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Interventi e manipolazione dei mercati

(30/06/02) Le banche centrali sono intervenute venerdì sul mercato dei cambi per contenere il deprezzamento del dollaro verso l'euro, ma soprattutto contro lo yen. L'intervento è stato confermato ufficialmente dalle tre banche centrali più importanti, la FED, la Banca Centrale Europea, e la Banca del Giappone.

Rilasciando dei commenti su un possibile deprezzamento del dollaro nei prossimi anni di circa il 30%, George Soros, l'uomo che 10 anni fa sconfisse sul mercato dei cambi la Banca d'Italia e la Banca d'Inghilterra, aveva aperto in mattinata la strada verso un ulteriore cedimento della valuta statunitense che a metà seduta perdeva consistente terreno sia nei confronti dell'euro, arrivato a un millesimo dalla parità (max di Eur/$ di 0.9990), che dello yen.

La Banca del Giappone era intervenuta in diverse occasioni già nelle ultime due settimane per cercare di arrestare l'apprezzamento della propria valuta nei confronti del dollaro, apprezzamento che frenerebbe le esportazioni e quindi l'apparente ripresa economica interna. Gli sforzi erano stati inutili e, in suo supporto, venerdì sono intervenute le altre due banche centrali. La manovra sembra essere stata relativamente efficace ma, temiamo, più per l'effetto psicologico esercitato sugli operatori che per un reale potere correttivo.

Possiamo estendere il discorso dell'intervento delle banche centrali ai mercati azionari. Anche se non ufficialmente dichiarato sono girate voci di acquisti della FED sul mercato azionario americano e in particolare su quello dei futures. Mercoledì 26, il nuovo scandalo legato a Worldcom, la seconda società di telecomunicazioni americana oramai prossima al fallimento, aveva fatto precipitare Nasdaq ed S&P 500 intorno ai minimi di settembre. Osservando l'azione di mercato del giorno stesso un intervento in tal senso sembrerebbe molto verosimile se non quasi una certezza.

Gli operatori, notando la tenuta degli indici sui livelli di settembre, sono intervenuti con fiducia prevalentemente sul lato dell'acquisto, spingendo al rialzo gli indici anche nei due giorni successivi. Il Dax, l'indice azionario tedesco, in tre giorni è riuscito a rimbalzare di oltre il 10% dai minimi toccati mercoledì.

Un altro sostegno al mercato è arrivato anche dal classico effetto "mark up" di fine trimestre ad opera degli investitori istituzionali, il cui interesse a far figurare nei propri report periodici performance lievemente migliori di quelle realizzate ha generalmente l'effetto di sollevare i corsi dei titoli più significativi.

Infine una considerazione sul mercato dell'oro. Quale spinta più forte per il prezzo del metallo giallo che un deprezzamento violento del dollaro, passato in pochi giorni da 0.94 a 0.99 contro l'euro, e il crollo contemporaneo delle borse? Eppure nell'ultima settimana, nei momenti di massima crisi, l'oro non è riuscito ad andare oltre i massimi dei primi di giugno, mostrando una chiara debolezza soprattutto proprio durante le ore della sessione americana, e stranamente proprio in chiusura del mercato dei futures. Questo mentre altre commodities, rame, cacao, soia, frumento, pork bellies mostravano invece notevole forza, raggiungendo nuovi massimi.

Quale quadro salta fuori da queste osservazioni? A nostro avviso, quello che sta succedendo sui mercati internazionali equivale a livello di geofisica a un movimento significativo di placche tettoniche. In altre parole siamo entrati chiaramente in una fase di enormi smottamenti finanziari che preoccupa seriamente le banche centrali, stimolandone l'azione diretta.

Per quanto le autorità possano intervenire, le forze in gioco sono difficilmente contrastabili e più forti di qualunque operatore istituzionale. Niente può frenare i movimenti di capitale odierni, gli interventi delle autorità monetarie risultano sempre più temporanei e, svanito l'effetto psicologico, accelerano il processo in corso, particolarmente in un periodo come quello attuale dove, terminati i circoli virtuosi resi possibili da un ciclo di espansione economica, i nuovi circoli viziosi in essere potrebbero aprire la spirale definitiva verso un collasso di sistema senza precedenti storici.

Le conseguenze possono quindi essere rimandate ma, a nostro avviso, tendono ad essere inevitabili. Generalmente sui mercati finanziari, proprio grazie a quegli interventi, il terremoto non è immediata conseguenza dello smottamento ma arriva piuttosto come l'esplosione di un vulcano relativamente tranquillo, che però non ha mancato di dare i primi segnali di avvertimento.

Gli interventi ufficiali o sospetti osservati in questi ultimi giorni sembrano avere sortito l'effetto desiderato. Questo è indubbiamente lo stato dei fatti alla chiusura dei mercati di venerdì 28 giugno. Ma quanto conseguito rimane secondo noi un risultato solo di breve termine. La "tempesta finanziaria" che sembra oramai sul punto di abbattersi sui mercati finanziari sta solo raccogliendo le forze necessarie per scatenare il peggiore incubo di qualunque autorità di governo e monetaria: la perdita totale di controllo degli aggregati macroeconomici e delle variabili di mercato.

Un disastro che trae origine proprio dagli stessi interventi (o manipolazioni, a seconda di come le si giudichino) attuati nel passato. Gli interventi a cui abbiamo assistito in questi giorni sono in fondo solo gli ultimi di una lunga serie che, nel corso di diversi anni, ha contribuito a creare enormi squilibri nei sistemi economici, da cui le condizioni attuali di estrema instabilità.

Le politiche monetarie e i troppi salvataggi finanziari realizzati negli ultimi anni hanno infatti stimolato nei sistemi economici più avanzati il cosiddetto fenomeno di MORAL HAZARD.
In altre parole i consumatori, gli investitori e gli operatori di mercato come conseguenza di quelle azioni di intervento hanno assunto rischi e comportamenti che vanno al di là di una sana ed equilibrata allocazione e gestione delle proprie risorse.

Nel lungo periodo i danni economici potrebbero essere enormi e sicuramente maggiori dei benefici di cui le economie hanno finora goduto. Non solo, la bolla speculativa, operando un iniquo trasferimento di ricchezza sia a livello interno che internazionale, potrebbe avere presto ripercussioni di natura sociale. Secondo certe fonti quasi la metà degli americani disporrebbero di un net asset (attività - passività) di appena 1000$, una cifra molto esigua che, in caso di recessione, rischia di mandare in fallimento milioni di famiglie e creare delle condizioni di elevata instabilità sociale.

Non tutti i mali economici si curano con massicce iniezioni di liquidità nel sistema o con interventi manipolatori delle variabili economiche. Di sicuro tali ricette non sembrano affatto indicate per favorire dei boom economici più virtuali che reali.

Forse, in un prossimo futuro, sarà proprio questo l'insegnamento più importante sia per le autorità monetarie che per la ridefinizione dei compiti di supervisione e controllo delle attività dell'intero sistema economico e finanziario.

30 Giugno 2002

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