| (08/09/02)
Bill Gross, managing director di PIMCO (www.pimco.com),
il più grosso gestore obbligazionario americano, la settimana
scorsa ha lanciato un messaggio allarmante: “le azioni sono
un pessimo investimento e lo saranno fino a quando non saranno prezzate
correttamente, probabilmente con il Dow intorno a 5000, l’S&P
500 intorno a 650 e con il Nasdaq chissà dove”.
Le performance di lungo termine di un investimento
azionario, sottolinea Gross, dipendono in larga parte dal punto
di partenza del periodo considerato. Solo un corretto timing di
entrata riesce a garantire all’investimento in azioni il miglior
rendimento tra quelli alternativi. Nonostante la caduta delle quotazioni
degli ultimi due anni, gli elevati price earnings e i bassi dividendi
ancora offerti dalle azioni rendono l’investimento di borsa
molto rischioso e destinato a perdere ancora un altro 30-40%. Il
migliore investimento per gli anni a venire sarebbe costituito invece,
secondo Gross, da un portafoglio diversificato di obbligazioni:
corporate, government e mortgage bonds.
L’analisi di Gross supportata da diverse evidenze
empiriche non lascia spazio a molte obiezioni, tranne per quel che
riguarda la conclusione, a nostro avviso piuttosto di parte e poco
coerente con il quadro economico generale.
Bill Gross, difendendo ed elogiando le prospettive
del reddito fisso, dimentica che negli ultimi anni le obbligazioni
hanno già splendidamente sovraperformato l’investimento
azionario. Dimentica che il rischio del comparto corporate bonds
è strettamente legato alle sorti del mercato azionario. Dimentica
che i mortgage bonds sono legati alle sorti della bolla speculativa
immobiliare. Dimentica che a partire dal 1991 il rendimento dei
titoli di stato USA a 30 anni ha già praticamente eguagliato
quello offerto dal mercato azionario.
Come dimostra il chart seguente 1000 dollari investiti
nel giugno 1991 in un Treasury trentennale cedola 7 7/8 % scadenza
2001 avrebbe restituito ad oggi lo stesso rendimento dell’S&P500:

Dimentica infine che i tassi dei titoli di stato americani sono
ai minimi degli ultimi 40 anni e dal 1994 si sono praticamente dimezzati
a tutto vantaggio dei prezzi dei titoli obbligazionari.

Le azioni sono, a nostro avviso, come dice Gross ancora un pessimo
investimento. I target da lui forniti rappresentano per noi una
ottimistica previsione per due motivi: innanzitutto non sarebbero
un ottimo affare neanche a quei livelli e in secondo luogo, come
il mercato bull è andato oltre ogni più rosea previsione
nella sua salita, quello bear in corso è destinato a generare
un livello di disgusto per la borsa tale da spingere le quotazioni
al ribasso oltre ogni ragionevole livello di equilibrio e oltre
ogni pessimistica previsione.
Sempre a nostro avviso, ma a differenza di quello
che dice Gross, le obbligazioni non sono un investimento migliore.
I tassi sono bassissimi e per quanto possano ancora scendere in
virtù dell’ambiente deflazionistico in corso cominciano
a incorporare dei rischi grossolanamente trascurati. Il caso più
evidente è dato dal debito giapponese il quale, pur con un
rating pari a quello della repubblica del Botswana, non viene prezzato
in base al rischio incorporato quanto piuttosto sulla base di un
criterio molto pericoloso: quel debito è oramai talmente
elevato da non poter essere lasciato alle forze del mercato, pena
il fallimento di un intero sistema economico.
E’ su questo criterio che gli investitori (prevalentemente
istituzionali) continuano ad accettare dall’emittente giapponese
rendimenti estremamente bassi la cui sostenibilità potrebbe
comunque essere destinata a cedere da un momento all’altro
con tutte le gravi conseguenze finora evitate.
Azioni e titoli del debito USA rappresentano entrambi,
nel contesto economico attuale, carta finanziaria estremamente sopravvalutata.
Il riassorbimento degli eccessi creati dalla politica monetaria
di Greenspan che Greenspan stesso continua a ostacolare da quasi
due anni (creando scompensi ancora più gravi per la salute
finanziaria di milioni di risparmiatori) dovrebbe ragionevolmente
portare a un notevole ridimensionamento del valore di quella carta
finanziaria rispetto al valore della attività economica sottostante
e delle sue capacità di creare reddito e ricchezza reale.
In altre parole, nell’aggiustamento degli aggregati
macroeconomici che la recessione e il mercato bear stanno cercando
di riportare verso livelli di equilibrio, entrambe le categorie
di asset finanziari, stocks e bonds, sono destinate a perdere valore.
Come si può notare dal secondo grafico mostrato
sopra è dalla seconda metà del 1998 che tassi di interesse
e mercato azionario hanno assunto una correlazione piuttosto marcata.
Adam Hamilton ne parla nel suo ultimo articolo “Stocks
and long rate”. Dal salvataggio del LTCM che nel 1998
minacciò la stabilità finanziaria e l’espansione
della bolla finanziaria già in essere, la relazione tra azioni
e bond è diventata più stretta.
Da allora i flussi di capitale si spostano con una
alternanza straordinaria tra i due diversi tipi di asset. Considerato
che l’abbassamento dei tassi innalza il valore della massa
obbligazionaria, pur dopo la recente discesa delle borse, il valore
complessivo degli asset finanziari, azioni e obbligazioni, continua
a mantenersi su valori estremamente elevati e a incorporare quindi
gli eccessi del gargantuesco ammontare di credito creato nel sistema.
Un credito fondato non sulle basi di una ricchezza
reale generata dal sistema produttivo quanto piuttosto sulle basi
di una ricchezza illusoria alimentata dalla politica espansiva della
FED e difficilmente sostenibile nei prossimi anni. Il venir meno
di questa illusione, secondo modalità molto più radicali
di quelle concretizzatisi finora con la discesa dei soli mercati
azionari, potrebbe rappresentare sia per Bill Gross che per gli
investitori ancora intrappolati nella bubble dei mercati azionari,
la più grossa e distruttiva delusione finanziaria di tutti
i tempi.
Lo staff
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