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Lunga vita alla bolla

(21/4/03) La fase attuale che sta caratterizzando i mercati azionari americani presenta notevoli spunti di riflessione. Da un punto di vista esclusivamente tecnico, i mercati sembrano avere stabilito definitivamente la base per quello che secondo le più ottimistiche previsioni potrebbe rivelarsi un rally davvero molto consistente. Si dice che i mercati siano un "discount mechanism", un meccanismo anticipatore. In altre parole, il rally che dovrebbe seguire nei prossimi mesi, stando ai recenti sviluppi "grafici", sconterebbe e anticiperebbe la ripresa economica tanto attesa negli ultimi tre anni.

Alla luce sia delle esperienze passate che dell'analisi fondamentale fin qui svolta, abbiamo seri dubbi in merito alla validità contingente di questa affermazione. Il mercato azionario rappresenterebbe infatti un valido meccanismo anticipatore qualora si ravvisassero le condizioni necessarie e sufficienti per definirlo "libero", qualora cioè esso fosse lasciato alla genuina e spontanea interazione degli operatori che lo costituiscono. Un "libero" mercato per definizione è estraneo agli interventi diretti di natura istituzionale e soprattutto non è "dopato" da qualsivoglia droga monetaria somministrata dalle politiche accomodanti delle banche centrali. Proprio ciò che negli ultimi anni ha caratterizzato e condizionato i mercati con una intensità che non trova precedenti storici.

Il Nasdaq sopra i 5000 punti avrebbe dovuto scontare, coerentemente al principio del meccanismo anticipatore, ben altro che il periodo di stagnazione economica nel quale ci troviamo da oltre due anni. Il Nasdaq invece, come gli altri mercati azionari, era allora il risultato di una bolla speculativa, e scontava niente altro che tanti sogni di infinita e illimitata prosperità economica, rasenti un febbrile delirio economico e basati più su una pura illusione monetaria che non invece sulla realtà dei fatti. Grazie all'espansione creditizia che aveva alimentato la bolla, quel meccanismo anticipatore era già rotto allora (e lo dimostra in toto la perdita del 75% che ne è seguita) come a nostro avviso rimane rotto, per gli stessi identici motivi, ancora oggi.

Sempre coerentemente a tale principio, non è forse un caso che già da diversi anni l'oro, il barometro storico di ogni crisi economica, abbia smesso di funzionare correttamente. Rotto dalla crescente e "quasi isterica avversione" nutrita dalle banche centrali, la moneta per eccellenza eletta da 5000 anni di scambi economici è stata progressivamente sostituita da una valuta cartacea senza alcun valore reale se non quella fiducia altamente aleatoria conferitagli da chi l'accetta come ottimo mezzo di scambio e al contempo come improbabile e fallace riserva di valore.

Con riferimento alla prossima evoluzione rialzista dei mercati azionari, siamo quindi dell'idea che l'illusione monetaria, ancora massicciamente presente nei meccanismi psicologici degli operatori e della gente comune, stia portando verso la ripetezione degli stessi errori compiuti nel corso degli anni novanta. Non è un caso che il settore traino di questa fase rialzista sia costituito principalmente dagli stessi titoli tecnologici che costituirono il punto di maggiore forza della bolla anni novanta. Un inequivocabile segnale di continuità di un delirio collettivo che sembra volersi prolungare al di là di ogni ragionevole aspettativa.

Il rally in corso, per quanto lungo, per quanto eventualmente esteso e violento, sarà riconducibile né più né meno alle stesse motivazioni che per cinque lunghi anni spinsero i mercati su livelli sempre più elevati fino ai massimi del 2000 e, analogamente a quanto accaduto allora, esso fallirà nelle sue capacità previsionali e anticipatrici. Nessuna ripresa sostenibile nel lungo termine infatti è a nostro avviso possibile date le condizioni e gli squilibri macroeconomici in cui versano oggi le economie occidentali.

Se da un punto di vista fondamentale i mercati azionari restano ancora estremamente sopravvalutati, una ulteriore avanzata degli indici rappresenterà quindi niente altro che un rigurgito della bolla scoppiata tre anni fa. L'ennesimo e forse più pericoloso tentativo di aggrapparsi a dei sogni che non trovano nessun nesso con una corretta percezione della realtà fattuale.

Un'ulteriore spinta delle quotazioni verso livelli di insostenibile astrazione innalzerà inoltre i rischi di ritrovarsi improvvisamente di fronte a una realtà economica ben diversa da quella percepita oggi sotto il prolungato effetto dell'illusione monetaria. Proprio quello che avvenne nel 1929 o nel 1987 e che invece non è avvenuto nel 2000. Le conseguenze associate all'emersione di questi rischi sono a nostro avviso ben più gravi di quelle che l'economia ha affrontato in questi ultimi anni a causa della mania degli anni novanta.

Se nessuno squilibrio presente nel 2002 ha trovato ad oggi un sufficiente riaggiustamento, nel corso di questi ultimi tre anni gli squilibri complessivi sono invece aumentati considerevolmente, rendendo l'economia ancora più fragile e in una posizione ben più delicata di quella in cui si trovava tre anni fa. A causa degli interventi economici adoperati fino ad oggi, la "inevitabile" depressione economica che avrebbe dovuto ragionevolmente seguire l'espansione creditizia degli anni novanta e che sola avrebbe avuto il potere di correggere gli squilibri maturati in quegli anni, è stata di continuo posticipata e in questo procrastinarsi si è potenzialmente aggravata.

Rothbard, nel suo America's Great Depression scrive (pag. 23):

"The longer the inflationary boom continues, the more painful and severe will be the necessary adjustment process"

"Più a lungo si protrae un boom di natura inflazionistica, più doloroso e severo sarà il necessario processo correttivo".

Lo scoppio della bolla del 2000 non ha lasciato dubbi in merito alle connotazioni di natura inflazionistica (si noti bene: inflazione di natura creditizia, basata sul debito, non inflazione misurata dall'indice dei prezzi al consumo) del boom degli anni novanta. Negli ultimi anni tale espansione inflazionistica non ha conosciuto sosta, ha invece goduto di una considerevole accelerazione.

Sempre citando Rothbard dal medesimo testo (pag. 24):

"Since credit expansion necessarily sows the seeds of later depression, the proper course for the government is to stop any inflationary credit expansion from getting under way".

"Poiché l'espansione creditizia getta inevitabilmente i semi della depressione che seguirà, la politica più appropriata che deve seguire il governo è quella di impedire l'accelerazione di ogni espansione creditizia".

Proprio il contrario di quello che si è fatto negli anni novanta, nonostante i primi segnali evidenti di inflazione creditizia, e quindi esattamente l'opposto di ciò che per evitare la recessione si è fatto dal 2001 ad oggi.

Una volta riconosciuto il problema di una crisi strutturale, riconducibile all'espansione creditizia, come era oramai chiaro ed evidente nel 2001, la ricetta fornita da Rothbard per fare in modo che la recessione (o data l'intensità del boom precedente, la depressione) duri il meno possibile, è lasciare il processo di liquidazione degli eccessi e di correzione degli squilibri alle forze naturali del mercato (pag. 19):

"Don't interfere with the market's adjustment process. The more the government intervenes to delay the market's adjustment, the longer and more grueling the depression will be, and more difficult will be the road to complete recovery".

"Non interferire con il processo correttivo del mercato. Più il governo interviene per ritardare gli aggiustamenti del mercato, più lunga ed estenuante sarà la depressione, e più difficile la strada per una completa ripresa economica"

La banca centrale americana non ha seguito questa amara ma necessaria medicina e dopo tre anni di sforzi si ritrova oggi ad assaporare ciò che ha nuovamente la pretesa di rappresentare il definitivo successo delle proprie bizzarre politiche monetarie.

Man mano che gli squilibri macroeconomici torneranno a farsi sentire, impedendo una vera ripresa economica sostenibile nel lungo periodo, tale abbaglio non mancherà di risolversi in qualcosa di peggio di una semplice recessione, forse una grande depressione ben peggiore di quella degli anni trenta analizzata da Rothbard nel testo sopra citato.

La storia economica ha insegnato nel tempo che niente rovina una Nazione più velocemente della "easy money", della moneta facile. Easy AL(an Greenspan), lungi dall'avere imparato la lezione, ha iniettato nel sistema economico americano la "moneta più facile" di ogni tempo e oggi, tra i molteplici indicatori puntati a favore di un consistente rialzo delle borse, il dollaro si è ritrovato, non a caso e non senza un certo imbarazzo, fuori dal coro arrivando a toccare nuovamente quota 1.10 nei confronti dell'euro.

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