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Passi nel buio

(13/08/02) Oggi i tassi dei titoli di stato americani a 10 anni hanno raggiunto i minimi dall’agosto 1965. Un balzo indietro di 37 anni (vedi grafico). Quelli a breve sono già da mesi ai minimi degli ultimi 40 anni. Il grafico del Nasdaq assomiglia in maniera impressionante al grafico del Dow Jones del 1929 come illustrato, meglio che altrove, dal sito di Adam Hamilton, www.zealllc.com. Gli indici delle borse americane non registravano tre anni consecutivi di ribassi dagli anni 30.

Tutte evidenze che confermano un fatto oramai inconfutabile: i mercati finanziari stanno attraversando una situazione che non trova precedenti nella storia economica degli ultimi 50 anni. Per trovare un periodo in grado di presentare sufficienti analogie con quello attuale dobbiamo tornare all’ultimo inverno del ciclo descritto dall’economista russo Kondratieff (vedi il nostro ultimo articolo “L’inverno di Kondratieff” ). Quello della depressione degli anni 30.

Ogni altra analogia di mercato azionario bear del dopoguerra risulta inadeguata, così come ogni altra situazione dei tassi di interesse. Abbiamo cercato più volte di trovare delle somiglianze con il caso della recessione degli anni settanta. Allora il Dow Jones arrivò a perdere il 50% dai massimi. Tuttavia il confronto non regge e la situazione attuale spingerebbe a previsioni ancora peggiori. La teoria di Kondratieff spiega bene il perché: gli anni settanta hanno rappresentato l’estate del ciclo, il periodo che stiamo attraversando è invece individuabile nella fase invernale, in cui l’assorbimento del debito di sistema non avviene attraverso l’imposta di natura inflazionistica (sofferta negli anni settanta) quanto piuttosto attraverso la deflazione.

In questa fase, l’assorbimento del debito per deflazione si realizza, come abbiamo visto più volte, attraverso due meccanismi:

- in primo luogo brutalmente, attraverso i fallimenti delle società, degli individui, e anche degli Stati (per ora l’Argentina e, dietro l’angolo, tutta l’America Latina). Ieri il caso più recente di US Airways Group. Le categorie di operatori economici che non presentano un bilancio caratterizzato da un cash flow (flusso di cassa) positivo in grado di sostenere il pagamento dei debiti accumulati nell’ultima fase di boom speculativo sono destinati, nella fase attuale, al fallimento. E le compagnie aeree sono, non a caso, le società che presentano il tasso di burning cash (cash bruciato dallo svolgimento dell’attività operativa) più elevato;
- in secondo luogo in maniera più morbida, attraverso il pagamento del debito esistente, che si realizza utilizzando (per chi lo ha) sia il cash flow a disposizione (reddito per gli individui, utili reali per le aziende, saldi fiscali e commerciali positivi per gli stati) che la vendita di asset di portafoglio (da cui una ulteriore pressione ai prezzi di azioni, titoli di stato, immobili).

Osservando lo stato economico attuale non possiamo che notare come il processo di assorbimento del debito sia appena agli inizi:

- i tassi di interesse ai minimi da 40 anni stanno ancora gonfiando la fase terminale della bolla speculativa immobiliare creando ulteriore debito di sistema. Attratti da tassi di interesse molto bassi e apparentemente vantaggiosi, molti individui inseguono i prezzi delle case senza badare a spese, molto spesso e volentieri tramite leva finanziaria (negli USA anche il 90-95% del controvalore della casa). Molti altri, per sostenere i propri consumi, si fanno restituire dalla banca, in cambio di nuovo debito, parte dell’apprezzamento del valore casa acquistata in passato (alcune stime quantificano al 67% gli americani che di recente hanno incrementato del 5% il proprio mutuo).
- il consumatore americano, pur mostrando segni di debolezza (vedi più avanti) continua a spendere al di sopra delle proprie possibilità sostenuto dalla convinzione (da oltre 20 anni esatta, dobbiamo riconoscerlo) che l’America sia oramai immune da qualsiasi recessione prolungata. Non osiamo metterci nei panni del consumatore medio americano di fronte alla eventuale delusione delle proprie aspettative: senza lavoro, con una casa che ha perso valore ed è scesa sotto il valore del debito acceso e con un portafoglio titoli devastato non avrà neanche il Chapter 11 a cui ricorrono le aziende per difendersi dall’assalto dei creditori e continuare il normale svolgimento delle proprie attività (per gli individui americani prevalentemente videogiochi, chat, baseball, visione di thriller demenziali, consumo industriale di hamburger e birra).
- in pochi hanno cominciato a vendere i titoli di stato per fare fronte ai propri debiti. Il trend è piuttosto quello contrario: il rifugio nei titoli di stato sembra per ora, insieme alla casa, l’unico riparo dalla tempesta finanziaria in corso, la quale paradossalmente tende proprio a distruggere il valore degli asset cartacei. I tassi di interesse di lungo periodo hanno quindi raggiunto i minimi degli ultimi 40 anni.

L’evidenza della spirale deflattiva in cui l’economia americana si sta inesorabilmente avvitando trova le proprie conferme proprio nei livelli del costo del denaro free risk (quello fornito appunto dai titoli di stato). L’esito sembra oramai essere, come da ciclo di Kondratieff, la depressione o, nel migliore dei casi, la recessione.

Ridicoli o perlomeno patetici risultano i tentativi delle autorità di negare l’evidenza. Ieri il portavoce della Casa Bianca se ne è uscito fuori (forse da un periodo di ibernazione in cui era stato messo nel 1999) con la seguente frase: “i recenti indicatori economici sono incoraggianti e noi siamo sulla strada di una crescita economica sostenuta".

Le motivazioni degli indicatori economici incoraggianti sarebbero nell’ordine:

- forte crescita della produttività (la stessa su cui si è basa il nuovo paradigma economico di Greenspan e della New Economy che ha portato il Nasdaq a perdere oltre il 75% del proprio valore)
- la crescita dei salari reali (dei fortunati che ancora conservano il proprio posto di lavoro)
- una bassa e stabile inflazione (soprattutto se aggiustata con metodi statistici molto discutibili come l’hedonic pricing più volte citato).
- bassi tassi di interesse (quelli che confermano lo scenario di depressione indotta da deflazione)
- basse tasse (forse dissentiranno da questa ipotesi gli abitanti di NY che oramai pagano 8$ un pacchetto di sigarette contro la media nazionale di 4$ o gli abitanti dello stato della California che ai primi di luglio, per finanziare il proprio deficit, ha approvato ai loro danni il secondo pacchetto fiscale più elevato della propria storia, 6.2 bilioni di dollari, pari a circa 700$ per nucleo familiare).

Oggi invece la sparata più grossa è stata quella del presidente Bush che vede nella spesa del consumatore (drogato da bassi tassi di interesse, ndr) i segnali della forza economica americana. Peccato che quella stessa spesa sembrerebbe essere piuttosto l’ultimo appiglio destinato oramai a cedere di una economia sulla soglia della caduta libera.

Come ha fatto notare uno dei soliti brillanti commenti giornalieri del Daily Reckoning (www.dailyreckoning.com), il crollo delle vendite di Best Buy, azienda di prodotti al dettaglio, comincia a dare conferma di un trend in via di definizione: il consumatore americano sta cominciando a perdere appetito per l’acquisto di prodotti di cui non ha bisogno, pagati con soldi di cui non dispone (cioè a credito), in posti non identificati geograficamente (acquisti realizzati online).

Sul rilascio dei dati, evidentemente inaspettati e sfuggiti all’osservazione del presidente Bush (del tutto comprensibile, considerata la sua attenzione particolare verso un soggetto decisamente più interessante, Saddam Hussein!) le azioni di Best Buy hanno perso in un sol giorno il 37%.

A conferma del quadro brillante presentato dalle autorità, oggi Greenspan ha lasciato i tassi di interesse invariati. L’economia non avrebbe bisogno di ulteriori tagli, oppure, a questo punto, qualche taglio in più non farebbe alcuna differenza per stimolare una economia anestetizzata al costo del danaro. In altre parole la riproposizione del dilemma, discusso tempo fa (allora dal lato del rialzo), in cui il cavaliere della stabilità economica si ritrova da mesi intrappolato: modificare o non modificare i tassi di interesse?

Oggi, nell’incertezza di commettere ulteriori errori e di far esplodere un’altra bolla, ha lasciato, come oramai ci si aspettava, i tassi invariati. E in attesa del prossimo meeting della FED forse continuerà, come cercheremo di fare noi, a studiare in maniera più approfondita il caso della prima depressione americana che l’economia attuale sta per ripercorrere, pur con passi alquanto incerti data la natura sconosciuta del terreno (perlomeno per la memoria storica della maggior parte di noi).

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