(1/05/03)
Oggi il dollaro ha toccato nuovi minimi nei confronti dell'euro
mentre il Dollar Index ha rotto il precedente supporto che si collocava
intorno a 97.5. Dal gennaio del 2002 il dollaro ha perso quasi il
20% del proprio valore nei confronti delle sei valute verso le quali
viene misurato il Dollar Index e il 30% nei confronti dell'euro.
Da inizio del 2003 il Dollar Index ha ceduto quasi il 5%, oltre
il 6% verso l'euro. Dal 12 marzo, giorno in cui le borse hanno invertito
il trend ribassista, il dollaro ha persino ceduto il 17% nei confronti
del real brasiliano, il 5,5% verso il peso messicano, il 10% contro
la valuta argentina.

Si stima
che gli stranieri detengano circa 8 trilioni di dollari in asset
americani e le perdite che stanno accusando a causa della svalutazione
del dollaro sono molto elevate. Forse non è un caso che, nonostante
il rialzo delle borse e la fiducia che sembra riemergere dopo il
conflitto iracheno, il dollaro stia cedendo ulteriore terreno nei
confronti delle altre valute. Per non sopportare il rischio di ulteriori
perdite in conto valuta, chi continua a finanziare il crescente
deficit delle partite correnti americano si trova infatti costretto
a coprire il rischio di tasso di cambio. In altre parole vende dollari
a termine mettendo pressione al biglietto verde. Nonostante la forza
delle borse e la tenuta delle obbligazioni tali pressioni stanno
spingendo il dollaro in una fase ribassista che sta trovando una
pericolosa accelerazione.
Il deficit delle partite
correnti ammonta oramai al 5% del GDP e per essere finanziato necessita
di un flusso quotidiano di risparmi stranieri al ritmo di 60 milioni
di dollari l'ora, quasi un miliardo e mezzo al giorno. Il prolungato
e massiccio squilibrio nelle partite correnti ha contribuito a creare
uno squilibrio altrettanto massiccio nella globale allocazione dei
capitali. La dipendenza della bolla americana dai capitali stranieri,
infatti, ha privato e continua a privare altri sistemi economici
delle risorse necessarie per una espansione economica armonica e
sostenibile, non dipendente nella sua totalità dalla spesa del consumatore
americano.
I risparmi
stranieri hanno finanziato in passato la bolla azionaria subendo
come ricompensa una inattesa e infelice distruzione di ricchezza.
Da tre anni stanno continuando a finanziarie la sempre più massiccia
espansione della credit bubble, il cui punto di forza è rappresentato
oramai dal settore immobiliare. Probabilmente anche questo secondo
finanziamento finirà col risolversi in un'altra infelice distruzione
di ricchezza. Convinti dal successo temporaneo della propaganda
sulla nuova ripresa economica, gli stranieri sembrano non temere
questa eventualità. Tuttavia, la diffidenza che li spinge adesso
a coprirsi dal rischio di cambio tramite la vendita di dollari a
termine, rischia di minare alla base il successo di quelle ottimistiche
aspettative.
In valore assoluto,
l'ammontare di risparmi stranieri richiesti per finanziare la credit
bubble americana sta diventando sempre più ingente e insostenibile.
Non possiamo sapere quale sia la soglia del deficit che finirà con
l'assorbire tutti i risparmi del pianeta, forse il 7% come stimano
gli editori di The Daily Reckoning, ma possiamo intuire che se il
trend ribassista del dollaro non si fermerà, gli stranieri smetteranno
di gettare i propri risparmi nel buco nero dell'inflazione creditizia
americana molto prima del raggiungimento di quella soglia. Cosa
succederà al verificarsi di questa eventualità è qualcosa che forse
già da tempo turba i sogni del finora onnipotente Alan Greenspan.
In valore
percentuale, la soglia del 5% del deficit delle partite correnti
si rivela estremamente critica e in altre circostanze il suo superamento
ha portato rapidamente all'evolversi di una situazione di instabilità
in grado di generare una fuga di capitali stranieri superiore al
controllo della banca centrale e quindi una crisi generalizzata
del sistema bancario.
La trappola della liquidità nella quale si ritrovano oggi gli USA
non è pertanto paragonabile a quella giapponese proprio per
la dipendenza dai capitali stranieri che attualmente sta indebolendo
il dollaro. Si tratta invece di una situazione ben peggiore che
trova nel biglietto verde il proprio cardine, intorno al quale ruota
il rischio di uno traumatico shock economico. Come abbiamo ripetuto
più volte, i paralleli portano a pensare più alla recente esperienza
dell'Argentina che non a quella giapponese.
Un ottimo articolo di
Jim Willie dal titolo "Japan,
Argentina, Weimar, or Muddle?" analizza proprio queste analogie
ed espone con estrema chiarezza la possibilità che il termine della
trappola americana della liquidità sfoci in una nuova repubblica
di Weimar, con un'iperinflazione rampante e a nostro avviso estendibile
rapidamente a tutto il pianeta.
"We
are appoaching the Keynesian Monetarist end game" scrive nello
stesso articolo Willie, ovvero: "ci stiamo avvicinando alla fine
del gioco keynesiano monetarista". Solo 22 centesimi di crescita
vengono generati oggi per ogni dollaro di nuovo credito creato nel
sistema economico americano mentre una porzione sempre più
significativa del GDP è dedicata al pagamento degli oneri finanziari
relativi a un debito in crescita esponenziale. La voce degli economisti
austriaci, a lungo ignorata, ha sempre messo in guardia dai rischi
a cui avrebbero portato le politiche fiscali e monetarie basate
sulle rispettive teorie keynesiane e monetariste. Nonostante la
totale negazione delle autorità ufficiali e degli analisti di regime
(tranne Stepeh Roach di Morgan Stanley), il sistema economico è
sottoposto a una serie di squilibri crescenti che non hanno precedenti
e che caratterizzano la continua espansione finanziaria, a servizio
e sostegno della Credit Bubble, come "una partita persa in
partenza con una posta in gioco molto alta" (Doug Noland: "it's
a losing game with very high stakes").
In questa
precaria situazione, una ulteriore caduta del dollaro spingerebbe
le economie verso uno shock economico globale. Si può pertanto fare
finta di niente come si è tornati a fare dai primi di marzo, ma
solo a rischio di dover essere poi costretti a fare i conti con
la realtà delle cose senza un sufficiente preavviso e una adeguata
preparazione finanziaria.
Lo
Staff
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