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Il quadro generale sull’economia

(24/09/02) Mentre la maggior parte degli ominidi finanziari continua a concentrarsi sulle decine di dati statistici giornalieri di infima rilevanza o sui rally di mercato di puro trading (che vanno dalle poche ore alle 10-12 settimane e che inevitabilmente si esauriscono e sono seguiti dal raggiungimento di nuovi minimi) cercando di trovare un puntello (ahimè inesistente) alle proprie tesi impossibili di ripresa economica, la visibilità del quadro generale rimane loro totalmente appannata.

Negli ultimi due anni, come conseguenza di questa miope visibilità, i predicatori della ripresa economica sono stati costretti a rimandare di trimestre in trimestre le loro ottimistiche previsioni, con il risultato che anche la ripresa prevista per la seconda metà del 2002 appare oramai lontana e comincia a essere posticipata, per l’ennesima volta, di qualche altro trimestre. Forse nel 2003, forse nel primo trimestre del 2004. Intanto gli investitori che da inizio gennaio sono rimasti appesi all’investimento azionario sulla base di quelle ottimistiche e assurde previsioni si ritrovano oggi con perdite piuttosto consistenti che mentre scriviamo ammontano nell’ordine:

 
da 1/1/2002
da max storico
Dow Jones:

-23%
-33%

S&P 500:
-28%
-47%
Nasdaq:
-39%
-77%
Dax30:
-45%
-65%
Cac40:
-41%
-60%
Footsie100

-30%
-47%
Mib30:
-33%
-65%

Ovviamente non avendo a disposizione alcuna sfera di cristallo non siamo di grado sapere la data di partenza del nuovo ciclo economico espansivo, tuttavia, coerentemente al quadro generale che avevamo esposto con la nostra analisi macroeconomica di dicembre 2001, possiamo affermare che i presupposti di questa ripresa sono ancora oggi ben lontani dall’assumere una forma che vada oltre l’impalpabilità tipica delle effimere speranze.

Addirittura non possiamo fare a meno di osservare come, rispetto ai tempi in cui quell’analisi fu elaborata, il quadro generale che continua a sfuggire (forse volontariamente) agli ominidi finanziari sia di gran lunga peggiorato.

Le borse, appesantite da perdite medie del 30-35%, riflettono sicuramente questo aggravamento, ma a nostro avviso non come dovrebbero (come del resto non rispecchiavano la situazione reale un anno fa) sia perché sembrerebbero essere (specialmente quelle americane) secondo molti criteri ancora estremamente sopravvalutate, sia perché il grado di compiacenza, ovvero di ottimismo, è ancora molto alto e ben lontano da quella consapevolezza forzata, della quale parlammo tempo fa, che necessariamente pone fine a un mercato bear di natura non strettamente correttiva bensì secolare (nell’accezione inglese di lunga durata) come quello in corso.

Cerchiamo quindi di riassumere, come al solito con riferimento all’economia americana, quale siano i punti chiave del quadro generale che di fatto impediscono e continueranno a impedire la vera ripresa economica, ma che non potranno impedire forse lo sviluppo di altre fasi di delirio collettivo e miraggio di massa come quella indotta artificialmente e verificatasi tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002:

- il livello di indebitamento. Ogni rallentamento, come ogni recessione, ha il ruolo primario di assorbire gli eccessi del ciclo espansivo che l’hanno preceduto. Nel lunghissimo periodo che va dal 1982 al 2000 essi sono stati favoriti principalmente dall’abbondanza di moneta e di credito e si sono tradotti appunto in una accumulazione eccessiva di debito. Dopo circa 2 anni e mezzo dai massimi delle borse, il livello di debito del sistema non è affatto diminuito anzi, grazie all’enorme liquidità favorita dal master di tutte le bolle, quel debito è aumentato ulteriormente componendo uno schema di ponzi di devastanti proporzioni;

- le distorsioni nei movimenti dei capitali. I capitali indispensabili agli eventuali investimenti necessari per una sana ripresa economica di lunga durata sono stati bruciati nella più grande bolla speculativa di tutti i tempi e continuano ad affluire attualmente nel finanziamento della bolla del debito (quello pubblico in primis). I banchieri centrali dovrebbero aborrire le bolle azionarie forse più dell’inflazione stessa, perché conducono a un flusso autodistruttivo di capitali e di risparmi verso investimenti non produttivi (in particolare come sembra oramai chiaro, quelli realizzati dalle società di telecomunicazione e internet);

- la congiuntura che sembra colpire contemporaneamente le tre aree economiche più forti del pianeta: USA, Giappone ed Europa. Se la crisi giapponese post-bolla si è protratta in una stagnazione economica di 12 anni senza portare alla depressione (come avvenne negli USA nel post-bolla del 29), ciò è dovuto prevalentemente al sostegno del boom sperimentato in America e in Europa. Ora, se consideriamo che la bolla si è alimentata con i capitali e i risparmi di mezzo pianeta (distruggendoli), il post-bolla americano non dovrebbe riuscire a trovare il sostegno di altre grosse aree economiche o di aree economiche inferiori. Ancora peggio, quella distruzione di risorse, identificabile politicamente in una sottrazione indebita per quanto indiretta, sta mettendo a rischio tutti i paesi legati all’area dollaro (e non solo) ed è suscettibile di innescare una serie di ripercussioni a boomerang sulla locomotiva stessa dell’economia mondiale.

Difficile trovare vie d’uscita indolori a questa situazione. Abbiamo già ripetuto diverse volte che le bolle non si possono curare, bisogna solo cercare di prevenirle con tutti i mezzi. La recessione oramai è inevitabile e la cura, adesso che la prima bolla è scoppiata, non potrà che essere drammatica.

Come vedremo meglio con l’articolo successivo, il punto fondamentale è lasciare che la recessione svolga il proprio compito primario di forte ridimensionamento del debito in essere e quindi dei consumi che hanno distorto i fattori produttivi e anche la distribuzione mondiale di ricchezza. Ciò comporterà in modo inevitabile la rinuncia al mondo del bengodi di cui, soprattutto negli USA, si è goduto ampiamente nel corso di un boom economico che non ha precedenti storici, non tanto per creazione di ricchezza reale (sicuramente inferiore a quella di altri periodi storici, perlomeno come crescita reale del GPD) quanto di ricchezza fittizia basata principalmente sull’illusione monetaria.

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