Austrian Economics
Forum: ultimi 10
 
 

 

Anomalie di mercato e pressioni incontenibili

(27/02/03) Chi osserva i mercati finanziari si è reso conto che stiamo vivendo tempi storici eccezionali, sicuramente fuori dalla norma. Un mercato bear potente come quello che da tre anni caratterizza le borse azionarie ha pochi precedenti. Come unico paragone, anche per gli ottimisti indefessi degli ultimi tre anni, non rimane oramai che il caso degli anni trenta. Ma condizioni straordinarie si posso ravvisare anche sul mercato dei tassi di interesse, con le curve schiacciate sui minimi degli ultimi 40 anni a fronte invece di un rischio di sistema che, proporzionale alla massa di debito presente nel sistema stesso, è superiore a qualunque altro periodo storico. Condizioni di mercato fuori dalla norma caratterizzano anche il mercato delle valute, dominato da forti turbolenze che hanno come protagonista proprio il dollaro, e infine il mercato delle commodities, spinto da evidenti pressioni inflazionistiche ancora senza riscontro ufficiale nel rialzo generalizzato dei prezzi al consumo.

 

Le ultime giornate hanno fornito l'ennesima indicazione di come i mercati finanziari siano quasi maturi per sfogare gran parte degli squilibri presenti tra domanda e offerta, squilibri accumulatisi nel corso degli anni, e risolvibili solo in drammatiche e significative variazioni di prezzo. Un rally delle borse legato alla risoluzione delle immediate incertezze geopolitiche potrebbe restituire ancora una volta l'illusione che presto le cose siano destinate a tornare come ai bei tempi. Tuttavia esso fornirà solo l'ultima splendida occasione per porre rimedio alle posizioni di portafoglio contrarie alle logiche e ai fondamentali che nel lungo termine determinano i prezzi sia degli asset reali che di quelli finanziari.

 

Le anomalie che caratterizzano i diversi mercati, in questa fase finale di agonia delle speranze legate alla ripresa economica, sono sempre più frequenti. Esaminiamone alcune.

Sul mercato azionario americano, oramai in prossimità dei minimi registrati a ottobre (quasi tutti i mercati europei, ad eccezione anche del nostro, sono già sotto quei livelli), si ricomincia a notare un nervosismo crescente. Nessuna discesa delle borse degli ultimi anni è riuscita a sfociare in un ampio e benefico sell-off. I motivi sono riconducibili nella quasi totalità dei casi a delle consistenti e sospette operazioni di acquisto che partono dal mercato dei futures e si estendono gradualmente a tutto il listino. Con sistematicità, l'inversione tanto attesa quanto improvvisa del trend, scatenata proprio dalle sospette operazioni di acquisto che giungono nei momenti più delicati e cruciali, è in grado di attirare lo sciame di speculatori e operatori professionali, oramai unici sopravvissuti nell'arena borsistica, riuscendo a guidare i listini verso rialzi tanto clamorosi quanto giustificati solo dall'analisi tecnica.

A tal proposito la giornata di due giorni fa è esemplare: sull'onda di numerose notizie negative i mercati europei avevano rotto in mattinata i minimi più recenti (l'indice tedesco anche quelli di ottobre) e le borse americane sembravano destinate a una giornata disastrosa. Tuttavia dopo un primo rapido movimento negativo, oltre -150 punti di Dow Jones, la situazione si è improvvisamente rigirata e la seduta si è conclusa con una chiusura positiva, +50 punti per il Dow. Nessuna notizia, nessun fattore individuabile che sia in grado di giustificare l'inversione netta e improvvisa, solo massicci ordini di acquisto che, intervenuti sul mercato dei futures, hanno in breve tempo innescato la reazione degli speculatori riuscendo a rigirare miracolosamente il mercato.

Ma le anomalie non si fermano al mercato azionario. Una anomalia che da qualche tempo si riscontra molto spesso nelle giornate che tingono di rosso i prezzi delle borse è la pessima performance dell'oro. Anziché salire come logicamente ci si aspetterebbe, nelle giornate più negative l'oro tende a performare ancora peggio dei listini azionari. Sempre esemplare a tal proposito la giornata di due giorni fa. Salito di 4 dollari durante la notte nella sessione asiatica l'oro è sceso leggermente durante le ore della sessione europea (con gli indici europei in forte ribasso) e più significativamente poco prima dell'apertura della sessione americana. Per chiudere ovviamente in ribasso di ben quattro punti. Come a volere scoraggiare la via di fuga più naturale dai listini azionari.

L'anomalia sul mercato dell'oro si ripete oramai sistematicamente dal marzo del 2001. In quei giorni i mercati azionari fecero un minimo relativo (già spacciato dagli esperti come la fine del mercato bear). Mentre l'S&P scendeva per la prima volta sotto i 1100 punti l'oro, anzi che salire, andava a registrare il doppio minimo che ha segnato la fine del lungo mercato bear (in fondo gli esperti avevano sbagliato mercato: la fine di un mercato bear si era in effetti realizzata!). Dopo gli eventi dell'11 settembre, di portata storica, l'oro accennò a un rally di appena una ventina di dollari, ma già dopo una settimana, con la riapertura dei mercati azionari americani non riuscì ad andare oltre i 300 dollari e presto tornò a scendere sotto i 280 dollari.

Nel luglio del 2002, in occasione dei nuovi minimi delle borse, il prezzo dell'oro veniva respinto, dai livelli che sembravano già preludere alla rottura della famosa resistenza dei 325 dollari, fino ai 300 dollari. Tre mesi dopo, durante il tentativo fallito delle borse di sfondare i minimi di luglio, l'oro rimaneva quasi invariato per essere poi rigettato nuovamente verso un altro minimo relativo intorno ai 311 dollari, l'ultima occasione più recente per comprarlo sotto i 315 dollari. E infine l'esempio di questi ultimi giorni di febbraio nei quali, nonostante l'accelerazione al ribasso delle borse, il prezzo dell'oro è stato duramente respinto dai massimi recenti fino all'area attuale intorno a 350 dollari.

Sembra che l'importante, per chi cerca di controllare e sostenere i mercati finanziari sull'orlo di uno shock continuamente rimandato, è riuscire a dirottare i capitali dalla carta alla carta, ovvero dalle azioni alle obbligazioni, precludendo la via di fuga verso un asset veramente solido. I risultati sono stati in questi ultimi anni sicuramente ottimi: mentre i tassi sono nuovamente sui minimi degli ultimi quaranta anni, l'oro è riuscito a rompere la resistenza storica dei 325$ l'oncia solo due mesi fa e oggi, dopo il tentativo di un rally violento, già ridimensionato, quel rialzo è stato già dimesso dagli esperti come un fenomeno anomalo destinato a rientrare del tutto con la risoluzione della crisi geopolitica.

Sempre ieri è uscita la notizia che la settimana scorsa la Banca Centrale Europea avrebbe venduto 30 tonnellate d'oro. Il controllo del prezzo dell'oro da parte delle autorità viene spacciato da oltre dieci anni come utile ai fini di stabilizzazione economica. Fatto che sta tale controllo si realizza solo attraverso le vendite delle riserve delle banche centrali. Il risultato è che per dieci anni, più che stabilizzare il sistema si è soppresso un importante barometro della salute dei sistemi economici medesimi. Non a caso negli anni novanta si sono succedute diverse crisi e si è formata la bolla azionaria più spettacolare di tutti i tempi, oggi causa e premessa di quella che potrebbe non a caso essere la crisi più destabilizzante di tutti i tempi.

Chissà cosa sarebbe successo se le banche centrali occidentali non avessero provato a stabilizzare i mercati e l'economia tramite il controllo del prezzo dell'oro. Non lo sapremo mai, ma ciò che sta accadendo sia sui mercati che a livello di aggregati economici sembra assumere tutti gli aspetti di un crescente caos finanziario ed economico. La stabilizzazione delle variabili economiche, cioè, non si sta affatto rivelando il risultato concreto di quelle politiche di prezzo. Negli ultimi due lustri l'economia globale è stata colpita di frequente da importanti crisi sistemiche (Brasile, Messico, Argentina, Asia, Russia, nuovamente Argentina, e quasi nuovamente Brasile), ha vissuto una bolla straordinaria, ed è oggi sulla soglia di una nuova crisi più vasta e generalizzata che condurrà forse alla prossima globale depressione economica.

Di certo con un po' di pazienza, scopriremo il destino che attende le economie, così come scopriremo chi nel frattempo ha accumulato e sta continuando ad accumulare tutto l'oro venduto massicciamente dalle banche centrali. Forse scopriremo anche, e non ci sorprenderebbe affatto, che il risultato ultimo è stata proprio una destabilizzazione del sistema (ma del resto questa è già una nostra solida impressione) che non trova precedenti storici.

Sempre con riguardo al mercato delle commodities tre giorni fa si è realizzata un'altra anomalia: la letterale esplosione di prezzo del natural gas. Tre giorni fa i futures di marzo sul natural gas hanno chiuso a 9.38 in rialzo del 38%. La variazione giornaliera più ampia in 13 anni di trading. L'altro ieri gli stessi futures marzo hanno toccato ulteriori massimi a quasi 11 dollari per poi rintracciare significativamente sotto i nove dollari, e chiudere a 9.40. A creare le condizioni per questo squeeze di proporzioni gigantesche è stata la concomitanza di diversi fattori: riserve ai minimi, produzione in diminuzione, e una alta domanda causata dalle rigide temperature dell'inverno in corso. Solo un anno fa, nel gennaio 2002, le quotazioni del natural gas registravano prezzi sotto i due dollari.

Sui mercati non c'è niente di più potente che uno squilibrio prolungato tra domanda e offerta nel mercato di una commodities. Alterare gli equilibri naturali che formano i prezzi delle materie prime per un periodo di tempo prolungato porta presto o tardi a scompensi dagli esiti esplosivi. Come appunto il movimento che ha caratterizzato il natural gas nei giorni passati. Le commodities rispetto agli asset cartacei sono risorse la cui carenza di offerta, una volta verificatasi, richiede del tempo per essere ricostituita. Una volta esaurite le riserve sufficienti per soddisfare la domanda, il loro ripristino non può rendersi immediatamente disponibile grazie all'utilizzo di un computer, come invece avviene per gli asset finanziari.

Per oltre 10 anni, molti mercati tra cui quello del natural gas, del petrolio, ma anche quell'oro e soprattutto dell'argento sono stati mantenuti in equilibrio a prezzi molto bassi, nonostante un deficit dell'offerta rispetto alla domanda. La differenza è stata fornita dalle riserve accumulate negli anni precedenti. Tuttavia, quando il prezzo di equilibrio artificiale è talmente basso da scendere sotto i costi di produzione di molte aziende, queste sono costrette ad abbandonare il mercato, con il risultato che la produzione totale diminuisce, togliendo offerta alla domanda futura. Quando, come nel caso di questi giorni del natural gas, ma un domani nel caso del petrolio o dei metalli, la domanda (pur senza subire un aumento) non riesce a trovare l'offerta sufficiente determinata dalla produzione effettiva, il prezzo finisce con l'esplodere al rialzo.

Sui mercati degli asset finanziari cartacei la situazione è completamente opposta. Le aziende possono abilmente controllare l'offerta, emettendo azioni e obbligazioni a volontà, ma la domanda in ultima analisi è incontrollabile e dettata dalla profittabilità reale che quegli strumenti sono in grado di restituire. Alla stessa maniera le banche centrali possono stampare soldi e inondare il sistema di liquidità, tuttavia esse non hanno il controllo della domanda di moneta. Di fronte a una crisi strutturale e non ciclica la liquidità finisce col diluire il valore della moneta e con l'aumentare gli squilibri presenti a livello di aggregati economici.

Oggi abbiamo un'offerta amplissima di azioni e obbligazioni e un'offerta in esponenziale aumento sia di valuta cartacea, in particolare dollari, che di credito. Da qualche anno la domanda è diminuita leggermente tuttavia, grazie alle promesse di ripresa economica rinnovate semestralmente, tale domanda non è ancora crollata. Soprattutto, l'offerta istituzionale non è stata affiancata dall'offerta degli investitori che hanno accumulato la stessa carta sopravvalutata in tutti questi anni.

Il giorno in cui ciò dovesse verificarsi, i tentativi istituzionali di impedire il panico potrebbero essere insufficienti. La crisi generalizzata del sistema economico così come lo abbiamo conosciuto, osservato e quasi assorbito nel dna, in questi ultimi venti anni, sarà inevitabile. Solo chi avrà rispettato le leggi economiche della domanda e dell'offerta ne uscirà immune. Gli altri seguiranno la sorte che tocca agli stupidi: essere inevitabilmente separati dal proprio denaro.

Lo staff

 
La Politica monetaria
L'offerta di moneta
Il debito
Sintesi e statistiche
Inflazione
Consumi e deficit commerciale
Mercato immobiliare
Mercato azionario
I profitti
Il management
Gli analisti
Gli investimenti
I fallimenti
Rischio derivati
I parte
II parte
Gli scenari possibili
Un tributo mondiale
Lo stato di salute