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(21/05/03) Gli sviluppi delle ultime settimane hanno
sigillato il successo dell’opera di “reliquefication” iniziata
dalla FED ad ottobre dell’anno scorso. Se a nostro avviso
l’operazione mantiene un carattere pur sempre temporaneo,
per quanto di durata imprecisabile, è indubbio che essa
sia arrivata a mostrare, proprio in questi giorni, i suoi migliori
benefici.
In virtù dei positivi meccanismi messi in moto dalla nuova
ondata di liquidità generata ad ottobre del 2002, mercato
dei titoli di stato e mercato azionario, dopo essere stati caratterizzati
per quasi cinque anni da una stretta correlazione inversa (leggi:
continuo travaso di liquidità) hanno cominciato a godere
da qualche mese di una tendenziale correlazione positiva. Mentre
le borse sono risalite e si mantengono ancora sui massimi relativi
degli ultimi mesi, i titoli di stato americani hanno raggiunto
nell’ultima settimana i massimi assoluti degli ultimi 50
anni.
Il successo dell’opera di “reliquefication”,
sta nell’essere riuscita a fornire ai due mercati i giusti
impulsi non solo per evitare quel ribasso parallelo che ci aspettavamo
ragionevolmente a ottobre dell’anno scorso, ma addirittura
per riuscire a generare il rialzo tendenzialmente correlato che
ha avuto luogo in queste ultime settimane.
G. Zibordi, di cui riconosciamo i meriti di talune analisi, con
un intervento
postato sul forum del suo sito, spiega il processo
in atto e lo sintetizza con il seguente circolo:
“export di Asia e Europa in America ==> Deficit USA e
Surplus Asia e Europa con dollari che entrano in quei paesi ==> Banche
Centrali Asia e Europa che riportano i dollari in America comprando
titoli di qualche genere USA ==> Espansione dell'indebitamento
americano e espansione della liquidità internazionale”.
Quando due anni fa la FED ha cominciato a inflazionare gli aggregati
creditizi, mettendo le basi per la discesa del dollaro, gli stranieri
si sono trovati di fronte a un dilemma: (A) vendere gli asset in
dollari accumulati nel corso degli ultimi anni oppure (B) tenere
ed eventualmente continuare ad acquistare:
Nel primo caso il pericolo concreto era quello
di causare, attraverso il rimpatrio di capitali, il crollo del
dollaro e un forte apprezzamento
delle proprie valute (effetto 1a). Questo avrebbe danneggiato fortemente
le esportazioni e soffocato di conseguenza le proprie economie
(danno A1). A ciò si aggiungeva anche il rischio di spingere
al rialzo i tassi di interesse americani (effetto 2) con eventuali
ripercussioni negative sia negli USA che, di riflesso, nel resto
del mondo (danno A2).
Nel secondo caso il rischio era quello di
subire una dolorosa svalutazione degli asset in questione, di
cui gli stranieri sono
già stracarichi (danno B1), per effetto di una graduale
e prolungata discesa del dollaro (effetto 1b). Proprio il processo
di svalutazione che in effetti si sta realizzando e che stando
al recente intervento dal segretario del Tesoro USA John Snow sembra
oramai essere esplicitamente benvoluto dall’amministrazione
americana.
Alla luce di quanto sta avvenendo sui mercati
finanziari è abbastanza
chiaro che gli stranieri, giapponesi in primis, hanno scelto la
seconda strategia: quella di continuare a finanziare il deficit
delle partite correnti USA. Nonostante gli ultimi cedimenti del
dollaro e considerato il prolungato rialzo dei titoli di stato
americano è altrettanto chiaro che tale strategia continua
ad essere realizzata.
In altre parole gli stranieri stanno accettando
e assorbendo passivamente la forte espansione creditizia antideflattiva
e antirecessiva (leggi:
di natura altamente inflattiva) della FED. In tal modo i continui
acquisti di asset americani permettono all’abbondantissima
liquidità denominata in dollari, creata dal sistema americano,
di riversarsi e affluire benevolmente verso il resto del mondo.
A beneficiarne, ovviamente, sono anche tutti gli asset finanziari
stranieri che, parallelamente a quelli americani, stanno godendo
da qualche mese di ottime performance (tranne la borsa giapponese).
In un processo decisionale riconducibile agli
schemi classici della teoria dei giochi, la soluzione composta
dalla decisione
americana di inflazionare, e da quella successiva degli stranieri
di non vendere, ha finito col realizzare lo scenario che apparentemente
minimizza i costi e massimizza i benefici degli agenti coinvolti
(americani e stranieri). Si è giunti in altre parole ad
una sorta di equilibrio ottimale.
L’amplificazione dei benefici forniti dall’equilibrio è resa
possibile soprattutto dal ciclo virtuoso che di fatto sta generando
una serie di effetti del tutto opposti rispetto all’effetto
2 temuto (rialzo dei tassi) e associato alla strategia A rifiutata.
Al contrario, la complicazione più immediata che rischia
di spezzare l’equilibrio in corso è rappresentata
dall’inarrestabile discesa del dollaro: oltre a causare il
danno B1, una ulteriore discesa del dollaro (effetto 1b che evolve
in effetto 1a) ha fatto emergere e sta inasprendo anche il danno
A1 associato alla strategia A rifiutata (crollo delle esportazioni
dei paesi stranieri).
Finora tutto sembra sotto controllo: il movimento del dollaro
non ha creato ancora alcun problema di rilievo e i danni A1 e B1
sono stati finora incassati dagli stranieri senza suscitare reazioni
negative.
L’economia europea sta già soffrendo a causa della
straordinaria forza dell’euro. Tuttavia, se la Banca Centrale
Europea ancora non vede ancora un problema nel tasso di cambio
attuale, tornato sui valori di nascita della moneta unica, le richieste
di un taglio dei tassi in Europa sono sempre più consistenti
ed eventualmente forzeranno la BCE a tagliare di nuovo i tassi.
Presumibilmente ciò dovrebbe riuscire a contenere le complicazioni
derivanti dalla continua discesa del dollaro e a prolungare, si
spera, i benefici in corso.
La Banca del Giappone invece, con la curva
dei tassi già schiacciatissima
sullo zero lungo tutta la curva (tasso a 10 anni pari a 0.55%)
e senza molte altre alternative in termini di politica monetaria,
due giorni fa è stata costretta a intervenire sui cambi
(almeno secondo i rumors di mercato) per evitare che il dollaro-yen
sfondasse importanti supporti (neckline 115, testa spalle con proiezione
95).
In ogni caso, pur in assenza di interventi
diretti sui tassi di interesse, sia la Banca Centrale Europea
che quella giapponese
stanno facendo ricorso ad altri mezzi per cercare di combattere
la discesa del dollaro. L’inevitabile guerra in corso tra
le diverse valute, mirata in ultima analisi a contenere la svalutazione
competitiva del dollaro, viene infatti portata avanti dalla BCE
tramite la vigorosa espansione degli aggregati monetari (+11.6%
la M1 e +7.9% la M3 anno su anno, dati di marzo contenuti nel bollettino
di maggio, pag 90) e dalla BOJ attraverso le solite strategie di
sostegno diretto del mercato azionario e di intervento diretto
nel sistema bancario, vedi ultimo salvataggio, Resona Bank, operato
appena qualche giorno fa.
Come sottolineato tempo addietro, la liquidità creata da
questo equilibrio sta inondando ogni mercato, senza alcun riguardo
per i rischi impliciti, alla ricerca disperata di un qualunque
tasso di remunerazione superiore al tasso reale negativo offerto
dai rendimenti a breve dei titoli di stato. Gli effetti sono visibili
e sotto gli occhi di chiunque: ampia riduzione dei corporate spread,
forte apprezzamento delle valute dei paesi emergenti, rendimenti
in forte discesa su qualunque mercato emergente (i rendimenti brasiliani
si sono più che dimezzati nel giro di pochi mesi). Negli
Usa e in Europa: borse e titoli di stato che salgono a braccetto
seguiti addirittura dal rialzo dell’indice delle commodities.
In America il mercato azionario si mantiene
solidamente sugli ultimi massimi relativi, nonostante lo storno
degli ultimi giorni,
mentre i rendimenti di lungo termine americani continuano a registrare
nuovi straordinari minimi storici (oggi 3.4% per il 10 anni, e
4.35% per il 30) con obiettivi oramai del 3% e del 4%. Infine,
da notare anche il forte appiattimento della curva dei rendimenti
USA (dai +240 punti tra il 2 e il 10 ai 205 di oggi nell’arco
di un mese) e parallelamente un appiattimento più modesto
in Europa (a causa dell’ancora ampio margine a disposizione
della BCE sui tassi a breve).
Tuttavia, a differenza di quella che sembra
essere la percezione attuale dei partecipanti al mercato, non
esiste alcuna garanzia
che i benefici derivanti dall’afflusso di liquidità si
traducano automaticamente in una effettiva ripresa economica sostenibile
nel lungo termine.
Per essere più precisi è nostra opinione che il presente
eccesso di liquidità continui a prolungare ed aggravare
gli squilibri di un’economia globale sempre più disfunzionale
(per usare un termine caro a Stepen Roach di Morgan Stanley) e
fortemente sbilanciata nei suoi particolari aggregati macroeconomici.
L’equilibrio raggiunto dalla strategia (USA: inflazionare;
Stranieri: non vendere) non ha a nostro avviso carattere permanente.
Esso rimane un equilibrio ottimale solo intermedio, o di breve
periodo, che potrebbe generare costi finali ben più alti
di quelli associati alle strategie alternative scartate. Nel lungo
termine potrebbe perfino degenerare nella peggiore delle soluzioni
sub-ottimali.
Siamo quindi, senza alcun dubbio, di fronte una delle situazioni
più interessanti degli ultimi anni, se non forse di ogni
tempo. Non contenti della bolla dei mercati azionari scoppiata
tre anni fa, gli ingegneri economici che pretendono di programmare
a loro piacimento le dinamiche economiche verso un processo di
eterna espansione, sono riusciti a creare una nuova bolla, questa
volta di natura creditizia, ben più vasta e di dimensioni
globali. Noi non possiamo fare a meno di sintetizzarla con una
metafora: quella di un grande buco nero.
Gli asset
finanziari verso i quali sta affluendo tutta la massiccia liquidità
presente nel sistema, iniettata dalle politiche espansive delle
banche centrali ed amplificata dagli altri meccanismi di moltiplicazione
del credito, a questo punto rischiano infatti di incorporare le
dinamiche proprie di un buco nero. Il loro destino è quello
di assorbire il massimo della liquidità possibile fino a
schiacciare ogni genere di rendimento atteso sui minimi possibili.
Così come nessuno poteva prevedere con esattezza quando sarebbe
scoppiata la bolla del Nasdaq nessuno può essere in grado
di dire quale sarà la massa critica in grado di farlo implodere.
E non avrebbe neanche senso a questo punto azzardare previsioni.
Ci basterà continuare ad osservare e seguire il fenomeno
con la solita estrema curiosità, coscienti di essere, comunque
vada a finire, o di fronte a un importante e nuovo capitolo sia
di storia economica che di storia dei mercati finanziari oppure
di fronte a una bolla globale della liquidità.
Non neghiamo tuttavia di lasciarci andare
a un sorriso quasi di compassione (per chi ha orchestrato e dirige
questa enorme bolla)
quando come oggi vediamo salire contemporaneamente titoli di stato,
azioni, oro, e persino il prezzo del petrolio. Di fronte a movimenti
di mercato come quelli a cui abbiamo assistito oggi, non neghiamo
neppure di lasciarci andare a un simpatico sospetto: forse chi
ha accesso a tutta questa liquidità e ne dispone senza rischi
diretti (ancora una volta gli OPM manager, i gestori di soldi altrui
come li definisce brillantemente Fleckenstein di Realmoney) ha
deciso di comprare indistintamente tutto ciò che si muove
onde evitare di mancare il cavallo vincente. Tra le scommesse offerte
dal gran casinò globale a cui sono stati ridotti i mercati
finanziari, una di esse sarà sicuramente quella giusta.
Lo Staff
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