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(21/4/04)
A distanza di un mese e mezzo dallo storico avvenimento
segnalato nell'articolo "Favolose
materie prime", sui mercati finanziari si è potuto assistere
a un altro importantissimo evento che avevamo ipotizzato come imminente
nell'ultimo articolo "Box e Semafori".
Lo splendido reversal dei rendimenti americani, avvenuto nelle ultime
tre settimane, ha spinto infatti il tasso a dieci anni al di sopra
di una rilevante trendline ribassista, quella che partiva dal gennaio
2000.
Dopo
avere ricevuto il primo violento impulso rialzista l'estate scorsa
seguito, per gentile concessione delle autorità monetarie
giapponesi, da sette lunghi mesi di noiosa ibernazione, il mercato
più importante del mondo, e paradossalmente anche il più
controllato e manipolato, si è finalmente risvegliato ponendo
fine a un lungo e innaturale trend ribassista durato oltre quattro
anni.
Il movimento
di ieri, stimolato dalle parole di Greenspan, apre definitivamente
le porte a importanti riflessioni. Si tratta di capire quali strategie
abbiano a disposizione gli ingegneri sociali americani (predisposti
al controllo e alla pianificazione del sistema monetario e creditizio,
e quindi indirettamente dell'economia intera) per garantire l'evoluzione
del miniboom inflazionistico in una crescita robusta, duratura,
e coerente con gli obiettivi di bassa inflazione e piena occupazione.
La situazione di partenza nella quale si trovano è una situazione
molto particolare. Quel tasso dell'1% è infatti, senza tanti
giri di parole, un tasso di emergenza, grazie al quale si è
potuto distribuire denaro al sistema finanziario a costo praticamente
nullo.
Se ultimamente
è diventato di moda cercare delle similitudini tra la situazione
attuale e quella del 1994, in cui la Fed diede avvio a una politica
monetaria restrittiva partendo da una piuttosto accomodante, ci
sono tuttavia delle notevoli differenze da non trascurare. Oltre
alla diversa intensità dello stimolo monetario, e oltre al
fatto che sono presenti oggi una serie di squilibri economici ben
più gravi di quelli esistenti nel 1994 (o nel 2000, o nel
1987, o in qualunque altro periodo storico compreso il 1929), rispetto
a dieci anni fa la situazione attuale presenta, come ha indicato
da Doug Noland, le seguenti caratteristiche:
la comunità dei fondi speculativi è 10-15 volte più
grande di allora,
le posizioni di trading delle grosse banche americane sono aumentate
nello stesso periodo del 350%,
gli attivi delle agenzie che finanziano i mutui sono passati da
circa 630 B di dollari a 2.8 trilioni,
gli intermediari finanziari hanno incrementato le proprie posizioni
in pronti contro termine da circa 750 B a 2.7 trilioni di dollari,
le posizioni in strumenti derivati, gran parte dei quali OTC e legati
proprio ai tassi, sono oltre 5 volte quelle in essere nel 1994.
Gran
parte della crescita esponenziale che ha caratterizzato queste voci
si è verificata, non a caso, proprio negli ultimi tre quattro
anni.
In altre
parole, se la Fed si è cacciata in un angolo dal quale è
difficile tirarsi fuori, una folta schiera di operatori istituzionali
versa in una situazione per certi versi simile. Molti di essi si
ritrovano infatti di fronte all'esigenza di sciogliere quelle operazioni
che, nel nuovo ambiente caratterizzato da rendimenti al rialzo,
potrebbero divenire fonte di consistenti perdite. Ciò è
tanto più impellente nel caso di quegli operatori che per
moltiplicare geometricamente i profitti, come cercò di fare
invano un burattino di legno quando purtroppo non esisteva ancora
una banca centrale, non hanno disdegnato il ricorso a un poderoso
effetto leva.
Oltre
a tentare di togliersi dal proprio angolo senza pregiudicare la
ripresa economica di natura inflazionistica, la Fed deve quindi
riuscire a guidare in maniera ordinata questi operatori evitando
che scatti la corsa verso la porta con scritto EXIT, uscita d'emergenza.
Tuttavia, in un ambiente come quello attuale, in cui gli eccessi
speculativi legati alla estrema generosità della Fed sono
numerosissimi, questo mero controllo potrebbe non essere sufficiente.
La globalità degli operatori istituzionali rappresenta infatti
il mercato, e il mercato non è in grado di hedgiare se stesso,
non può liberarsi dei rischi al suo interno, può solo
cercare di trasferirli a qualcun altro che sia in qualche maniera
esterno ad esso ed isolabile.
Negli ultimi
anni una parte di questi rischi se li sono accollati le autorità
monetarie straniere. Tuttavia la generosità fin qua mostrata
dagli stranieri potrebbe non essere sufficiente ad ammortizzare
i costi legati a quei rischi, né d'altro lato può
essere considerata un fattore sul quale poter fare pieno affidamento
anche nel futuro.
E' forse
per questa ragione che diverse settimane fa, alla vigilia di un'inversione
decisiva dei tassi di interesse, Alan Greenspan ebbe la sfacciataggine
di consigliare agli acquirenti della casa l'indebitamento a tasso
variabile. Per il vasto pubblico, oltre il danno (quell'inflazione
monetaria che si risolve sempre, come scrisse lui stesso nel 1966,
in confisca di valore) anche la beffa.
Dopo avere
fatto indebitare il proprio paese fino a livelli mai sfiorati da
un sistema economico, il banchiere centrale americano deve avere
intuito che una delle maniere per facilitare sia la propria uscita
che quella degli operatori istituzionali consiste nel trasferire
parte dei rischi (e quindi dei costi) dagli operatori istituzionali
all'insieme ben più numeroso delle famiglie.
Una strategia che potrebbe
tradursi in un pericoloso effetto boomerang. Chi continua a sostenere
direttamente la crescita economica di natura inflazionistica sono
infatti proprio le famiglie. Schiacciate da un costo crescente del
debito, a sua volta crescente, presto o tardi potrebbero dare forfait,
soprattutto considerato un altro preoccupante trend in corso negli
USA: la contrazione del reddito reale.
Di fronte
a queste difficoltà, l'unica strategia che rimane al banchiere
centrale è quindi quella di rialzare i tassi nella maniera
più lenta possibile sperando che i costi possano effettivamente
essere sostenuti in maniera graduale e senza causare particolari
traumi al sistema economico e finanziario. A nostro avviso un'impresa
quasi impossibile. Pur ammettendo a fini dialettici tale remota
possibilità, il banchiere centrale è costretto a rimanere
ancora per molto tempo "dietro la curva". Questa posizione forzata
implica il prolungamento dell'impulso inflazionistico, che avrà
come effetto quello di continuare ad alimentare gli enormi squilibri
in formazione da quasi una decade.
La strategia
del banchiere americano diventa pertanto allo stesso tempo delicata
e impotente. Si trova in un angolo e nel suo intorno sarà
costretto a rimanere ancora per molto tempo. Da lì può
cercare di controllare, e lo farà con la massima attenzione,
che l'uscita degli operatori istituzionali dalla situazione presente
avvenga in maniera ordinata, senza che si trasformi in una corsa
verso l'uscita di emergenza come stava per succedere l'estate scorsa.
Però in questa posizione arretrata è costretto ad
abbandonare al loro destino la miriade di bolle speculative che
si sono formate in tutto il mondo e di cui è direttamente
il grande artefice.
Da questo punto in avanti
esse possono considerarsi abbandonate al loro destino, libere di
fluttuare e di incontrare presto o tardi qualcosa di appuntito.
Nel 1994 toccò quasi subito alla bolla Messicana. Proprio
l'evento determinante che costrinse la Fed a riversare sul mercato
le prime massicce iniezioni di liquidità dando avvio al più
grande boom inflazionistico di tutti i tempi.
Lo
Staff
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