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(14/5/04)
Nell'ampia varietà di analisi e commenti indipendenti
disponibili in rete succede talvolta di imbattersi in allusioni,
riferimenti espliciti, o spiegazioni suggestivamente ben motivate,
riguardo a certe presunte manipolazioni di prezzo operate dai cosiddetti
poteri forti. In particolare, sui minimi delle borse avvenuti tra
ottobre 2002 e marzo 2003, ci unimmo a quel coro di voci che opinò
l'esistenza di un sostegno artificiale applicato agli indici azionari
onde riuscire a evitare una crisi di fiducia che sarebbe potuta
diventare in breve tempo irreversibile.
In seguito
alla recente caduta di prezzo dei metalli, e con particolare riferimento
al crollo verticale dell'argento, sono state avanzate congetture
simili che vorrebbero attribuire la responsabilità del brusco
movimento a quei medesimi poteri. Purtroppo il ricorso alla dietrologia
complottista ben si presta alle vittime di qualunque mercato mossosi
nella direzione opposta alle proprie aspettative, soprattutto nel
caso si tratti di un trader o un investitore con un forte ego che
si rifiuta di ammettere il proprio errore di valutazione.
E' per scavalcare
questa ragione che vorremmo cercare di affrontare la delicata questione
della manipolazione utilizzando la base teorica presentata con l'articolo
"Un viaggio in Russia". Cerchiamo
cioè di condurre un ragionamento logico basato sulla teoria
prescindendo da considerazioni riferite a casi specifici. Queste
ultime verranno esposte solo successivamente e a supporto, peraltro
non necessario, della teoria stessa.
Il punto
di partenza di questo ragionamento è semplice e inconfutabile:
il mercato dei tassi di interesse, di gran lunga il più importante
del mondo, è di fatto, senza dubbio alcuno, un mercato manipolato
dal banchiere centrale, che sulla base delle proprie valutazioni
soggettive impone con la forza, in maniera cioè coercitiva,
un determinato tasso di interesse alla globalità degli agenti
economici. Non si tratta di una dietrologia. Per quanto una persona
poco avvezza alle materie economiche con una vaga idea del libero
mercato, derivata semplicemente dall'accostamento delle due parole
di uso comune "libero" e "mercato",
potrebbe ritenere la cosa alquanto strana e anomala, la manipolazione
del tasso di interesse a breve termine da parte della banca centrale
rappresenta la realtà quotidiana sulla quale si basano tutte
le politiche monetarie.
Si tratta
di una imposizione che secondo la teoria economica austriaca ha
gravi ripercussioni sulla razionale formazione e allocazione dei
risparmi volontari. In condizioni normali (cioè senza banca
centrale) il tasso di interesse di "mercato" sarebbe guidato
infatti dalle preferenze temporali degli individui. Prescindiamo
nel caso di specie dall'esame specifico di questa relazione, che
peraltro abbiamo già avuto modo di affrontare con altri articoli,
e consideriamo invece la determinazione del tasso di interesse per
ciò che in sostanza rappresenta: la fissazione imposta di
un prezzo da parte dell'Autorità competente (qual ossimoro!)
che genera uno squilibrio nel mercato.
Vediamo cosa avevamo
scritto nell'ultimo articolo dal titolo "Viaggio
in Russia": "la strategia del prezzo imposto è (temporaneamente)
efficace solo se i vari settori dell'economia sono messi TUTTI
sotto controllo ". In effetti, la manipolazione del tasso di
interesse a breve termine rappresenta solo il provvedimento coercitivo
più immediato di cui dispone l'Autorità Monetaria
per raggiungere il proprio obiettivo. Di caso in caso e a seconda
della situazione, dalla esigenza di stabilizzazione del ciclo economico
alla esigenza di generare una crescita a tutti i costi (rimandati
a un futuro non ben preciso), quel primo intervento apre eventualmente
le porte a tutta una serie di azioni volte a manipolare altre variabili,
o a fissare altri prezzi, nel tentavo di raggiungere lo scopo perseguito.
Qualora
la prima manipolazione dei tassi a breve termine non dovesse essere
sufficiente, il controllo progressivo su altre variabili si impone
come necessario. Come esposto nell'articolo citato il percorso seguito
risulta ben chiaro: lentamente si rende necessaria una pianificazione
progressiva di tutto il sistema economico che, a prescindere dal
punto di partenza, e nonostante l'efficacia apparente e temporanea
della pianificazione esercitata, conduce a "un risultato opposto
alle intenzioni: il caos economico e civile, degno di un despota
pasticcione ".
Orbene,
seguendo questo schema teorico, poteva essere logico supporre che,
di fronte all'esaurimento naturale di una espansione economica che
aveva causato non solo la più grande bolla azionaria di tutti
i tempi, ma anche tutta una serie di squilibri senza precedenti,
una semplice manipolazione dei tassi di interesse anticiclica non
sortisse gli effetti desiderati. E di fatto così è
stato con riguardo alla più imponente opera di manipolazione
dei tassi di interesse mai avvenuta nella storia, per quasi due
anni e fino al marzo 2003. Opere ben manifeste di manipolazione
si sono rese necessarie e sono state effettuate pertanto anche sui
tassi di interesse a lungo termine (con il contributo speciale della
Banca del Giappone) e sul tasso di cambio Dollaro/Yen (sempre per
gentile concessione della Banca del Giappone).
Non ci sono
prove concrete per quel che riguarda il mercato azionario, tuttavia,
seguendo lo schema logico che inevitabilmente porta a un intervenzionismo
sempre più pesante ed estensivo, è presumibile ipotizzare
che delle opere di sostegno siano state effettuate tra i minimi
di ottobre 2002 e quelli di marzo 2003. Così come è
presumibile supporre che si intervenga per tenere i principali tassi
di cambio entro valori mutuamente accettabili, specialmente dopo
che il mercato, sotto la pressione degli squilibri esistenti, ha
già mostrato una certa attitudine a spingere i valori di
certe valute verso soglie di dolore poco accettabili.
Il controllo realizzato
su alcune variabili presto o tardi finisce con l'avere ripercussioni
su altri prezzi i cui movimenti mettono a rischio l'efficacia dei
controlli già eseguiti e richiedono quindi ulteriori interventi
di rammendo. Non sarebbe quindi fuor di senno pensare che il mercato
dei metalli abbia richiesto in effetti una pezza d'urgenza. Altresì
è presumibile ritenere che una pezza analoga possa ben presto
venire applicata anche al prezzo del petrolio, giunto sui massimi
di tutti i tempi. Seguendo la stessa logica si potrebbe anche dedurre
che il recente deterioramento di molti indicatori relativi ai principali
indici azionari, sulla base dei quali alcuni analisti hanno prontamente
emesso un codice rosso (crash alert), abbia ricominciato a sollecitare
le dovute attenzioni perché il mercato azionario possa essere
consegnato sano e salvo all'importante scadenza autunnale.
Riprendendo
le idee di Etienne de la Boétie, qualunque regime (nel caso
di specie, regime di prezzo imposto) per quanto apparentemente potente
(efficace) rimane sempre fragile, non può cioè sostenersi
solo sulla coercizione e sulla forza per il fatto che chi impone
la propria volontà (il proprio prezzo) è in inferiorità
numerica. E' necessario pertanto creare, parallelamente all'imposizione,
quell'opportuno clima di fiducia, di consenso, e di disposizione
volontaria alla pianificazione effettuata.
Grazie a
questo ulteriore aiuto teorico, si possono riuscire a spiegare quindi
sia i vari controlli operati sui dati statistici, dove ad esempio
si dichiara un'inflazione del 2% (che in realtà sembra aggirarsi
nelle tasche dei singoli cittadini tra l'8 e il 10%), che il recente
risveglio del mercato del lavoro, (andando a leggere bene tra le
righe esso sembra essere frutto di alcuni cambiamenti effettuati
da parte dell'ufficio di statistica sui diversi aggregati che compongono
la popolazione). E si spiega molto bene anche la campagna propagandistica
condotta dalla Fed sulle presunte minacce deflazionistiche, peraltro
mai concretizzatesi (a meno che si voglia chiamare deflazione la
discesa delle borse nel breve periodo 2000-2002) e deliberatamente
mal argomentate. Per creare un clima di fiducia, altrimenti impossibile,
le forze predisposte alla pianificazione e al controllo del sistema
economico continuano a fantasticare un mondo inesistente di equilibri
quasi perfetti che ci lascia con l'impressione di vivere già
in un mondo orwelliano.
Per riassumere,
il problema di fondo è che nel fissare o manipolare una variabile
si creano inevitabilmente degli di squilibri che presto o tardi
richiedono interventi sempre più estesi e diffusi a manipolazione
di altre variabili e a determinazione di altri prezzi. Ciò
è quello che probabilmente è avvenuto e continua ad
avvenire nel mondo reale con riferimento a un numero sempre più
ampio di variabili di mercato. I mercati stessi, di fronte a questa
intrusione, sembrano aver perso non solo ogni logica, ma anche la
loro fondamentale funzione: regolare correttamente la complessità
delle interazioni umane.
Benché
questo fenomeno sia percepito ancora in maniera lieve, ci troviamo
a nostro avviso già sulla soglia di un caos destinato a degenerare
verso un disordine crescente. Forse ancora non si nota, forse si
preferisce non notarlo, ma la baracca tenuta in piedi dai numerosi
interventi di sostegno fin qua realizzati manca delle fondamenta
per riuscire a sostenersi da sola. Qualunque sistema economico privato
di un libero mercato presto o tardi è destinato a cadere
davanti alle facce allibite dei propri manipolatori, alla stessa
maniera di come fracassò a suo tempo il sistema economico
sovietico, ritenuto, fino a qualche mese prima del suo tracollo,
stabile e ancora solido come una roccia.
Lo
Staff
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