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(16/06/03)
Dopo avere seguito gli sviluppi del primo rialzo piuttosto
prevedibile nato dalla risoluzione delle incertezze legate alla
crisi irachena, il 21 aprile, nel nostro articolo "Lunga
vita alla bolla", scrivemmo che i mercati azionari sembravano
avere stabilito definitivamente la base per un rally molto consistente.
Quel rally
molto consistente si è in effetti realizzato e continua a trovare
la propria esplosiva miscela prevalentemente nello schiacciamento
dei tassi di interesse, nominali e reali, che rende improduttive
le posizioni liquide e le costringe a inseguire i prezzi dei diversi
asset reali o finanziari. Esso si nutre inoltre di una duplice frustrazione
che da qualche settimana continua ad affliggere due categorie di
operatori. Gli orsi che non credevano a un rally così esteso continuano
a venire squeezati in ogni loro tentativo di shortare, mentre molti
di coloro che sono andati lunghi solo parzialmente si ritrovano
spiazzati di continuo da un mercato che non conosce ampi rintracciamenti.
Ad ogni storno fallito, e in virtù del loro limitato investimento
iniziale dovuto a ragionevoli motivi di prudenza, questa seconda
categoria di operatori è pertanto costretta, adesso per motivi di
performance sempre più impellenti, a inseguire il mercato
onde evitare di perdere ulteriori opportunità di profitto.
Il risultato finale
lo abbiamo sotto gli occhi: un mercato caratterizzato da un forte
momentum come non si vedeva dai tempi della bolla. Gli indicatori
di breadth del mercato, i volumi registrati, e anche il numero di
titoli che registrano nuovi massimi, sono impressionanti. Da qualche
settimana gli analisti hanno cominciato ad affermare con fermezza
e in maniera quasi unanime la morte definitiva del mercato bear.
Il sentiment di mercato
registrato la scorsa settimana è stato uno dei massimi dal 1987
e vede attualmente il 58.7% di rialzisti contro il 16.3% di ribassisti.
Nonostante
la forza dimostrata dal rialzo degli ultimi mesi e pur continuando
a credere nelle discrete possibilità di una ulteriore estensione
dello stesso, ciò a cui stiamo assistendo non è a nostro avviso
l'avanzata di un nuovo mercato bull, quanto piuttosto la realizzazione
di uno degli eccessi speculativi più estremi dallo scoppio della
bolla avvenuta nel marzo del 2000. La causa ultima di tale esuberanza
sarebbe riconducibile, oltre che al ribasso forzato dei tassi di
interesse, al fenomeno parallelo di Moral Hazard che abbiamo richiamato
più volte nelle nostre osservazioni.
Fenomeno
che si nutre prevalentemente della garanzia esplicita fornita dalla
FED, e a ruota dalle altre banche centrali, contro qualsiasi minaccia
deflazionistica in grado di interessare gli asset finanziari prima
ancora che i prezzi al consumo (quest'ultima ipotesi ancora inosservabile
a occhio nudo se non nella asettica lettura delle statistiche governative).
Un'assicurazione a cui il mercato evidentemente crede e che si risolve
in una imprudente e generalizzata minimizzazione dei rischi percepiti.
Nonostante
siano da tempo chiare le dinamiche che portarono alla bolla, e per
analogia con le esperienze storiche anche i rischi e le conseguenze
generalmente inevitabili ad esse associate, il fenomeno di Moral
Hazard continua a offuscare la capacità di giudizio degli
operatori e a mantenere estremamente fertile il terreno per lo sviluppo
di un sistema finanziario sempre più impavido. Confidando sulle
capacità illimitate di sostegno da parte delle banche centrali,
e posizionandosi su ogni genere di asset reale e finanziario a prescindere
dal reale rischio implicito, il mercato continua a scommettere le
illimitate risorse elargite a monte (a costi oramai bassissimi)
secondo una struttura piramidale.
Come sottolineava
già tempo fa Gary
North, economista della scuola austriaca i cui commenti appaiono
spesso sul sito di Lew Rockwell,
chi non si allinea a questa speculazione piramidale finisce con
il sottoperformare rispetto agli operatori più aggressivi. Se gli
investitori privati possono benissimo sfuggire a questa logica perversa
accontentandosi di un profilo di rischio rendimento più basso, molto
spesso gli investitori istituzionali non possono sottrarsi al gioco,
pena la propria sopravvivenza. Il risultato, analogamente a quello
raggiunto nella bolla azionaria di fine anni novanta, è di attirare
i capitali in uno sciame compatto all'inseguimento di prezzi e performance
via via sempre più irreali.
Chi sta
inseguendo i bond ai tassi più bassi degli ultimi cinquanta anni,
chi sta comprando gli indici azionari in questa rivisitazione della
bolla degli anni novanta (The Bubble Reloaded), chi sta comprando
obbligazioni di emittenti dati per spacciati solo otto mesi fa,
è costretto in una situazione come quella attuale a farlo contro
i propri criteri di prudenza e buon senso per non correre il rischio
di sottoperformare. In altre parole, i mercati finanziari, mantenuti
costantemente e artificialmente iperattivi dalla liquidità
distribuita oramai quasi gratuitamente, premiano gli operatori più
temerari sollecitandoli e spingendoli alle speculazioni più aggressive,
e penalizzano invece le strategie più prudenti tese più ragionevolmente
alla conservazione e alla difesa del capitale. Come suggerisce Gary
North, la fine della costruzione piramidale giunge nel momento in
cui, come accadde per Enron, il debitore o, più in genere, gli operatori
che sfruttano il ricorso al debito per massimizzare i propri investimenti,
espandono la leva finanziaria oltre le proprie capacità di valutare
correttamente i rischi impliciti.
Come abbiamo
ripetuto più volte, questa situazione non trova analogie nei precedenti
storici. Nonostante la percezione più diffusa sia sempre quella
di una continuità lineare con gli eventi degli ultimi venti anni,
caratterizzati da un esito costantemente positivo, gli esiti e le
conseguenze del processo in corso (ancora legato alle dinamiche
post bubble) rimangono del tutto sconosciute agli osservatori, sia
quelli più umili che continuano a osservare con estremo interesse
il fenomeno, che di quelli meno umili convinti, senza ombra di dubbio,
che quella linearità sarà ancora una volta rispettata. Del resto,
mai prima d'ora il sistema economico aveva potuto godere di una
tale leva finanziaria né, d'altra parte, mai prima d'ora
la banca centrale del sistema economico di riferimento si era trovata
ad affrontare una economia post-bubble potendo fare piena leva sulla
capacità di generare liberamente moneta creditizia per il sistema
economico e soprattutto per quello finanziario. Il caso giapponese
essendo un caso a parte, vuoi per il completo ricorso all'elevato
risparmio domestico che differenzia il Giappone dagli USA, vuoi
per la sovrapposizione del proprio post-bolla a una fase di forte
espansione economica delle altre economie industrializzate.
Ed è nostra
sensazione che in tale tentativo di combattere le conseguenze inevitabili
di un boom insostenibile la banca centrale americana abbia superato
già da tempo il punto di non ritorno. Cercare di contenere la costruzione
piramidale che diede luogo al boom di fine millennio sarebbe stato
politicamente inaccettabile. E una volta scoppiata la bolla, la
scelta di porre fine una volta per tutte a quei meccanismi di speculazione
piramidale basata sul debito venne rifiutata (soluzione ancora politicamente
inaccettabile) a favore di una estensione ulteriore delle politiche
che avevano generato il boom rivelatosi insostenibile. Con le politiche
monetarie degli ultimi tre anni, quel punto di non ritorno potrebbe
essere stato superato: é nostra opinione infatti che un rallentamento
dell'espansione dell'offerta di moneta sarebbe oramai in grado di
minacciare la solvibilità dell'intero sistema.
Novanta
anni fa Ludwig von Mises aveva previsto e definito questa situazione
altamente critica come "crack-up boom". Già allora, e in un contesto
completamente diverso, il suo genio economico era arrivato a mettere
in guardia dal pericolo concreto che il rifiuto del governo (oggi
prevalentemente della banca centrale) di fermare l'espansione dell'offerta
di moneta e di credito si sarebbe risolto in ultima analisi in una
distruzione della valuta. Avvertenza sempre snobbata e marginalizzata
ma più che mai attuale. Come aveva previsto allora Von Mises,
in assenza di tale autocontrollo, l'economia sarebbe stata soggetta
a continui cicli di boom e bust fino ad un eventuale stadio finale.
Quello che forse stiamo vivendo adesso, per quanto caratterizzato
oramai da un boom solo finanziario e non più economico.
Dopo l'avventura fallita del
paradigma della New Economy, pertanto, il paradigma del ricorso
al debito e alla leva finanziaria come nuova via per sostenere e
creare nuova prosperità rischia di essere l'ultima chimera di un
sistema gestito da un controllore non più in grado di controllare
neanche se stesso, condizione minima necessaria per garantire, in
assenza di un rigido gold standard, la sopravvivenza di un "fiat
money regime".
Lo Staff |
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