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Gli interventi sul mercato azionario

(3/4/03) "As Ludwig von Mises and Friedrich Hayek have argued, one intervention would generate unintended consequences that would require further intervention"

D. W. MacKenzie in "National Economic Planning: Will it fly?"

"Come avevano concluso Ludwig von Mises e Friedrich Hayek, un intervento genera conseguenze non intenzionali che rendono necessario un intervento ulteriore".

Gli interventi pubblici mirati a condizionare il ciclo economico, che interferiscono nei meccanismi del libero mercato, sono una realtà oramai quasi istituzionalizzata. Dopo oltre 70 anni di politiche economiche incentrate sulla spesa pubblica (leggi: sui deficit pubblici che si sono accumulati in mostruosi debiti pubblici), e dopo trenta anni di legittimazione di una moneta totalmente artificiale, non eletta cioè in maniera naturale dal sistema economico, ma imposta, determinata e controllata arbitrariamente dalle banche centrali, le economie e i mercati sono entrati da qualche anno in una congiuntura tanto straordinaria quanto infelice.

Lo scoppio della bolla di fatto ha posto fine a ogni sorta di benefica manipolazione esercitabile sul sistema economico. Non che queste siano cessate. L'evidenza va oltre le supposizioni e viene confermata dai fatti stessi: gli interventi tesi a proteggere il sistema finanziario ed economico, sia localmente (con numerosi insuccessi) che più globalmente (finora con successo), sono ancora numerosissimi e forse maggiori, per numero e intensità, di qualunque altro periodo storico.

Ciò che con lo scoppio della bolla ha trovato termine è invece il complesso meccanismo dei cicli virtuosi, alimentati dagli interventi pubblici sul ciclo economico e sul libero mercato. Uno dopo l'altro questi cicli virtuosi stanno degenerando nel loro opposto, ovvero in pericolose spirali viziose per ostacolare le quali si rende necessario un numero crescente di interventi, di genere sempre più vario, di cui la guerra rappresenta solo uno degli ultimi e il peggiore di tutti. Dallo stesso articolo da cui è tratta la citazione iniziale riportiamo:

 

"Intervention is the problem, not the solution, particularly its worst form: war"

"L'intervento rappresenta il problema, non la soluzione, in modo particolare nella sua forma peggiore: la guerra"

Siamo convinti che i mercati azionari americani ricevano attenzioni molto particolari da parte delle autorità monetarie. Sarebbe più ingenuo negare questa ipotesi che affermarla o metterla in dubbio. Le banche centrali sono attive sui mercati valutari. Spesso gli interventi vengono dichiarati apertamente. Ovviamente esse sono attivissime sui tassi di interesse a breve termine. La drastica politica monetaria espansiva degli ultimi due anni rappresenta proprio lo strumento immediato e diretto a disposizione delle banche centrali per accomodare i tassi di interesse al ciclo economico. Negli ultimi mesi la FED ha annunciato l'intenzione, probabilmente già messa in atto, di comprare titoli di stato a lungo termine per tenere bassi anche i rendimenti di lungo periodo. Le autorità giapponesi invece, dopo avere esaurito tutte le cartucce sul fronte dei tassi, da oltre un anno sono attive direttamente sul mercato azionario, per sostenerlo tramite l'acquisto di azioni ed Exchanged Traded Funds. Ritenere, in questo quadro di molteplici interventi istituzionali, da noi appena abbozzato, che la FED non intervenga attivamente sul mercato azionario, per sostenerlo nei momenti più critici, rappresenta a nostro avviso una grossolana ingenuità.

Grazie anche alle esagerate attenzioni ricevute durante la bolla speculativa, le borse esercitano oramai una influenza decisiva sulla gente comune, e non solo in termini monetari. E' vero che il portafoglio degli investitori ne soffre: la maggior parte di essi sono stati risucchiati nell'investimento azionario, come da un buco nero, proprio durante gli anni della massima speculazione, a prezzi irragionevoli e ben superiori a quelli attuali. E' anche vero che le quotazioni hanno un effetto diretto sui portafogli di molti fondi istituzionali, ricchezza e riserva di valore dei risparmi passati. E' infine verissimo che i corsi azionari hanno oramai un importanza cruciale per la stabilità finanziaria di molte società quotate in borsa. Parliamo di tutte quelle compagnie che nel corso degli ultimi anni non hanno accantonato fondi adeguati per i piani pensionistici, lasciando che fosse il mercato stesso, attraverso la propria irrazionale ascesa, a determinare la totalità di quei versamenti mai versati e persino una parte di utili portati in bilancio per gonfiare i risultati del conto economico.

Ma l'effetto esercitato dalle quotazioni di borsa è diventato soprattutto psicologico. Per tutti i motivi di cui sopra, la fiducia del consumatore è legata e guidata dalle borse più di quanto si immagini, e non più il contrario. Un riassestamento delle borse verso livelli molto inferiori di quelli attuali, più ragionevoli e coerenti con gli standard storici, sarebbe in grado di deprimere il consumatore e quindi le sue spese che, alimentate ormai esclusivamente dalla accensione di nuovo debito, stanno sostenendo da due anni una crescita economica fittizia e non sostenibile nel lungo termine.

Nell'ultimo anno e mezzo gli indici azionari americani, in primis l'onnipotente Dow Jones, si sono trovati ben in quattro situazioni veramente critiche. Parliamo ovviamente della riapertura dei mercati dopo gli avvenimenti dell'11 settembre, e quindi dei momenti critici del luglio 2002, dell'ottobre 2002 e del più recente marzo 2003. E' nostra opinione che in tutti e quattro questi casi gli interventi diretti da parte delle autorità monetarie abbiano trovato realizzazione e che in alcuni frangenti essi abbiano anche richiesto sforzi massicci.

La pratica di sostenere i mercati ha indubbiamente diffuso tra gli operatori un senso di fiducia che conduce inevitabilmente al fenomeno del moral hazard. Moral hazard che fomenta speculazione deteriore e spinge gli operatori ad assumere rischi inappropriati. Sono infatti in molti a credere che i mercati non possano scendere oltre questi livelli e che la banca centrale americana sia più che mai pronta a proteggere gli investitori dal peggio. Recentemente, anzi che indebolirsi, tale convinzione sembra essersi rafforzata.

Tuttavia ciò non dovrebbe condizionare le strategie di investimento di lungo termine degli operatori più saggi, né creare pericolose illusioni in quelli più disperati, massacrati da tre anni di ribassi. L'intervento di sostegno, per quanto estremamente discutibile, rientra tra i poteri di chi lo effettua. Per tale motivo si può solo assumere e accettare come un dato di fatto. Non invece come fanciullesco capro espiatorio per le proprie speculazioni andate male o come fonte di sicurezza per il futuro dei propri investimenti già colpiti dai ribassi degli ultimi tre anni.

In ogni caso ciò che andrebbe riconosciuto da tutti è che tali interventi sono in grado di condizionare i mercati solo nel breve termine. In un arco temporale circoscritto l'intervento può essere efficace come lo è stato nei quattro casi di cui sopra, ma nel lungo termine esso non riesce ad avere effetti positivi e decisivi nell'ostacolare i trend primari. Piuttosto, esso ha il pessimo risultato di destabilizzare ulteriormente gli squilibri di mercato già presenti ponendo le premesse per un inasprimento dei trend in corso, fino a risultati molto spesso irrazionali. Lo abbiamo visto nella salita esuberante e irrazionale che ha gonfiato la bolla e probabilmente nei prossimi anni lo vedremo con una discesa delle borse che potrebbe spingersi fino a livelli altrettanto irrazionali, dove le azioni presenteranno nuovamente p/e inferiori a 10, e dividendi di oltre il 6-7% (contro gli attuali p/e di 25-30 e un dividend yield dell'1.6%)

Nel lungo termine gli interventi sono del tutto inefficaci contro la potenza dei trend primari e delle forze economiche che li guidano. Nessun intervento, nonostante tutti gli sforzi fatti, ha potuto salvare il Nasdaq dal crollo che lo ha ridotto a un quarto del valore che aveva appena 3 anni fa, e nessun intervento potrà invertire i trend ribassisti ancora in corso fino a quando gli squilibri che caratterizzano l'economia americana non saranno stati completamente riassorbiti. Piuttosto, ogni intervento degli ultimi tre anni ha posto le pericolose premesse per interventi ulteriori e sempre più massicci, destinati in ultima analisi a fallire come quelli precedenti.

Purtroppo, la posta in gioco comincia ad essere ben più alta del valore dei soli indici di borsa e riguarda, alla fine dell'intero processo, sia l'integrità dei mercati stessi come meccanismo per l'allocazione ottimale delle risorse, che la moneta, ovvero la linfa vitale del sistema economico. Ogni intervento sui mercati, sia esso diretto che indiretto, infatti poggia sulla creazione dal nulla di nuova moneta e sulla ridistribuzione di moneta già presente nel sistema. Ogni intervento successivo richiede inoltre una quantità di moneta originata dal nulla sempre maggiore. Questo è ciò che dovrebbe preoccupare veramente chiunque vive e opera nel sistema economico odierno: niente altro che la confisca di valore e il suo effetto finale, risultato di lunghe accumulazioni, ovvero una distruzione di ricchezza sotto molti punti di vista irreparabile.

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