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Una settimana di importanti rotture

(15/12/02) E’ stata una settimana molto interessante sui mercati finanziari, con sviluppi che cominciano a mettere alle corde i fautori indefessi della impossibile ripresa economica. Potremmo dire che il protagonista assoluto è stato il dollaro. Lo vediamo nel grafico del Dollar Index in cui ha rotto un importante supporto che lo proietta verso i 100 punti:


Dollar Index
Fonte: Omega Research

Parallelamente, l’indice delle commodities CRB, quotato in dollari, ha raggiunto nuovi massimi e, all’interno di esso, l’oro si è distinto per avere rotto la resistenza dei 330 dollari che reggeva da oltre 3 anni:


Indice CRB Fonte: Bloomberg

Se negli ultimi due anni la politica monetaria della FED, fin troppo accomodante, ha deluso tutti coloro che ritenevano sufficiente l’abbassamento del costo del denaro per rilanciare l’economia, gli effetti reali della credit bubble più incredibile della storia continuano invece a materializzarsi in maniera appropriata, oltre che nella discesa delle borse, nella diminuzione del valore del dollaro, sia contro le altre valute principali che contro il paniere di materie prime racchiuso nel CRB.

Analisti ed esperti esultano a ogni nuovo abbassamento dei tassi di interesse delle banche centrali, quando in realtà, nella situazione corrente, che presenta un insormontabile problema strutturale prima che ciclico, ogni taglio si riflette in una diluizione della valuta e quindi in una confisca di valore nei riguardi della moneta già in circolazione. Anche le misure straordinarie a sostegno dell’economia, annunciate dalle banche centrali, e tese a monetizzare gli asset finanziari (titoli di stato, obbligazioni corporate o azioni) non farebbero altro che gettare nel sistema nuova liquidità togliendo valore a quella già in circolazione.

Il problema è che per sostenere i consumi e quindi la crescita delle proprie economie, da qualche anno solo finanziaria e non più reale, le principali banche centrali sono costrette a inflazionare la propria valuta. Si tratta in altre parole di una corsa mascherata verso la distruzione della moneta. La FED è stata negli ultimi due anni la più aggressiva. La Banca del Giappone ha fatto in oltre 10 anni dei danni irreparabili che ancora non sono sfociati in una crisi di sistema grazie all’elevato tasso di risparmio interno. La Banca Centrale Europea ha ceduto alle pressioni provenienti dalle politiche monetarie oltre oceano, tagliando di recente mezzo punto. Un Euro forte dopotutto farebbe solo del male a delle economie con grandi problemi strutturali, quali sono quelle europee, la cui prosperità dipende più dalle esportazioni che non da una crescita della domanda interna.

Dopo la guerra al terrorismo, il capro espiatorio che si è tirato fuori di recente è la Cina. Ne parla anche Stephen Roach nel suo ultimo articolo “Stop Bashing China”. Solo qualche anno fa si parlava di crisi e rischio di svalutazione della valuta cinese. Da qualche settimana si comincia a parlare invece di una valuta sopravvalutata che esporterebbe deflazione danneggiando le altre economie mondiali. Il Renmimbi (RMB) è infatti ancorato al dollaro in un tasso fisso di 8.3 RMB per dollaro. Peccato che la deflazione che esporta la Cina è deflazione positiva, mercati concorrenziali che abbassano i costi del prodotto finito, mentre il vero problema è la deflazione per distruzione di asset finanziari generata dallo scoppio delle diverse bubble alimentate a loro volta dalle banche centrali, quella Giapponese in primis, seguendo l’ordine cronologico. E Haruhiko Kuroda, vice ministro degli esteri giapponese, non a caso è tra i primi ad avere attaccato verbalmente la Cina per un problema le cui responsabilità riguardano personaggi inetti a lui ben più vicini.

L’unica verità è che dopo gli eccessi degli anni novanta non c’è un equilibrio di sistema sufficiente per sostenere una sana crescita economica. La crescita sperimentata ancora oggi è possibile solo grazie all’utilizzo di leve finanziarie sempre più massicce (e pericolose) ed è caratterizzata da assenza di profitti e diminuzione dei posti di lavoro. I mercati azionari, schiacciati solo dalla forza dell’ORSO e non da un ridimensionamento di aspettative razionali, scontano invece una sana crescita economica al di là delle possibilità reali, la cui assenza presto o tardi finirà col ridurre in maniera drammatica il valore dei corsi azionari al punto tale da cambiare radicalmente la psicologia, ancora in larga parte immutata, di molti investitori.

La maggior parte dei mercati finanziari presentano dei trend primari sorti un paio di anni fa o appena nati, i cui movimenti potrebbero estendersi anche per una intera decade. Le borse azionarie sono in un bear market (nascita nel marzo 2000), il dollaro è in un bear market (febbraio 2002), l’oro e l’indice delle commodities sono in un bull market (rispettivamente aprile 2001 e ottobre 2001), negli USA i tassi di interesse di lungo periodo dovrebbero avere esaurito il movimento rialzista (ottobre 2002) mentre in Europa, rispecchiando il ritardo della politica monetaria della BCE rispetto a quella della FED, sembrerebbero ancora nella fase terminale del bull market.

Per quanto le banche centrali, i grossi operatori istituzionali e i media riescano a favorire dei movimenti tecnici di breve periodo contrari al trend primario, la loro forza non è più tale da invertire il trend di lungo periodo. Solo il riequilibrio delle grosse variabili macroeconomiche riuscirà in questo scopo. Date le condizioni attuali, ricche di imponenti squilibri, i trend primari ancora molto giovani continueranno quindi i loro movimenti, raggiungendo nei prossimi anni, a seconda della direzione, nuovi massimi o nuovi minimi. L’assorbimento degli scompensi di sistema che deve ancora cominciare, nonostante quasi tre anni di bear market delle borse, sarà un processo alquanto lungo in grado di rivelarci tutti i re nudi ancora in circolazione.

A questo punto è molto probabile che il 2003 veda un quarto anno in rosso per le borse azionarie americane. Una possibilità che viene esclusa da quasi tutti i money manager ma che, date le ottimistiche quotazioni attuali, è invece reale e concreta. Già il movimento in corso potrebbe avere esaurito la propria esuberante corsa. Adam Hamilton, dotato come sempre di una dissacrante ironia, nel suo ultimo articolo “Bear-Market Rally Autopsy” , fa una ottima autopsia dei diversi rally del Nasdaq che si sono succeduti negli ultimi due anni. Dalla sua minuziosa dissezione risulta che nei rally dell’aprile 2001 e dell’ottobre 2001 la corsa del Nasdaq (assimilabile a quella di un’automobile in accelerazione della quale si finisce per perdere il controllo dopo una significativa sbandata) terminò dopo uno storno di oltre l’8% dai propri massimi relativi. Proprio la soglia superata venerdì 13 dicembre.

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