| (8/02/03)
Dallo scoppio della bolla è stato un continuo succedersi
di capri espiatori per giustificare la discesa delle borse. All'inizio
la colpa fu scaricata sulle dot.com. Si diceva che una volta corretti
gli eccessi riguardanti il comparto tecnologico il mercato sarebbe
tornato a salire. Non fu così, dopo le dot.com, cominciarono a perdere
quota anche le aziende più solide e i leader del calibro di Cisco.
A fine 2000 la debolezza delle borse cominciò a dipendere, secondo
le opinioni degli "esperti", dalle elezioni americane. Il mercato
sarebbe poi ripartito. Nuovo Presidente e perfino nuovo ciclo monetario
espansivo. Niente da fare. Dopo un rally di qualche settimana il
mercato continuò a scendere verso nuovi minimi. In cinico aiuto
di tutti quelli che non trovavano ragioni al comportamento del mercato
azionario arrivarono gli attentati dell'11 settembre. La breve recessione
del secondo trimestre del 2001, avvenuta prima degli attentati,
fu quindi fatta risalire agli attentati terroristici successivi
, per una sorta di relazione causa-effetto retroattiva, ancora
oggi difficilmente comprensibile a qualunque essere umano raziocinante.
Greenspan corse in aiuto dell'economia dando fondo alla più grossa
iniezione di liquidità di tutti i tempi. I mercati si rigonfiarono
temporaneamente.
Dopo
qualche mese la salita si arrestò e il downtrend riprese il proprio
corso. Questa volta la colpa fu attribuita ad Arthur Andersen, Enron
e Worldcom. L'effetto scandali cominciò a sfumare senza l'emersione
di nuovi casi significativi. La guerra in Afghanistan si risolse
pur senza la cattura del presunto responsabile degli attentati,
e i mercati, anzi che riprendere a salire, continuarono stranamente
a scendere.
Nuovo
intervento di Greenspan e altra massiccia iniezione di liquidità.
Storia recente. Nell'ultimo trimestre del 2002 i mercati si sono
rigonfiati esattamente come successo l'anno prima. A metà gennaio
però, proprio come nel gennaio 2002, si sono rifermati e hanno ripreso
ancora una volta la loro discesa. Qualche indice europeo, come quello
inglese e quello svizzero, è già sotto i minimi di ottobre. Questa
volta è colpa della crisi irachena. No problem, secondo gli esperti,
risolto il problema della guerra le economie si riprenderanno e
i mercati torneranno a salire.
Questo a
grandi linee quanto accaduto negli ultimi tre anni. Le ragioni reali
alla base dei problemi economici, ovvero gli squilibri strutturali
maturati negli anni del boom, non compaiono mai nei principali titoli
finanziari. Tanto meno si parla del grave peggioramento dei fondamentali
economici avvenuto in questi tre anni.
Il problema
per gli esperti non è endogeno. E' sempre relativo a un fattore
esogeno. Un po' come le perdite straordinarie che da tre anni pesano
sui bilanci societari, e che magicamente trasformano le perdite,
per la magra consolazione degli azionisti, in utili proforma. Per
fortuna questa volta il capro espiatorio presenta una esperienza
storica già vissuta recentemente, grazie alla quale le previsioni
ottimistiche sembrano essere molto più facili del solito: la Guerra
del Golfo del 1991.
Il richiamo
e le similitudini alla Guerra del Golfo si fanno sempre più insistenti,
ed è opinione sempre più diffusa che la risoluzione della crisi
irachena, giunta oramai alla vigilia della guerra, possa rilanciare
definitivamente la ripresa economica. Speranze e illusioni sono
gli unici ingredienti che hanno alimentato ogni rally degli ultimi
tre anni. Siamo dell'idea che, sulla base di queste aspettative,
il fenomeno sia prossimo a ripetersi. Per non commettere lo stesso
errore degli ultimi tre anni cerchiamo quindi di riesaminare cosa
accadde sui mercati 12 anni fa.
Vediamo il
grafico del Dow Jones dal gennaio 1990 al maggio 1991.
Dow Jones 1/1990-5/1991

Fonte:
Bloomberg
La crisi
irachena emerse con l'invasione del Kuwait nell'agosto del 1990.
Le borse, allora in bull market , stornarono pesantemente,
trovando dei buoni supporti sul trend rialzista pluriennale in corso.
Il Dow Jones dai 3000 punti del luglio 1990 arrivò al fondo di 2363
nell'ottobre dello stesso anno. Da quel minimo la salita fu graduale
e venne interrotta solo alla vigilia della guerra, nei primi giorni
del gennaio 1991. L'inizio della guerra lanciò un forte rally. Ad
aprile, quando essa terminò, il Dow Jones era già tornato sui massimi
del luglio 1990 (oltre 400 punti per un aumento di circa il 20%)
dove incontrò una naturale resistenza. Dopo una fase di consolidamento
durata qualche mese, gli indici ripresero a salire e il mercato
bull in corso venne ripristinato definitivamente.
Vediamo
però cosa accadde ad altri due mercati, quello del petrolio e quello
dell'oro, i cui rialzi degli ultimi mesi sono largamente attribuiti
alla crisi irachena.
Prezzo
petrolio 1989-1992
Fonte:
Bloomberg
Il
prezzo del petrolio esplose letteralmente con l'invasione del Kuwait
nel 1990. Tuttavia, alla vigilia dello scoppio della guerra, il
mercato aveva già stornato abbondantemente, dai massimi di 40 dollari
raggiunti a ottobre, fino alla zona di 25-30 dollari di dicembre.
Dopo qualche giorno di altissima volatilità nel mese di gennaio,
il prezzo rimase per tutto il 1991 in area 18-24 dollari.
Prezzo oro
1989-1992

Fonte:
Bloomberg
Il prezzo
dell'oro vide invece i suoi massimi già prima della crisi, tra fine
1989 e inizio 1990. La crisi non riuscì neanche a riportarlo sopra
quei livelli. Dopo un rally seguito all'invasione, il prezzo tornò
nuovamente a scendere. A gennaio del 1991 il prezzo non riuscì neanche
a riportarsi sopra i massimi dell'agosto 1990. Dall'inizio della
guerra continuò a scendere, seguendo il trend ribassista iniziato
dieci anni prima e andando a fare nuovi minimi.
La situazione
è oggi completamente differente. I mercati azionari sono all'interno
di un trend ribassista definito dal mercato bear più forte
dagli anni trenta. Viceversa, sia oro che petrolio sono in un nuovo
mercato bull, lo stesso che caratterizza il rialzo generale
delle commodities e che riflette la perdita di valore del dollaro
sul mercato valutario. Mercato bull non determinato assolutamente
dalla crisi irachena, ma che trova origini ben diverse . Già
le stesse dinamiche di prezzo dell'oro e del petrolio, rispetto
a quelle sperimentate nel 1990, ci mostrano salite meno violente,
e quindi ben più solide rispetto a quelle di 12 anni fa, a dimostrazione
di una differente caratterizzazione e direzione dei trend primari
sottostanti.
Prezzo
petrolio 2000-oggi

Fonte:
Bloomberg
Prezzo
oro 2000-oggi

Fonte:
Bloomberg
A nostro
avviso, coerentemente al quadro economico generale e a differenza
di quanto avvenuto nel 1991, la reazione delle borse e quella dei
prezzi dell'oro e del petrolio rappresenteranno, anche nella migliore
risoluzione della crisi, dei semplici pullback all'interno dei trend
primari in corso e non invece le inversioni degli stessi.
Potremmo
ragionevolmente avere un forte rally delle borse come nel 1991,
ma la resistenza questa volta non sarà data dai massimi assoluti
di un trend rialzista pluriennale (destinati ad essere rotti)
bensì dai massimi relativi di un trend ribassista pluriennale
(destinati a reggere e a respingere nuovamente i prezzi verso nuovi
minimi).
Potremmo
avere alla stessa maniera un pesante storno sia del prezzo del petrolio
che dell'oro ma questi troveranno supporto all'interno dei trend
rialzisti pluriennali, dove offriranno una nuova interessante opportunità
di acquisto.
I problemi
endogeni che affliggono le economie torneranno inevitabilmente ad
esercitare le loro pressioni sui mercati mentre gli esperti, dietro
le loro lenti colorate di rosa, si metteranno nuovamente in moto
alla ricerca di un altro patetico capro espiatorio.
Lo
Staff
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