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(1/04/03)
Secondo le cifre riportate da Doug Noland nel suo ultimo,
e splendido, Credit Bubble Bullettin, gli stranieri hanno incrementato
negli ultimi cinque anni le proprie posizioni in asset finanziari
americani del 56%. In termini assoluti hanno aggiunto altri 2.7
trilioni di dollari raggiungendo un totale attuale di 6.3 trilioni.
Tre anni fa
era difficile immaginare gli sviluppi che hanno interessato l'economia
americana dal 2000 ad oggi. Ma le bolle hanno questa caratteristica
straordinaria: sono in grado di produrre evoluzioni imprevedibili.
Da una economia considerata inarrestabile e proiettata verso un'era
di prosperità illimitata, si è passati ad una economia di guerra,
stagnante, caratterizzata non più da una ma da molteplici bubble,
con fondamentali in peggioramento, numerosi deficit in forte crescita
e quasi fuori controllo. Gli investitori stranieri, sicuramente
increduli, hanno assistito al repentino mutamento senza correggere
le scelte fatte in passato e si ritrovano oggi invischiati in una
situazione che, anche causa della guerra e delle problematiche che
questa si trascina, sembra volgere al peggio .
Secondo i dati
del Fondo Monetario Internazionale raccolti da Brian Bloom ed esposti
nel suo recente articolo Dogma
vs Fact, nel dicembre del 2000 il valore del debito americano
in obbligazioni ammontava a 17,1$ trilioni di dollari, di cui due
trilioni in mano agli stranieri. Il mercato americano azionario
capitalizzava nello stesso mese 15,8 trilioni di dollari, di cui
1,7 in mano straniera.
Mercato
obbligazionario ed azionario si sono mossi negli ultimi tre anni
in maniera del tutto simmetrica. Mentre le borse hanno perso circa
8 trilioni in capitalizzazione, il mercato obbligazionario è cresciuto
per effetto della riduzione dei tassi di interesse compensando buona
parte di quella perdita. Se a ciò si aggiunge l'incremento di valore
delle case, il cui effetto ricchezza secondo altre stime recenti
aveva compensato da solo la perdita di valore del mercato azionario,
se ne deduce che la ricchezza complessiva e percepibile dall'investitore
americano è stata appena scalfita.
Stando ai dati
dell'Investor Intelligence disponibili presso il sito Shaeffers
Research, al 26 marzo 2003 la percentuale di consenso bullish
relativa al mercato azionario era pari al 47,8% contro un 33,3%
di consenso bearish. Guardando al grafico dei due indicatori compresi
dal 1994 ad oggi, si nota come dal 1995, anno di inizio dell'ascesa
esuberante dei mercati, si siano formate due parabole chiare e nette.
La prima, quella del consenso bullish, di natura concava, con un
massimo disegnato tra il 1999 e il 2001 all'interno del quale si
colloca, non a caso, il top del mercato bull. Attualmente questa
curva si trova nella fase discendente ma è ancora molto lontana
dal raggiungere i minimi iniziali del 1994 pari a circa il 23%.

La seconda,
quella bearish, di natura convessa, tendenzialmente simmetrica alla
prima, anche se più schiacciata e appiattita su una lunga base che
ne rappresenta il minimo. Il consenso ribassista nonostante tre
anni di mercato bear deve ancora sollevarsi verso la fascia più
alta nella quale si è collocato invece il consenso rialzista durante
il periodo di massimo splendore dei mercati azionari. Entrambe le
curve sono quindi ancora lontane dal completare quello che sembra
un ciclo intero di inversione del consenso.
Coerentemente
ai dati di Noland e alle osservazioni di Bloom, e nonostante i tre
anni di trend ribassista dei mercati azionari e un anno del nuovo
trend ribassista del dollaro, la fiducia degli investitori, sia
americani che stranieri, è stata messa a dura prova ma rimane quindi
ancora molto elevata.
La conservazione
della ricchezza illusoria, grazie all'aumento nominale del mercato
obbligazionario e immobiliare, di fatto ha reso gli investitori
ancora largamente insensibili ai cambiamenti significativi e di
lungo periodo intervenuti sia nell'economia (fine del lungo periodo
di espansione, inizio del lungo ciclo recessivo) che sui mercati
(inizio di nuovi trend primari). In virtù di questa percezione ancora
in gran parte immutata, gli investitori di fatto non hanno ancora
cambiato le proprie strategie di base per adeguarsi alle significative
evoluzioni intercorse nell'economia americana.
Gli investitori,
cioè, hanno sinora affrontato le mutazioni correnti senza
comprendere che i problemi economici a esse sottostanti non sono
più ciclici, come nel caso dei brevi periodi recessivi intervenuti
negli ultimi 20 anni, quanto invece strutturali, ovvero di difficile
e lenta risoluzione.
Abbiamo
già identificato più volte nel moral hazard la causa che presumibilmente
ha portato a questo attitudine: la fiducia oramai cristallizzata
che qualunque crisi e qualunque fenomeno economico non desiderabile
possano essere risolti da interventi di natura monetaria o governativa.
Una convinzione senza dubbio molto pericolosa, il cui eventuale
dissolvimento è suscettibile di scatenare tra gli investitori un
panico che ha pochi precedenti negli ultimi 70 anni di storia economica.
Osserviamo
un ultimo interessantissimo grafico, elaborato sui dati dell'ICI
(Investment Company Institute) e proposto dal sito Contrary
Investor nell'articolo di aprile. Si tratta del livello di liquidità
detenuta dai mutual fund americani come percentuale del totale degli
asset di portafoglio.

Fonte: www.contraryinvestor.com
Osservando
il grafico sorgono spontanee diverse osservazioni. Innanzitutto
un livello di liquidità così basso si è registrato negli ultimi
30 anni solo due volte: prima della forte discesa degli indici del
73-74, e a inizio 2000 prima del picco della bolla. In secondo luogo,
è praticamente dal 1995 che i fondi rimangono quasi interamente
investiti in azioni lasciando un livello percentuale di liquidità
inferiore all'8%. Non era mai accaduto nei 26 anni precedenti. Molto
probabilmente ciò riflette l'ottimismo esaminato attraverso l'analisi
degli indicatori bullish/bearish. Terzo, a riconferma di una differenza
radicale tra la situazione attuale e il periodo della guerra del
golfo del 91, dodici anni fa il livello di liquidità era pari all'11,5%
e aveva raggiunto un massimo di quasi il 14% nelle settimane precedenti
lo scoppio della guerra. C'erano quindi, a differenza di oggi, molte
risorse disponibili, parcheggiate in attesa della favorevole risoluzione
del conflitto, in grado di rilanciare le borse definitivamente e
per un lungo periodo, come di fatto avvenne.
Oggi l'unica
cosa in grado di far affluire liquidità sulle borse sarebbe un travaso
di liquidità dal mercato obbligazionario, che però a sua volta spingerebbe
i tassi al rialzo precludendo di fatto una qualsiasi ripresa economica
sostenibile nel lungo termine.
L'osservazione
di tutte queste variabili ci porta quindi a riconfermare le nostre
ipotesi: i mercati azionari, più che a un bottom di mercato, sono
vicini a un altro massimo relativo, raggiunto il quale riprenderanno
il proprio trend ribassista. La continuazione del trend cominciato
tre anni fa verso nuovi minimi causerà una perdita di valore
significativa che, associata a una fase di forte turbolenza anche
sui mercati delle valute e dei tassi di interesse, potrebbe infliggere
agli investitori danni collaterali ancora sconosciuti.
In
altre parole, per le borse la seconda fase del mercato bear
deve ancora cominciare ed è suscettibile di modificare radicalmente,
per la prima volta dall'inizio del trend ribassista, l'attitudine
e la percezione degli investitori sia nei riguardi della attuale
fase economica che dei mercati finanziari, con effetti, purtroppo,
molto più sgradevoli di quelli sperimentati finora.
Lo
Staff
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