| (9/10/02)
L’economia post bubble sta mettendo in crisi la maggior parte
dei modelli di investimento degli ultimi venti anni. Siamo dell’idea
che lentamente la crisi comincerà a mettere in discussione
anche molti modelli economici e infine sottoporrà a dura
prova qualcosa di più profondo che riguarda da vicino l’individuo
e l’ambiente nel quale opera.
Il crollo di colossi che sembravano destinati a reggere
qualunque recessione ciclica in virtù del loro stato di leader
del mercato è sorprendente. Prendiamo ad esempio Cisco. Cisco
ha perso in due anni e mezzo il 90% del proprio valore. Da 80 dollari
è scesa fino a toccare ieri gli 8.16$. Coloro che, entrati
nella fase finale del mercato bull, avessero rispettato gli insegnamenti
appresi nei 18 anni precedenti (primo fra tutti: investire per il
lungo termine) si troverebbero a sostenere oggi, in caso di smobilizzo
dell’investimento, perdite che non osiamo neanche immaginare.
Nel loro complesso queste perdite raggiungono oltre mezzo trilione
di dollari (520 B di $). A tanto ammonta la capitalizzazione andata
bruciata con la sola Cisco. Quasi quello che quotava l’intera
Borsa Italia a inizio anno 2002 (592 B di euro).
Siamo sicuri che se è difficile digerire una
perdita in conto capitale di oltre il 50% (per recuperare la quale
serve un rialzo del 100%) non è neanche facile accettare
l’idea di avere lasciato al mercato profitti fino a due anni
fa indubbiamente straordinari. Chi tra il 93 e il 94 avesse investito
10 mila dollari in azioni Cisco all’equivalente odierno, post
split, di 1 dollaro (10 mila azioni), avrebbe potuto liquidare l’investimento
nel 2000 per un controvalore di oltre 700 mila dollari, mentre oggi,
nel rispetto della strategia “BUY & HOLD”, si dovrebbe
accontentare di un valore di mercato di “appena” 85
mila dollari. Psicologicamente, nonostante l’ottimo guadagno
ancora disponibile (75 mila dollari su un investimento di 10 mila),
si tratterebbe di una perdita virtuale assai frustrante. Qualora
lo stesso investitore avesse comprato lungo la discesa (seconda
regola: accumulare nelle fase di storno) si ritroverebbe forse con
un valore complessivo pari o inferiore al valore di partenza dell’investimento.
Il mercato è riuscito quindi, in soli due
anni e mezzo, a coprire di ridicolo certi modelli di investimento
che avevano funzionato ininterrottamente per quasi 20 anni e che
ancora, come abbiamo modo di osservare tutti i giorni, continuano
a essere sbandierati senza ritegno dai sostenitori della imminente
ripresa economica. Costoro farebbero meglio a studiare a fondo i
fenomeni che rientrano sotto l’espressione “BOLLA SPECULATIVA”
e tutti i loro effetti collaterali. Tramite un motore di ricerca
internet potranno accedere, ne siamo sicuri, a una quantità
di materiale praticamente illimitata.
Nella duplice dimensione spazio temporale rappresentata
dai grafici i mercati sono, a nostro avviso, ancora molto lontani
dal fondo intorno al quale si formerà la base del nuovo mercato
bull di lungo periodo. Indubbiamente cominciano a presentarsi molte
opportunità di investimento con bassi profili di rischio
ma la maggior parte dei titoli azionari deve ancora ritrovare il
giusto ridimensionamento. Basti guardare a tutti i titoli del Dow
Jones su un grafico ad estensione ventennale per comprendere visivamente
un paio di cose, ovvero che:
- i rischi e i margini di downside ancora in gioco
sono enormi;
- il percorso seguito da Cisco potrebbe facilmente toccare a tanti
altri titoli (non tecnologici) che finora si sono salvati dalla
carneficina.
Il Dow Jones non è stato affatto estraneo
al fenomeno della bolla speculativa. Anzi ne è stato il primo
vero beneficiario. Credere che possa trovare il fondo su questi
livelli, a meno del 50% di storno dai propri massimi, con una economia
ancora piena di enormi squilibri che non accennano a diminuire ma
che anzi continuano ad accumularsi, è una pretesa che si
nutre più di speranze che di ragionevoli ipotesi. Tutto ovviamente
è possibile, ma le probabilità, basate anche sull’esperienza
storica, non sembrano favorire affatto gli scenari ottimistici che
da due anni vengono propagandati con troppa leggerezza.
L’investimento azionario è in ogni caso
un fenomeno che ha coinvolto tanti ma non tutti. Ci sono fallimenti
che a nostro avviso vanno oltre i modelli di investimento e che
riguardano invece la totalità degli attori economici. Ne
abbiamo già parlato trattando di libertà economiche.
I fallimenti in questo campo sono a nostro avviso ben più
gravi e si pongono in qualità di causa rispetto ai disastrosi
investimenti azionari.
Essi trovano le basi e un terreno fertile prevalentemente nell’estesa
ignoranza in materie economiche che ha coinvolto sia promotori che
i recettori della bolla speculativa e di cui il titolo di cavaliere
assegnato a Greenspan rappresenta indubbiamente la quintessenza.
I numerosi appelli in corso rivolti all’intervento
del governo e della banca centrale per sostenere e per rilanciare
l’economia (in seguito per intervento governativo assumeremo
indifferentemente l’intervento del primo o della seconda)
rappresentano chiaramente tutte le debolezze di una economia incapace
di reagire e di prosperare con le proprie forze.
Quello che la crisi in corso arriverà a dimostrare
pienamente sarà che l’intervento del governo in certe
situazioni non può fare nulla per salvare le economie dai
propri naturali riassestamenti. La crisi, forse, arriverà
a dimostrare proprio il contrario e cioè che quell’intervento
è in grado di peggiorare le cose fino a portare alla catastrofe
finanziaria. In Giappone, dove il post bolla sta avanti di ben 10
anni rispetto all’economia USA ed europea, il fenomeno è
già visibile e sta assumendo contorni alquanto preoccupanti.
Se nel passato gli interventi governativi hanno funzionato
senza causare particolari sconvolgimenti economici le probabilità
che adesso vadano incontro a un terribile fallimento sono molto
più elevate di qualunque altra situazione e sono dovute principalmente
all’inefficacia delle due leve utilizzate: quella monetaria
e quella fiscale.
Con riferimento alla prima sappiamo già che
la politica monetaria è la fonte stessa della bolla e dei
problemi attuali. Pensare che essa possa risolverli è una
assurdità che, dopo 11 tagli dei tassi di interessi e una
disastrosa performance delle borse, dovrebbe già essere chiara
a molti. I numerosi appelli a tagli ulteriori (per quanto sempre
più limitati) che alimentano tuttora le speranze di ripresa
economica, di fatto dimostrano quanto quell’assurdità
sia ancora compresa da poche persone.
Con riferimento invece alla leva fiscale, gli Stati
non si sono mai trovati di fronte a una seria crisi economica sotto
il giogo di debiti pubblici così elevati come quelli attuali.
Se riprendiamo il concetto alla base del debito pubblico, esso rappresenta
niente altro che la sommatoria dei prelievi fiscali rimandati nel
futuro. L’utilizzo della leva fiscale per stimolare l’economia
non farebbe altro che incrementare quella sommatoria gravando il
sistema di un peso destinato, presto o tardi, a rivelarsi insostenibile.
Il salvataggio governativo si pone quindi come un
altro dei tanti dilemmi economici senza facili vie d’uscita.
Tuttavia, a nostro avviso, è l’intervento governativo
in se stesso a rappresentare il vero enorme problema delle economie
occidentali (cosiddette liberali). Sotto le diverse apparenze di
liberalismo le ultime decadi di gestione economica hanno di fatto
condizionato e limitato enormemente le libertà economiche
reali degli individui. L’analfabetismo economico-finanziario
rende questo fenomeno ancora poco percepibile ma di fatto esso ha
trovato ampia diffusione e la crisi arriverà presumibilmente
a mostrarlo nella sua interezza.
I principi costituzionali dei padri fondatori degli
Stati Uniti d’America affidarono il perseguimento delle libertà
economiche agli individui stessi e alle forze del libero mercato.
Affinché ciò fosse realizzabile essi decisero di limitare
il più possibile l’intervento del governo soprattutto
tramite un solido sistema monetario.
Principi che col tempo sono andati quasi del tutto perduti. L’apparenza
porterebbe a pensare altrimenti tuttavia l’ingerenza dello
stato e della banca centrale nelle materie economiche è diventata
progressivamente così ampia che di fatto, negli ultimi venti
anni, i due poteri hanno rappresentato le forze principali in grado
di alimentare e sostenere il boom economico. La creazione del più
imponente eccesso di credito e moneta e l’accumulazione del
più grosso prelievo fiscale differito nel tempo rappresentato
dal debito pubblico, che sono alla base di quelle forze, si sono
tradotti in un boom in larga parte artificiale e fondato sul fenomeno
di illusione monetaria.
I richiami agli interventi governativi a cui stiamo
assistendo in misura crescente e parallela alla discesa delle borse,
continuano quindi a negare sia la capacità intrinseca del
sistema di prosperare sulla base delle proprie dinamiche naturali
sia la volontà stessa degli operatori economici privati di
lasciare alle leggi del libero mercato le decisioni finali in merito
ai processi produttivi.
Ed Bugos in un recente articolo
ha scritto: “una economia di libero mercato è fondata
sulla proprietà privata, sulla produzione anarchistica
e sulla sovranità del consumatore nel determinare la produzione”.
Il punto chiave, egli continua, è cercare di capire se l’economia
stia producendo ciò che decide il mercato o ciò che
decide il governo.
La crisi sta rivelando che l’economia, e in
primis quella americana, ha prevalentemente prodotto, negli ultimi
anni, non ciò che stava DECIDENDO il mercato, sulla base
delle proprie forze genuine e naturali, ma ciò che stava
CHIEDENDO il consumatore sia sulla base della più grossa
bolla del credito mai creata che in virtù dell’enorme
quantità di prelievo fiscale differito nel futuro.
L’esempio migliore di questa sfuggente e mostruosa
pianificazione che delimita e distorce di fatto gran parte delle
libertà economiche individuali è la housing bubble.
Il massiccio stimolo all’indebitamento, realizzato attraverso
il drastico abbassamento dei tassi, sta spingendo da diversi anni
acquirenti sempre più marginali in un acquisto altrimenti
impossibile. Inutile ripetere in dettaglio i rischi impliciti in
questo fenomeno dai connotati altamente speculativi. Sono gli stessi
emersi con lo scoppio della bolla speculativa dell’azionario
che ha distrutto miliardi di dollari (siamo a oltre 8 trilioni di
dollari solo negli USA).
Si noti bene che la generale bolla del credito è
stata favorita indiscriminatamente tanto dalle politiche monetarie
(degli ultimi 7-8 anni) che dalle politiche fiscali (degli ultimi
20 anni, almeno) laddove queste ultime, nella loro vera sostanza
di prelievo fiscale differito nel tempo, rappresentano di fatto
un vero e proprio credito a favore del sistema nel suo complesso.
La risoluzione della crisi in corso apre sicuramente la strada a
moltissimi scenari. Siamo dell’opinione, tuttavia, che solo
una riorganizzazione tesa a ripristinare le forze naturali del libero
mercato e la loro massima indipendenza dall’intervento governativo,
potranno mettere le basi per una nuova sana ripresa economica e
un nuova filosofia di crescita, veramente globale e non limitata
a quei paesi che sono stati in grado di sfruttare abilmente la bolla
del credito (in primo luogo proprio gli Stati Uniti) secondo i propri
interessi e a favore delle proprie moneta di carta.
Il cammino delle economie verso il raggiungimento
di questi obiettivi (che ci auspichiamo ma che non sono garantiti
a priori) sarà senza dubbio difficile e potrebbe presentare,
lungo il proprio percorso, uno dei più grossi stravolgimenti
socio-economici dell’ultimo secolo.
Lo staff
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