| (20/11/02)
La fiducia nel mercato continua a salire. La percentuale di professionisti
bull registrata da Merrill Lynch è al 69.2%. Il VIX, l’indice
di volatilità, è tornato invece su valori relativamente
bassi, di nuovo sotto i 30 punti. Periodo di calma. Il momento giusto
per riflettere ancora una volta e cercare di chiarire la situazione
reale che si nasconde dietro le percezioni attuali di scampato pericolo.
La facciata rassicurante, costruita in breve tempo
dai soliti noti, che ancora una volta tutto sia sotto controllo,
che l’economia abbia dei fondamentali solidi, che il percorso
verso la ripresa economica sia stato ristabilito, è destinata
ad essere demolita nel 2003 esattamente come accaduto nel 2002 con
riguardo alle euforiche aspettative di fine 2001. La sicurezza,
appena scalfita nei momenti di maggiore panico, che in fondo tutto
continuerà ad andare avanti come sempre senza grossi stravolgimenti
economici, domina ancora la mentalità degli investitori e
quel che è peggio quella dei money manager professionisti.
Sono passati venti anni dalla nascita del mercato
bull del 1982, anche di più se datiamo il fondo del precedente
ciclo recessivo al 1974. Qualsiasi persona sotto i 50 anni che opera
attivamente sui mercati finanziari ha vissuto in altre parole un
unico lungo mercato toro in cui ogni storno e persino ogni momento
di panico, compreso il crash del 1987, ha rappresentato niente altro
che una ottima occasione per comprare.
La capacità di spendere e consumare al di
sopra delle proprie possibilità di reddito future, sia da
parte delle famiglie che dei governi, ha obnubilato nel tempo la
capacità di adottare decisioni di investimento razionali,
propedeutiche a una crescita economica sana e sostenibile nel lungo
periodo. La bolla azionaria ne è stata la parziale dimostrazione
e le altre bolle in corso dimostreranno, nel prossimo futuro, il
fenomeno nella propria interezza.
La logica di base, nonostante due anni di mercato
bear e un crollo del Nasdaq di oltre il 75% dai massimi, è
la stessa che si è consolidata negli ultimi venti anni. In
queste ultime settimane molte azioni della vecchia bolla hanno attirato
gli speculatori in massa come ai “bei” tempi evidenziando
che il trading e la speculazione, più di altri fattori, sono
state le caratteristiche di fondo del rally attuale. Pigs are flying
again, i maiali sono tornati a volare, come chiosa qualcuno in inglese.
Eppure se la storia non è una favola per il
puro divertimento degli studenti, il minimo che ci si possa aspettare
dal prossimo futuro è uno stravolgimento economico e sociale
radicale. Il processo che interviene dopo le fasi di boom a cambiare
e rinnovare usi, mentalità, leggi e regolamenti, ancora non
è arrivato, nonostante l’evidenza empirica che lo scoppio
di una bolla speculativa, l’accumulazione di eccessi insostenibile
e la creazione di una ricchezza illusoria basata sull’esplosione
del debito siano sempre stati in passato molto favorevoli a tali
tipi di cambiamento.
In questo momento sono tre i dati di fatto che rendono
la situazione economica mondiale differente da ogni precedente storico
degli ultimi 20 anni:
- lo scoppio della bolla speculativa, di gran lunga
la più irrazionale e costosa di ogni tempo;
- lo scontro di civiltà che con gli eventi dell’11
settembre si è apertamente concretizzato in una guerra invisibile,
asimmetrica, di non breve durata e dai costi imprevedibili;
- la convergenza simultanea delle maggiori economie mondiali verso
un rallentamento suscettibile di precipitare in un ciclo fortemente
recessivo.
La liquidità è il punto di forza dei
mercati di oggi, dicono molti. Ed è infatti la troppa liquidità
che continua a sostenere il valore di azioni e obbligazioni. Nel
mercato azionario la liquidità viene fatta girare tra i differenti
settori in una rotazione da capogiro all’inseguimento della
performance migliore. Comparando obbligazioni ad azioni, e viceversa,
in maniera strettamente relativa ed esclusiva i flussi ruotano anche
tra i diversi tipi di asset cartacei rifiutandosi di abbandonare
valutazioni il cui rendimento non è invece adeguato ai rischi
assoluti impliciti nei tre fattori straordinari sopra citati.
La liquidità esistente non è niente
altro che un derivato dei crediti che alimenta nuovi debiti in un
circolo altamente vizioso. Essa si distrugge con i fallimenti ma
viene rimpiazzata da nuovi iniezioni grazie ai soliti meccanismi
che, messi in moto e stimolati dalla politica monetaria, moltiplicano
le partite di debito e credito in un crescendo oramai prossimo al
proprio apice. Essa è quindi allo stesso tempo il punto debole
dei mercati perché in ultima analisi confluisce senza interruzione
negli asset finanziari contribuendo a gonfiarli irrazionalmente
ed esponendo il sistema ad un rischio via via crescente e sempre
meno gestibile dalle autorità predisposte al loro controllo.
Molti elogiano il sostegno delle politiche monetarie
date ai mercati ma pochi si chiedono quali siano i costi ad esse
associate, chi li stia già pagando e chi li pagherà.
Se ancora essi non sono visibili chiaramente, questi costi di fatto
ci sono, sono elevati, e non tarderanno ad emergere nella propria
interezza. Quando investitori e famiglie se ne renderanno conto
forse sarà troppo tardi per prendere delle misure a difesa
dei propri risparmi e dei propri capitali.
La realtà è che nel contesto dei tre
fattori menzionati qualcosa è cambiato radicalmente e nessun
banchiere centrale e soprattutto nessun esercito potranno riaggiustare
i cicli economici virtuosi senza che prima i costi sostenuti in
passato siano stati pagati. Ogni sforzo attuale di rilanciare l’economia,
dietro le apparenze, tende ad alterare la solidità dei fondamentali
economici, oggi ben peggiori di quanto fossero due anni fa.
Fondamentali che continuano a preludere non tanto a una ripresa
economica come gli uomini della FED, quasi con disperazione e con
la monotonia tipica di un disco rotto, affermano quasi quotidianamente,
quanto piuttosto a un riassestamento sempre più scomposto.
La continua crescita dell’economia americana
è una crescita drogata e alimentata dal credito. Pur evitando
la recessione, essa continua a distruggere la base di ricchezza
reale per sostituirla con una ricchezza illusoria. Il pericolo più
grosso per l’economia americana si annida nell’imponente
massa di debito di sistema che ne gonfia in misura preoccupante
sia il flusso annuo di prodotto interno lordo che la ricchezza reale
considerata nella sua misura statica di patrimonio reale. La disillusione
sarà tanto più disastrosa quanto più a lungo
questo processo verrà sostenuto.
Se per aumentare la ricchezza reale di un paese
fosse sufficiente stimolare i consumi tramite l’aumento del
credito ogni paese della terra goderebbe facilmente di una prosperità
crescente e illimitata. Dati i problemi economici che affliggono
molti paesi la realtà dei fatti non è invece come
Alan Greenspan & Co. continuano a farci credere. Anche la superpotenza
americana trova dei limiti alla leva finanziaria applicabile al
proprio sistema. Senza essere accompagnata dalla crescita della
ricchezza reale la crescita finanziaria è destinata a ripiegare
su se stessa ed è suscettibile di portare al disastro. E’
quello che continuerà ad accadere in un prossimo futuro e
che ancora oggi, più che mai, dovrebbe spingere gli investitori
a sperare sì per il meglio, ma a prepararsi, economicamente
e finanziariamente, per il peggio onde evitare un dissesto che richiederà,
senza più altre alternative, sacrifici ai quali da lungo
tempo non si è più abituati.
Lo staff
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