| (15/09/02)
L’evento più rilevante della settimana riguarda l’andamento
dei tassi dei titoli di stato americani, in particolare quelli a
medio lungo termine. Per la prima volta i tassi a dieci anni hanno
chiuso la settimana sotto il 4%, in calo di 10 centesimi da quella
precedente. I tassi a 5 anni hanno fatto nuovi minimi, e quelli
a 30 anni sono vicini ai minimi toccati a novembre dell’anno
scorso quando a sorpresa venne annunciata la sospensione di nuove
emissioni del trentennale.
Abbiamo già fatto in passato una considerazione
molto rilevante ai fini della ricchezza percepita negli USA: la
perdita di valore sugli asset azionari degli ultimi due anni è
stata compensata dall’aumento di valore delle case, dalle
quali le famiglie, grazie al rifinanziamento del mutuo, sono state
in grado di estrarre equity. In altre parole contante da spendere.
La compensazione si è rivelata necessaria
ai consumatori per sostenere il proprio tenore di vita. Il mantenimento
degli elevati consumi che caratterizzano il popolo più prodigo,
più indebitato e meno parsimonioso del mondo, ha impedito
pertanto all’economia di entrare in profonda recessione. Un
pericolo finora scongiurato ma forse solo rimandato, sul quale pende
come una spada di Damocle non solo la bolla del settore immobiliare
che comincia a mostrare i primi segni di tensione, ma anche una
eventuale inversione di tendenza dei tassi di interesse, se non
di quelli a breve controllati dalla banca centrale, perlomeno di
quelli a medio lungo termine.
Alla crescita di valore delle case, come effetto
ricchezza che ha controbilanciato le perdite sui portafogli azionari,
bisogna aggiungere anche l’apprezzamento dei corsi dei titoli
obbligazionari che Bill Gross addita coraggiosamente come il miglior
investimento per i prossimi anni. Noi abbiamo qualche dubbio in
proposito e in questa analisi cerchiamo di mostrare come i titoli
di stato USA abbiano già rappresentato negli ultimi due anni
un ottimo investimento, tanto da lasciare per il futuro ben poche
prospettive di apprezzamento, oltre che dei rischi notevoli di deprezzamento.
Esaminiamo le performance dei titoli di stato USA
negli ultimi due anni e mezzo, relativamente alle curve dei 5, 10
e 30 anni.
Per i calcoli prendiamo come riferimento i benchmark
attuali, pur facendo una leggera forzatura consistente nella duplice
ipotesi che tutti i titoli esistessero anche due anni fa e che allora
come oggi fossero il benchmark dello stesso orizzonte temporale.
Calcoliamo quindi il prezzo teorico per le due date del passato
secondo i tassi dell’epoca.
I T-Bond rendevano il 6.2% nel maggio 2000 e il 5.8%
nel marzo 2002. Nella settimana appena conclusasi sono arrivati
a rendere il 4.77%.

Fonte: Bloomberg
Il benchmark dei tassi a trenta anni è al
momento il T-Bond 5.375% febbraio 2031. Di seguito per ogni titolo
mostriamo i prezzi, i tassi e le rispettive variazioni con riferimento
al maggio 2000:
| Data |
Tasso |
Prezzo |
Variazione
(Tasso e prezzo in %) |
| Maggio 2000 |
6.2% |
89.00 |
- |
| Marzo 2002 |
5.8% |
94.11 |
-0.4, +5.7% |
| Settembre 2002 |
4.8% |
108.80 |
-1.4, +22.2% |
I T-Note a dieci anni rendevano il 6.5% nel maggio 2000 e il 5.5%
nel marzo 2002. Venerdì sono arrivati, come detto, a chiudere
con un rendimento implicito del 3.91%.

Fonte: Bloomberg
Il benchmark dei tassi a dieci anni al momento è
il T-Note 4.375% agosto 2012:
| Data |
Tasso |
Prezzo |
Variazione
(Tasso e prezzo in %) |
| Maggio 2000 |
6.5% |
84.64 |
- |
| Marzo 2002 |
5.5% |
91.50 |
-1.0, +6.8% |
| Settembre 2002 |
3.94% |
103.55 |
-2.56, +22.3% |
I Treasury a 5 anni rendevano oltre il 6.5% nel
maggio 2000 e il 4.9% nel marzo 2002. In settimana il tasso è
sceso sotto il 3%.

Fonte: Bloomberg
Il benchmark dei tassi a cinque anni è al
momento il Treasury 3.25% febbraio 2007:
| Data |
Tasso |
Prezzo |
Variazione
(Tasso e prezzo in %) |
| Maggio 2000 |
6.5% |
86.51 |
|
| Marzo 2002 |
4.9% |
92.86 |
-1.6, +7.3% |
Settembre 2002 |
2.5% |
101.15 |
-2.56, +17.0% |
Come possiamo vedere l’abbassamento di tassi
lungo tutta la curva (raffigurata nel grafico sottostante) ha restituito
guadagni in conto capitale sui titoli di stato tra il 17% e il 23%
solo negli ultimi due anni. Senza contare la distribuzione delle
cedole garantita dai titoli a reddito fisso.

Guadagni straordinari per molti cittadini americani
ma anche per il 43% di stranieri che possiedono i titoli del governo
americano contribuendo a finanziare i deficit USA delle partite
correnti. Il problema è che adesso, con la curva americana
più bassa di quella europea, i titoli di stato in dollari
rendono meno dei titoli in euro e sono quindi meno appetibili per
i portafogli degli investitori.

Solo un movimento di curve indirizzato verso un ulteriore
quanto improbabile ampliamento dello spread potrebbe spingere gli
investitori a mantenere in portafoglio i titoli USA. Considerando
le probabilità di un ulteriore deprezzamento del dollaro
per effetto del preoccupante ampliamento del deficit delle partite
correnti, la strategia di detenere titoli di stato americani piuttosto
che europei sembrerebbe essere a questo punto molto rischiosa.
Qualora per effetto di queste considerazioni si dovesse
assistere a dei flussi di capitale in uscita dagli USA il dollaro
potrebbe riprendere il proprio trend di deprezzamento già
cominciato con il primo movimento che nei mesi scorsi ha visto il
tasso Eur/$ apprezzarsi da 0.84 fino a oltre 1.01 per stabilizzarsi
solo di recente sotto la parità. Questo movimento del tasso
di cambio potrebbe a sua volta alimentare attese di underperfomance
dei titoli di stato USA nei confronti di quelli europei e quindi
accelerare il processo di fuga dei capitali dalle obbligazioni del
governo americano.
Un eventuale rialzo dei tassi a medio lungo
termine, minacciando contemporaneamente sia il valore del dollaro
che l’effetto ricchezza fornito dai titoli di stato, rappresenta
pertanto un fattore chiave da considerare con attenzione nei prossimi
mesi. Da esso oramai dipende l’evoluzione dell’economia
USA e il rischio che essa si avviti pericolosamente in una profonda
recessione.
Lo staff
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