(1/05/03)
Stiamo vivendo una fase di mercato che lascia indubbiamente
perplessi molti operatori. Da quando infatti è cominciato il rally
delle borse, molte delle tipiche correlazioni che legano tra di
loro i diversi mercati finanziari hanno cominciato a seguire andamenti
piuttosto anomali.
Innanzitutto
è saltata la correlazione strettamente inversa che legava mercato
azionario e titoli di stato. Nonostante la solida salita delle borse,
infatti, nell'ultimo mese e mezzo il mercato dei Treasury ha mostrato
una notevole tenuta. Negli ultimi tre giorni, anticipando e poi
seguendo la decisione e i commenti rilasciati dalla FED, i titoli
di stato americani delle scadenze più lunghe hanno registrato una
ottima performance e oggi hanno rotto al rialzo importanti resistenze.
Le borse, d'altra parte, non hanno mostrato in questi ultimi tre
giorni alcun segno di cedimento significativo.
La forza
dei titoli di stato è considerevole soprattutto se si considera
la pesante offerta di nuovi titoli riversati in questi giorni sul
mercato: ben trentasei miliardi di dollari con le sole emissioni
dei Treasury a cinque e dieci anni.
Da una parte
quindi le azioni sembrano volere scontare la ripresa. Dall'altra
il mercato obbligazionario dei titoli di stato sembra credere più
a un nuovo rallentamento economico con prospettive deflazionistiche
tipiche dello scenario giapponese. A nostro avviso uno scenario
nel lungo termine alquanto improbabile per il caso americano, ma
che per gli investitori del mercato obbligazionario rappresenta
sempre una ottima via di mezzo tra le tesi di ripresa economica
sostenute ancora una volta dai soliti noti e lo scenario, da noi
prospettato, di recessione/depressione economica caratterizzato
da una finale esplosione inflattiva.
Sempre a
proposito dello scenario deflattivo, è interessante notare
anche il leggero appiattimento
della curva dei rendimenti che già da qualche tempo (nell'ultimo
mese -18 punti del due anni contro i -30 del decennale) sembra scontare
una maggiore incisività della FED sulla parte lunga della curva
(monetizzazione del debito) piuttosto che su quella breve (ulteriore
riduzione dei tassi), come dimostrato appunto ieri dall'esito del
FOMC e di recente dai commenti dei vari membri della Federal Reserve.
Le dinamiche
dei rendimenti delle obbligazioni corporate si schierano ovviamente
al fianco del mercato azionario. La riduzione degli spread verso
i titoli di stato prosegue oramai da quasi otto mesi confermando,
coerentemente alle borse, le aspettative di ripresa economica.
Un'altra
anomalia naturalmente riguarda la discesa del dollaro. In passato
Il biglietto verde ha mostrato una correlazione generalmente positiva
con le borse, soprattutto a partire dal 1994 in poi, fino alla elevata
percentuale di correlazione positiva del 90% registrata negli ultimi
tre anni. Da due mesi a questa parte la correlazione è diventata
invece negativa. La discesa del dollaro tenderebbe inoltre a essere
inflattiva, contraddicendo le preoccupazioni sollevate dal mercato
obbligazionario.
Una situazione
indubbiamente alquanto complessa e densa di incogruenze che dovrà
ritrovare allineamenti più razionali. Processo sempre meno facile
dato il continuo disturbo provocato sui mercati sia dagli sforzi
della FED che del governo, entrambi tesi a sollecitare spese e consumi
tramite ulteriore indebitamento. Una ricetta che, come abbiamo ripetuto
più volte, porta all'impoverimento e alla distruzione di ricchezza,
e non invece al benessere e alla creazione di ricchezza.
Se questa
ricetta economica (debito/spese eccessivi a fronte di reddito in
diminuzione) ) è in grado di portare alla rovina il privato
in tempi rapidissimi, in tempi medio-brevi aziende e nazioni medio-piccole
(come l'Argentina), possiamo ragionevolmente intuire che essa sia
altresì in grado di portare alla rovina economica nazioni
molto grosse, benchè in tempi medio lunghi. Oltre venti anni
di eccessi rappresentano un periodo di tempo decisamente lungo ma
evidentemente non ancora sufficiente per ristabilire la validità
di quelle leggi economiche sostenute con rigore dalle teorie economiche
austriache.
Come mostrano
anche le più recenti statistiche, le valvole del credito e dell'indebitamento
sono più aperte che mai e il consumatore americano continua ancora
a sfruttarle abbondantemente. Le applicazioni di mutui sono aumentate
nella settimana terminata il 2 maggio del 18%, mentre l'indice degli
acquisti di nuove case ha toccato di recente il nuovo record di
416 punti. Parimenti, i
dati sul credito al consumo, usciti oggi, non segnalano ancora
sostanziali contrazioni: seppure inferiore al dato di febbraio (+1.3
B di dollari) il mese di marzo ha fatto registrare una ulteriore
crescita pari a 0.9 B di dollari.
Sempre più
difficile quindi fare previsioni e capire quale è il mercato che
sta incorporando meglio degli altri le reali prospettive che attendono
l'economia americana. In mezzo a tanta confusione, rimane comunque
l'unica certezza che a sostenere l'attuale crescita economica, peraltro
ancora molto debole, siano sempre le solite dinamiche
economiche degli anni novanta.
Chi investe
nel mercato azionario e nelle obbligazioni corporate continua pertanto
a inseguire sogni di straordinarie performance (realizzate fino
al 2000 e deluse negli ultimi tre anni), mentre chi investe in titoli
di stato continua ciecamente a nutrire speranze (fino ad oggi indubbiamente
realizzate) di un rimborso garantito del capitale a un valore reale
costante nel tempo.
In altre
parole siamo alla presenza di un livello di fiducia negli asset
cartecei che nel complesso supera perfino quella registrata negli
anni novanta. Asset cartacei che intanto, grazie alle accomodanti
politiche monetarie e fiscali tese a stimolare l'economia, continuano
ad assorbire ricchezza reale a un ritmo sempre più veloce. Una dinamica
che a nostro avviso rende l'assicurazione di portafoglio rappresentata
dal solito negletto metallo giallo degna di crescenti attenzioni.
Lo
Staff
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