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Il vero rischio che stanno correndo le economie

(3/10/02) La scelta di uscire dal mercato azionario con un orizzonte temporale di medio lungo termine sarebbe stata due/tre fa anni una ottima strategia a difesa dei propri risparmi. Ovviamente quasi nessuno la consigliava. Anzi negli due ultimi anni si è continuato a sollecitare largamente l’acquisto di azioni.

Dopo i primi segni di cedimento delle borse, vendere gli indici azionari allo scoperto e restare corti (sell and hold) sarebbe stata una strategia di “investimento” molto profittevole. Chi lo ha fatto non deve assolutamente preoccuparsi dei movimenti di breve termine come i rally di due giorni fa. Può vivere sereno e tranquillo, in attesa che il peggio sia passato, al pari di colui che nel 1982 decise di comprare azioni per il lungo termine (buy and hold) e che per quasi venti anni è stato premiato al di là di ogni migliore aspettativa.

Dal 1980 l’acquisto di titoli di stato (in particolare di quelli a lunga scadenza) ha rappresentato una buona strategia di investimento a medio lungo termine (buy and hold) in grado di garantire delle ottime cedole fissa (all’epoca superiori anche al 15%) in un ambiente caratterizzato da un trend di tassi discendente.

Non sappiamo né quando né come, ma presumibilmente anche questa seconda strategia di investimento rivelatasi vincente per un lungo periodo di 22 anni (contro i 18 dell’equity) potrebbe rivelarsi presto una pessima scelta da evitare con la massima cura e per un periodo di tempo piuttosto significativo. Essa andrà magari sostituita con una vendita allo scoperto dei benchmark
di lungo periodo da mantenere in portafoglio per un orizzonte di medio lungo termine (sell and hold).

In un ambiente finanziario come quello che si è venuto a profilare con lo scoppio della bolla dell’azionario e in mancanza di accesso a strumenti sofisticati sarebbe stato opportuno vendere ogni attività finanziaria con alto profilo di rischio, mantenendo un portafoglio estremamente liquido: contanti sul conto corrente e strumenti a breve termine. Crediamo che questa sia una strategia di base valida ancora oggi e ci auguriamo che, ai fini della difesa del capitale e del risparmio, possa funzionare anche in futuro e fino al termine della tempesta finanziaria in corso.

Sfortunatamente, nel peggior scenario che andremo a delineare più avanti, persino il contante potrebbe arrivare a perdere la maggior parte del proprio valore. In tal caso, e nell’arco di un periodo di tempo relativamente breve, le banconote finirebbero col prestarsi più all’uso di stravagante carta da parati che alla funzione di riserva stabile di valore.

Una precisazione prima di continuare: ciò che segue non viene detto per sventolare un gratuito catastrofismo, vorrebbe invece fornire quello che a nostro avviso è un quadro realistico delle cose e dei rischi reali a cui il sistema economico mondiale sta andando incontro con una consapevolezza degna di un bambino nell’atto di infilare le dita nella presa della corrente elettrica.

Liquidare senza alcuna attenzione le considerazioni che seguono servirà forse a mantenere ben salde le proprie ottimistiche speranze, ma non contribuirà a valutare seriamente i rischi di sistema che vengono invece sottostimati dai media. Chi ci considerava dei deliranti catastrofisti nell’agosto del 2000, quando vedevamo il Nasdaq tornare entro breve a 2000 punti, forse ne sa qualcosa. Lo stesso possiamo dire per chi da inizio anno ha cominciato a leggerci e parallelamente ha visto andare in fumo il 35% del valore delle borse, STRANAMENTE contro tutte le rosee previsioni che a fine 2001 venivano fatte passare per serie analisi economiche.

Al di là di tutte le chiacchiere in merito ad una imminente ripresa economica che ancora oggi vengono profuse ci sono dei punti saldi che ci teniamo a fissare ancora una volta.

Innanzitutto nessuna ripresa economica in grado di dare vita a un nuovo lungo mercato bullish sarà di fatto possibile fino a quando la maggior parte dei debiti presenti nei sistemi economici (e in particolare in quello americano) non saranno stati ripagati e i bilanci complessivi di individui, società e Stati sovrani non saranno stati ripuliti e risanati da tutti gli eccessi accumulati negli ultimi 20 anni.

Fino ad allora i mercati azionari potranno rimbalzare come successo due giorni fa, potranno farlo per poche ore o per alcune settimane come succede da due anni a questa parte, tuttavia in una prospettiva di medio lungo termine ogni rimbalzo rappresenta niente altro che un’opportunità per smobilizzare con minor danno i propri investimenti azionari (con tutte le eccezioni legate a singoli settori o singole società);

La condizione di cui sopra identifica un processo assolutamente necessario che, a questo punto dati gli squilibri in cui versano i macro aggregati economici, NON potrà NON essere indolore. Lo scenario migliore in cui si possa ragionevolmente sperare è un lungo periodo di stagnazione economica.

Lo scenario peggiore ha invece probabilità di realizzarsi che al momento riteniamo più elevate di quelle associate alla ripresa economica tanto propagandata, probabilità che aumentano col passare del tempo e con il parallelo ingigantirsi dei problemi alla base del sistema economico mondiale (debiti e crediti) e di quelli, ancora ben più gravi, del sistema economico americano. Tale scenario si condenserebbe in una depressione economica ben più grave di quella degli anni trenta ed estesa a livello mondiale, con tutti i pericoli di instabilità sociale che potrebbero derivarne.

La festa è finita due anni e mezzo fa. Chi si ostina a non accettarlo nega la storia e l’esperienza storica di altri periodi analoghi. Le luci si sono spente, la musica, ovvero il canto delle sirene che ha attratto milioni di investitori nella più grande bolla speculativa della storia, continua ancora a essere diffusa (per quanto oramai risulti stonata anche alle orecchie del peggior “musicofilo”), e coloro che sono stati guidati nel più insano stato di ubriachezza e confusione economica stanno procedendo a tentoni, nel buio più completo, in cerca di una indolore via d’uscita.

Tutto quello che riescono a trovare, tuttavia, sono ancora più droghe e alcolici, distribuiti generosamente (ma con un caro hidden-cost che emergerà in futuro) da chi ha organizzato e diretto la festa sotto la coordinazione del Cavaliere Comandante dell’Impero Britannico, alias Alan Greenspan, il maestro di tutte le bolle finanziarie ed economiche.

Il sistema economico così come è strutturato adesso (e cioè prevalentemente sulla continua creazione di credito e assunzione di nuovo debito) non può permettersi una recessione significativa, il cui compito tradizionale è sempre stato quello ripulire il sistema dagli squilibri dei macro aggregati. E’ per questo che si sta cercando di evitare la recessione a tutti i costi: essa rappresenta un lusso che le economie non possono più permettersi. C’è il rischio concreto, infatti, che una eventuale recessione possa spingere gran parte delle ricchezze fondate sull’illusione monetaria in una spirale distruttiva. L’unico mezzo a disposizione per impedire il peggio rimane la somministrazione a oltranza di una cura (la discesa dei tassi) i cui ingredienti (i crediti), paradossalmente, stanno alla base di tutti gli eccessi e quindi all’origine di tutti i problemi (i debiti) che pesano sull’economia reale.

Il dilemma è inevitabilmente circolare e non ha soluzione indolore se non l’abbandono definitivo dello schema di Ponzi, ovvero del ricorso, secondo una curva di crescita esponenziale, a nuovo debito in sostituzione del debito giunto a scadenza più gli interessi maturati. Una uscita che si rivelerà tanto più lunga e difficile quanto più sarà ordinata, e tanto più catastrofica ma risanatrice quanto più sarà rapida.

In sostanza il rischio maggiore, il worst-case scenario che si sta profilando all’orizzonte, è la bancarotta congiunta dei principali paesi industrializzati. Uno scenario che potrebbe portare alla crisi del sistema monetario e quindi alla massiccia implosione delle valute esistenti che di fatto, non essendo garantite e sostenute da alcun asset reale, sono indifendibili da qualunque banca centrale.

La conseguenza immediata di questo scenario sarebbe la vaporizzazione della maggior parte dei risparmi incorporati nella moneta cartacea e negli asset finanziari, a cui seguirebbe per esperienza storica una elevatissima instabilità sia economica che sociale.

Al di là di tutte le chiacchiere da bar (portate avanti anche dai presunti esperti) sulla impossibile ripresa economica questi sono i rischi reali che chi gestisce l’economia non può, a questo punto del processo, non aver preso in seria considerazione, ma di cui non può parlare per non favorire e far scattare il panico. Come dimostra l’esperienza storica, infatti, quel panico si tradurrebbe inevitabilmente e senza scampo in un automatico e rapido realizzarsi dello scenario temuto (classico esempio di aspettative self-fulfilling).

L’unica maniera per rimandare il crash (senza la garanzia di riuscire a evitarlo) è spingere i tassi progressivamente verso lo zero percento (come si è fatto in Giappone e si sta facendo adesso negli USA), cercando di sostenere il più a lungo possibile lo schema di Ponzi del debito, nell’attesa forse di un miracolo economico ma con il rischio crescente che la via d’uscita assuma, per intervento di un fattore non controllabile, quei caratteri di rapidità e quindi di accelerazione altamente distruttiva.

Nessuno almeno fino ad oggi è mai riuscito nell’impresa, i miracoli economici non fanno parte dei libri di storia. Potrebbe forse riuscirci Greenspan? Noi lo dubitiamo fortemente.

Infine, l’ultima considerazione. In uno scenario limite di questo genere, il ritorno al gold standard, magari affiancato dal silver standard in un sistema monetario bimetallico, potrebbe forse rappresentare il punto d’approdo della crisi oltre che la sua permanente soluzione (per quanto troppo tardiva) in grado di restituire ai cittadini le proprie libertà economiche e il diritto democratico ad avere un mezzo (non tanto il migliore a livello ideale, quanto piuttosto il migliore tra quelli già sperimentati) per poter conservare nel tempo il prodotto del proprio lavoro e quindi il valore dei propri risparmi.

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