finora, il tempo necessario
per succhiare agli investitori i capitali sufficienti ed impedire
il fallimento di qualche grossa istituzione in difficoltà.
Ogni volta, sull’onda di questi rally, gli
investitori vengono portati a credere che il rimbalzo possa segnare
la fine del mercato bear e l’inizio di una nuova ripresa dei
corsi azionari. Finora non è accaduto e crediamo che questo
caso non rappresenterà l’eccezione in grado di mettere
fine al mercato ribassista.
In giornate come queste l’insana euforia alimentata
dai media continua ad essere semplicemente scandalosa. Anzi che
mettere in guardia della reale natura di certi rimbalzi e spingere
gli investitori ad approfittare del temporaneo recupero delle quotazioni
azionarie per disinvestire le posizioni in perdita, si tende invece,
come sempre, a illudere che il peggio sia passato, invischiando
ancora di più gli investitori, magari sollecitandoli ad aggiungere
nuovi capitali in un mercato ancora molto pericoloso e lungi dal
trovare i propri minimi.
Se alcune azioni, soprattutto le meno capitalizzate,
cominciano ad avvicinarsi a livelli interessanti, che potrebbero
davvero costituire il fondo, e offrono a questi prezzi delle buone
opportunità di acquisto (riservate tuttavia ai più
esperti in grado di fare un accurato stock picking), i mercati sintetizzati
dagli indici principali, potrebbero essere ancora molto lontani
da una zona bottom in grado di rappresentare una ottima opportunità
di acquisto.
Il problema rimane e risiede nelle valutazioni attuali
così come nell’assenza di utili e di prospettive economiche
in grado di giustificare la maggior parte dei prezzi in circolazione.
I p/e di S&P e Dow Jones sono ancora molto alti rispetto alle
medie storiche, quello del Nasdaq è addirittura negativo
e la ripresa economica, tanto propagandata come un ottimo prodotto
da acquistare, oltre a essersi rivelata una merce piuttosto scadente,
sembrerebbe essere già terminata.
Da mesi le aziende fanno leva sugli incentivi e le
offerte per riuscire a mantenere i ricavi ai livelli attuali. D’altra
parte sono sottoposte a forti pressioni sul lato dei costi, mentre
non hanno molto potere di alzare i prezzi. Ciò si traduce
inevitabilmente in una compressione dei margini operativi e quindi
degli utili, destinati pertanto non a salire come vorrebbero le
proiezioni degli analisti, bensì a scendere ancora, soprattutto
considerata l’eventualità di una contrazione futura
dei consumi. A questi valori, per rendere un indice come l’S&P
un ottimo affare per un acquisto, servirebbe invece un incremento
dei profitti del 50% per almeno i prossimi due anni.
Non è quello che ci si potrebbe aspettare
realmente e ragionevolmente da un ambiente economico come quello
attuale. Gli eccessi degli anni novanta devono ancora venire assorbiti.
La ripresa di fine 2001 e inizio 2002 si è basata sterilmente
sui consumi, a loro volta incentivati da un ambiente caratterizzato
dai tassi di interesse più bassi degli ultimi 50 anni. Ciò
ha portato famiglie e imprese a gonfiare ulteriormente le voci di
bilancio comprese tra le passività.
Ancora debiti in un ambiente economico dove i debiti
stessi, grazie alle operazioni di ingegneria finanziaria più
complesse, sembrano non avere limiti e soprattutto sembrano non
impensierire più di tanto le autorità di controllo.
I rischi infatti vengono abilmente mascherati nelle voci di bilancio
sotto la riga, o trasferiti dalle medesime operazioni di ingegneria
finanziaria fino a perdersi in quella che sembrerebbe una innocua
parcellizzazione, ma che potrebbe rivelarsi invece un concentramento
devastante, soprattutto considerato che la gran parte dei contratti
derivati in essere fa capo a 3 sole istituzioni finanziarie: JP
Morgan, Citigroup e Bank of America.
Il consumatore più indebitato del mondo, quello
americano, presto o tardi dovrà cominciare a ridurre i propri
consumi sia per cominciare a risparmiare qualcosa, che per ripagare
la montagna di debiti accumulata negli ultimi dieci anni. Ogni giorno
10 mila americani superano la soglia dei 50 anni, e con un mercato
azionario che li ha già depauperati di oltre 6 trilioni di
dollari, non rimane loro che continuare a lavorare oltre il limite
programmato qualche anno fa quando le borse sembravano regalare
ricchezza.
Soprattutto, dovranno cominciare a pagare i debiti
in essere per poi riuscire a mettere da parte i capitali necessari
per fare fronte alla pensione e alla vecchiaia. Quando per evitare
la bancarotta saranno costretti ad attuare queste decisioni di programmazione
economica familiare, che inevitabilmente porteranno a una forte
contrazione dei consumi, forse per le borse arriverà veramente
il peggio.
Il più grande errore di Greenspan, favorire
il pericoloso meccanismo di indebitamento per spingere i consumatori
e gli investitori a prosperare sul reddito futuro preso a prestito
dal sistema creditizio, potrebbe venire finalmente alla luce e creare
molti più danni di quanti ne abbia evitati finora.
La bolla immobiliare a questo punto rappresenta uno
dei fattori più pericolosi in grado di fare inceppare l’intero
meccanismo. Negli ultimi due anni il rifugio degli americani dal
crollo generalizzato delle borse è stato fornito dalla costruzione
di nuove case e poi dallo scambio delle stesse a prezzi via via
sempre più alti, creando in tal modo, a fronte di un’altra
ricchezza illusoria da asset sopravvalutati (dopo quella del mercato
azionario), un indebitamento ancora maggiore. Il refinancing dei
mutui non ha fatto altro che aumentare l’esposizione delle
famiglie verso il settore creditizio tramite il prelievo dell’incremento
del valore della casa e l’aumento del mutuo rimanente.
Le finalità delle facilitazioni all’indebitamento
per l’acquisto della casa sono chiare (negli USA un acquirente
riesce a farsi finanziare anche il 95% del controvalore della casa).
Il sistema creditizio prospera sugli interessi, e il boom edilizio
è riuscito come mai prima d’ora ad aumentare considerevolmente
la massa totale di debiti in essere sulla quale far pagare un tasso
di interesse, operazione favorita ulteriormente dall’aumento
del valore delle case a fronte del quale i mutui vengono accesi.
Le famiglie d’altra parte si ritrovano ancora più indebitate
di prima, con l’illusione di avere comprato un immobile in
realtà in mano alle banche, perlomeno fino a quando l’ultimo
centesimo di quota interessi e quota capitale non sarà stata
ripagata.
In Giappone la bolla delle case scoppiò solo
due anni dopo lo scoppio della bolla azionaria. In America sono
passati oltre due anni, e quel momento potrebbe essere sempre più
vicino. Accompagnato da una forte contrazione dei consumi, potrebbe
dare luogo non tanto alla double dip recession, quanto alla vera
Grande Recessione che finora si è riusciti abilmente a rimandare
con l’unico risultato concreto di inasprire i rischi di sistema
e le potenzialità distruttive della (eventuale) crisi.
Lo staff
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