| (14/11/02)
I tassi di interesse americani, ai minimi degli ultimi 40 anni,
stanno mettendo in crisi una preziosa fonte di reddito dei pochi
risparmiatori americani, quella caratterizzata da bassi profili
di rischio e fornita dai rendimenti dei titoli di stato. Chi ha
investito qualche anno fa sulle obbligazioni di stato a tasso fisso
ha fatto sicuramente un ottimo affare, tuttavia, alla maturazione
dei titoli il rinnovo presenta per l’investitore una vera
e propria delusione. I tassi sono talmente bassi da offrire sulla
parte breve della curva rendimenti reali praticamente negativi.
Per riuscire a godere di un tasso reale di un paio di punti percentuali
l’investitore è costretto oramai a spostarsi sulla
parte lunga che presenta però un profilo di rischio non trascurabile,
specialmente in una situazione di elevata incertezza come quella
attuale.
Vediamo qualche grafico. L’inflazione ufficiale
è dell’1.5%, i T-Bill a 6 mesi offrono l’1.24%
mentre quelli a un anno l’1.41%. A due anni la curva sale
all1.85%.
CPI americano 1990-2002

fonte:bloomberg
Rendimento titoli di stato (T-Note) a 2 anni
fonte:bloomberg
Gli investitori con una buona propensione al risparmio
e una bassa propensione al rischio che volessero evitare i titoli
di stato di lungo periodo o la tempesta in corso sul mercato azionario,
sarebbero oggi costretti ad accettare tassi di interesse reali negativi.
Vediamo l’andamento dei tassi reali a partire dal 2000 offerti
dai T-Bill a 6 mesi e dai T-Note a 2 anni:
Rendimento reale dei T-Bill a 6 mesi: -23
basis points
fonte:bloomberg
Rendimento reale dei T-Note a 2 anni: + 35
basis points
fonte:bloomberg
Un investitore che disponesse di un milione di dollari
(in America l’illusione monetaria degli anni novanta ha creato
parecchi milionari) avrebbe visto il proprio reddito da capitale
vaporizzarsi nel giro di soli due anni.
All’inizio del 2000 i tassi a 6 mesi e a due
anni sfioravano il 7%. Su un milione di dollari gli interessi si
traducevano in un reddito annuo di tutto rispetto pari a 70mila
dollari. Oggi questo reddito è stato abbattuto quasi completamente
dalla politica monetaria di Greenspan: dai 70mila dollari si è
passati ai 12.4 mila dollari offerti dai T-Bill e ai 18 mila dollari
offerti dai T-Note, rispettivamente un calo dell’80% e del
73%. Per molti milionari americani con la prospettiva della pensione
una cifra insufficiente a sostenere l’attuale tenore di vita.
In ogni caso, e considerato il sistema nella sua
globalità, si tratta di un abbattimento complessivo del reddito
da capitale che giunge in un momento critico: le famiglie stanno
infatti esaurendo ogni fonte di reddito alternativa al lavoro reale.
Dato il tenore di vita del cittadino medio americano il solo reddito
da lavoro comincia ad essere insufficiente per mantenere i consumi
ai livelli attuali. Questa situazione innesca un circolo vizioso:
redditi più bassi portano a meno consumi che frenano l’economia,
ciò stimola altri licenziamenti che si traducono in un reddito
inferiore e quindi in un'altra contrazione della spesa.
E’ l’altra faccia della medaglia della
politica espansiva di Greenspan: da un lato essa distribuisce liquidità
che arriva ai consumatori sotto forma di credito, mentre dall’altra
toglie liquidità ai consumatori sotto forma di reddito. L’effetto
complessivo è quello di mettere le famiglie in crisi: negli
ultimi due anni il loro bilancio è peggiorato notevolmente.
Lo stato patrimoniale è caratterizzato da più debiti
e il conto economico da un reddito inferiore.
Non solo, la politica economica di Greenspan, continuando
ad abbattere la fonte di reddito da capitale derivante da asset
finanziari privi di rischio, ha spinto e continua a spingere gli
investitori alla ricerca di fonti di reddito alternative tramite
strategie di investimento che comportano rischi non trascurabili:
- la monetizzazione del valore della casa tramite
il rifinanziamento,
- lo spostamento sulla parte più lunga della curva dei titoli
di stato,
- l’investimento in azioni.
Monetizzare il valore della casa vuol dire assumere
ulteriore debito. In caso di discesa dei prezzi delle case e di
recessione economica, il peso di quel debito rischia di diventare
per molte famiglie insostenibile. In Giappone, dopo 10 anni dallo
scoppio della bolla immobiliare, siamo ancora in recessione e le
case hanno perso il 50% del proprio valore.
La parte lunga della curva è la più
sensibile alle variazioni dei tassi di interesse. Un rialzo dei
tassi potrebbe abbattere il valore nominale dei titoli. Per non
soffrire la perdita in conto capitale generata dalla vendita del
titolo l’investitore si ritroverebbe inchiodato in un investimento
con un basso rendimento, come già accaduto per molte obbligazioni
corporate.
I rischi legati al mercato azionario li conosciamo
benissimo. Dopo il terzo anno negativo per le borse, potrebbe seguirne
benissimo un quarto, soprattutto alla luce del recente rimbalzo
che ha riportato i prezzi degli asset azionari su quotazioni estremamente
sopravvalutate.
In sostanza la politica monetaria attuale inasprisce
e non diminuisce gli eccessi degli anni novanta. Essa ha l’effetto
di aumentare il debito già imponente del paese, di sollecitare
ulteriormente il consumo che distrugge ricchezza, di spingere le
famiglie verso l’assunzione di rischi sempre più elevati,
penalizzando dall’altra parte il reddito, i risparmi e gli
investimenti. Considerati gli squilibri che abbiamo a lungo esaminato
e che caratterizzano l’economia USA, questo stimolo rappresenta
in altre parole la ricetta ideale per il disastro economico e rischia
di tradursi in un autentico suicidio finanziario per l’intero
paese. Quello verso il quale gli USA sembrano andare incontro con
una inconsapevolezza che ci lascia davvero esterrefatti.
Lo staff
|