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Bolla chiama Bolla

(15/10/02) Mentre il mercato azionario sta regalando ai propri speculatori che operano preferibilmente sul lato “lungo” (con l’acquisto prima e la vendita dopo) uno dei rimbalzi più belli e vigorosi dell’ultimo anno, ci sono altre variabili di mercato che parallelamente a questo rialzo non si stanno muovendo in maniera altrettanto benigna per l’economia.

Molti di questi speculatori, specialmente quelli non professionali, tendono, per miopia “professionale”, a concentrarsi esclusivamente sul mercato azionario (e come biasimarli, quando noi stessi troviamo il gioco molto più divertente di qualunque tavolo verde). In tal modo essi perdono spesso di vista altre variabili, che forse più della borsa medesima incidono sui diversi aggregati macroeconomici, e quindi il quadro generale della situazione economica. Una cosa simile si verificò a seguito del rally di fine 2001 la cui forza abbagliò, in maniera quasi imperdonabile, anche la maggior parte di esperti ed economisti.

Quando gli obiettivi ultimi sono la speculazione fine a se stessa e i profitti che se ne possono trarre poco importa. Ognuno ha le sue tecniche per fare speculazione e la conoscenza dei fondamentali economici non è d’obbligo. Oltretutto la speculazione fa parte delle dinamiche di mercato e quando giocata “correttamente” deve essere la benvenuta da tutti i partecipanti per il semplice fatto che fornisce liquidità al mercato stesso.

Il discorso è diverso quando invece l’obiettivo è l’investimento di lungo periodo. In tal caso la comprensione adeguata dei fondamentali economici diventa necessaria per evitare di compiere dei clamorosi errori (come quelli commessi appunto a fine 2001).

Nel nostro articolo “Titoli di stato e spread di curva” avevamo fatto notare come il rimbalzo dei mercati azionari si fosse tradotto contemporaneamente in uno storno significativo dei titoli di stato. Anche oggi il travaso di liquidità ha rispettato quella simmetria: mentre sul mercato azionario si è festeggiato, sul mercato delle obbligazioni governative si è avuta un’altra giornata drammatica di ribassi lungo tutta la curva. Addirittura peggiore di quella di venerdì scorso.

Il rialzo dei tassi in sole tre sedute (ieri i mercati obbligazionari negli USA erano chiusi per il Columbus Day) è stato più che considerevole e si è tradotto in una valanga di carta obbligazionaria, parziale, beninteso, ma che comunque non prelude a niente di buono, anzi che pone tutte le premesse per una prossima ondata più estesa che, per quanto rimandata forse a questo punto nel 2003, potrebbe interessare al contempo sia azioni che obbligazioni.

Se i tassi a breve possono essere trattenuti facilmente sui recenti livelli dalla politica monetaria quelli di lungo periodo sono soggetti principalmente alle forze del mercato e la loro dinamica degli ultimi giorni è, non possiamo fare a meno di sottolineare, alquanto sfavorevole per l’economia.

I tassi a trenta anni, il cui minimo è stato registrato a fine settembre poco sopra il 4,6%, sono tornati al 5%. I tassi a dieci anni invece, il cui minimo è coinciso col minimo delle borse della settimana scorsa, sono passati in soli 3 giorni dal 3,55% al 4,06%. Un rialzo di mezzo punto traducibile in un enorme 14%, che dice poco a chi tiene sotto gli occhi esclusivamente i movimenti di breve periodo delle borse, ma che dovrebbe mettere all’erta qualunque esperto di economia.

Se lo speculatore che sta godendo guadagni del 13% sul Dow Jones e sull’S&P, o del 15% sul Nasdaq, o addirittura del 19% sul Nasdaq 100, è libero di non prestare molta attenzione ai movimenti dei tassi, l’investitore che punta alle performance di medio lungo termine e per il quale tutti gli indici, nonostante i clamorosi rimbalzi, sono ancora significativamente inferiori ai massimi di agosto, farebbe bene a capire il significato e le minacce implicite nel rialzo dei tassi, specialmente quelli di lungo periodo.

In primo luogo tutti i guadagni in conto capitale del comparto obbligazionario accumulati negli ultimi due mesi sono stati pressoché bruciati in sole tre giornate di mercato. Non è poco: negli ultimi mesi i flussi di capitale sui fondi obbligazionari americani (da parte dei generici signor John Sixpack in fuga dall’azionario) hanno raggiunto i massimi storici. Le straordinarie performance dei fondi stessi, generate dall’innaturale ribasso dei tassi, erano riuscite a compensare parte delle perdite realizzate sul mercato azionario. Ciò significa, per gli ultimi entrati, bastonate su bastonate.

Un rialzo dei tassi così brusco, inoltre, è suscettibile di frenare improvvisamente la corsa all’acquisto della casa o al rifinanziamento del mutuo, arrestando non solo l’effetto ricchezza dato dall’aumento crescente del valore degli immobili, ma anche l’estrazione di contante concessa dal refinancing e tesa a sostenere le spese del consumatore americano.

Gli effetti del rialzo dei tassi di lungo termine non terminano qua. Hanno altre ramificazioni ed estensioni sulle quali non ci dilunghiamo, avendolo già fatto in passato. Basti ricordare adesso che l’inversione definitiva del trend discendente dei tassi di lungo periodo potrebbe interrompere gli ultimi cicli virtuosi che finora hanno sostenuto l’economia impedendole di entrare in una profonda recessione. Senza più cicli e circoli virtuosi (bolle o scoppio di bolle che gonfiano altre bolle) potremmo essere arrivati al momento in cui la scomparsa degli stessi lasci il posto ai soli cicli e circoli viziosi: scoppio di bolle che fanno scoppiare altre bolle.

Una ultima nota per tutti coloro che (altrove) saranno volentieri distratti e bombardati dall’enfasi dedicata alle sole borse azionarie. Oggi il CRB, l’indice delle commodities, ha rotto una importante resistenza e ha toccato nuovi massimi. I metalli, oro e argento, tanto discussi come oggetto di evidente manipolazione hanno mostrato in queste ultime settimane una “discutibile debolezza”, tuttavia l’indice delle 17 commodities è tornato sui valori del gennaio 2001 e ha davanti, adesso, una resistenza a 234 dell’ottobre 2000, oltre la quale si apre la corsa verso i massimi del 1997.

Il dollaro negli ultimi anni è stato terribilmente diluito dalla macchine e dai meccanismi della Federal Reserve (cioè ha perso molto del proprio potere d’acquisto) e siamo dell’idea che il CRB e le sue componenti, lentamente, in silenzio, assenti dagli screen di qualunque bubblevision o dalla pagine di qualunque bubblegiornale, saranno in grado di dimostrarlo pienamente, più di qualunque altra valuta cartacea.

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