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Sui motivi della crisi economica


(26/02/03) Nell'ambito di un sistema economico, i cui processi trovano una realizzazione spontanea e naturale, gli eventuali scompensi che possono emergere si risolvono raramente nei fenomeni di bolla e successivo crollo come quelli a cui stiamo assistendo. Ogni bolla del passato si è sempre alimentata di un fattore specifico, ovvero l'eccesso di credito, e le conseguenze sono sempre state economicamente disastrose. L'alternanza di fasi di espansione e di contrazione economica rappresenta una caratteristica (accettabile) del sistema capitalistico, ma l'alternanza di fasi di boom e bubble verso bust e depressione è riconducibile (inaccettabilmente) a una pessima gestione, e ad un ancor più disastroso controllo del credito di sistema. Esattamente ciò che stiamo vivendo da diverse decadi.

 

Il rallentamento economico attuale non è una coincidenza, come non è il risultato di tutte quelle cause (in realtà effetti) che a rotazione vengono forniti in pasto al pubblico per spiegare il crollo delle borse e le dominanti incertezze economiche. Il rallentamento è la ovvia conseguenza del limite raggiunto dalla precedente espansione economica. Tuttavia, il fatto che gran parte di questa espansione sia stata iperstimolata e abbia trovato di conseguenza una realizzazione artificiale grazie al ricorso massiccio del credito, rende il rallentamento attuale solo il preludio di una crisi economica le cui cause e origini sono imputabili esclusivamente alla irrazionale formazione di numerose bolle speculative (azionaria, del dollaro, immobiliare, tra le principali).

La crisi economica è quindi appena cominciata e non è affatto risolvibile nel giro dei prossimi sei mesi, come da tre anni continuano a predicare molti esperti. Supportati dalle previsioni della maggior parte delle autorità ufficiali essi vengono smentiti di volta in volta dai fatti e costretti quindi a rinviare di altri sei mesi le loro rosee quanto impossibili previsioni ottimistiche. Purtroppo, a causa di tutta una serie di interventi di sostegno che continuano a fare leva sull'utilizzo eccessivo del credito, gli scompensi strutturali che da tempo caratterizzano gli aggregati e le variabili economiche non hanno ancora avuto modo di riequilibrarsi. Qualcuno ha assistito a un drastico ridimensionamento del proprio portafoglio titoli, ma di fatto con la discesa delle borse degli ultimi anni, peraltro non ancora terminata, si è solamente smussato ciò che di tutti gli eccessi precedenti era solo il fenomeno più clamoroso ed evidente.

Le anomalie sempre più frequenti registrate dai mercati finanziari, di cui parleremo in dettaglio con il prossimo articolo, stanno emergendo come segnali chiari e precisi che qualcosa non funziona come dovrebbe. Esse preludono a una risoluzione forzata degli squilibri che probabilmente si concretizzerà tramite una serie di shock di prezzo suscettibili di interessare molte variabili economiche. Le pressioni esercitate dai mercati, a lungo contenute dagli interventi di salvataggio più evidenti (vedi le crisi che si sono succedute negli ultimi 15 anni) o più mascherati (gli interventi effettuati più in sordina), sembrano prossime a sfogarsi in tutta la loro potenza.

La legge della domanda e dell'offerta, che rappresenta la base del funzionamento di ogni mercato, nel lungo termine è più potente di qualunque banchiere centrale o governatore economico. Nel lungo termine, infatti, essa ha bisogno di ritrovare necessariamente i propri equilibri. Quelli che ancora mancano ai sistemi economici sia nella loro individualità che nel loro complesso.

Per quanto, ad esempio, gli sforzi di contenere le perdite dei mercati azionari ed evitare in tal modo qualsiasi situazione di panico abbiano trovato finora una realizzazione a dir poco esemplare, i danni potenziali da essi causati sono forse ben maggiori dei benefici ottenuti. La discesa è stata abilmente controllata e dosata ma con il risultato che molti investitori sono oramai ingessati nelle loro posizioni, mentre il mercato rimane ancora estremamente sopravvalutato e soggetto a un numero sempre più frequente di movimenti speculativi.

Come dimostrano anche le prime stime relative al mese di gennaio, gli investitori tendono da qualche mese a vendere azioni, non più a comprarle. L'uscita dall'investimento azionario tuttavia è ancora modesta: a gennaio, negli USA, sono stati riscattate quote di fondi azionari per appena 1 miliardo di dollari. Quel che sembra oramai chiaro è che tutti gli sforzi per richiamare gli investitori in borsa cominciano a non avere più effetti concreti. L'unico risultato visibile, d'altra parte, è che in attesa della ripresa economica, regolarmente rimandata di semestre in semestre, si è riuscito a far tenere agli investitori la maggior parte delle proprie azioni oramai in perdita.

I nuovi flussi di capitale continuano intanto a riversarsi sui fondi obbligazionari, +13 biliardi di dollari negli USA nel primo mese dell'anno corrente, spingendo i rendimenti verso nuovi minimi storici. La logica di asset allocation verso asset meno rischiosi è comprensibile ma comunque irrazionale. I tassi di interesse dovrebbero essere proporzionali al rischio di sistema e il rischio di sistema, sotto il peso di una massa di debito in termini sia assoluti che relativi senza alcun precedente storico è più elevato che mai. Un paradosso in via di esasperazione che deve ancora cominciare a trovare la propria risoluzione.

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