| (9/06/03)
L'ufficio del Comptroller of the Currency ha rilasciato
la settimana scorsa il nuovo rapporto sul mercato dei derivati negli
USA relativo al primo trimestre del 2003. Nel periodo considerato
l'aumento delle posizioni nominali in seno alle banche è aumentato
di 5.35 Trilioni (+35% annualizzato) per un totale in valore assoluto
di 61,42 T. Di questo ammontare il 96% è concentrato in sole sette
banche, mentre l'87% è costituito da contratti su tassi di interesse,
il 10% da contratti relativi a tassi di cambio e solo il 3% da contratti
su materie prime, mercato azionario e rischio di credito.
Nella presentazione
che accompagna il documento (scaricabile
in PDF), Ms. Dick tende a precisare che: "mentre l'ammontare
record del valore nominale è un ragionevole riflesso dell'attività
economica (business activity), esso non rappresenta (ovviamente,
NdT) per le banche commerciali l'ammontare a rischio. Il rischio
in un contratto derivato è funzione di un certo numero di variabili
come l'eventuale scambio del nozionale tra le controparti, la volatilità
delle valute o dei tassi di interesse usati come base sottostante
per determinare i pagamenti del contratto, la maturità e la liquidità
dei contratti, e il rischio di credito della controparte nella transazione".
Per quanto
tali rischi non siano quantificabili, come sottolinea Ms. Dick,
nell'ammontare delle posizioni nominali in essere, essi sono di
fatto direttamente proporzionali a queste ultime. Dato l'enorme
ammontare dei valori nominali coinvolti (pari a circa 6 volte il
GDP americano) e soprattutto considerate le caratteristiche assunte
dalla maggior parte dei derivati in essere, questi rappresentano
una realtà finanziaria soggetta a un rischio non trascurabile. Lo
stesso report a pagina 1 specifica infatti che i contratti "over
the counter" (OTC) costituiscono l'88% del totale, mentre quelli
scambiati sui mercati regolamentati solo il 12%. Se i contratti
OTC tendono ad essere più popolari tra le banche e i propri clienti
poiché possono essere ritagliati sulle esigenze di questi ultimi,
essi "espongono i partecipanti a un rischio maggiore e tendono ad
essere meno liquidi dei contratti regolamentati, che sono invece
standardizzati e fungibili".
Lasciando
da parte ulteriori commenti relativi ai rischi impliciti nell'aumento
dei contratti derivati, vorremmo concentrare invece la nostra attenzione
sulle ambigue parole di Ms. Dick che fanno riferimento al record
come ragionevole riflesso della "business activity". In particolare
ci piacerebbe sapere a quale tipo di business activity essa faccia
riferimento, considerato che nonostante il più grosso stimolo monetario
e fiscale mai realizzato in tutti i tempi l'attività economica americana
è caratterizzata da una fase di relativa stagnazione che si prolunga
da quasi tre anni. Non si deve quindi trattare di un riflesso derivante
da un parallelo record "nell'attività economica" (come abbiamo tradotto
sopra le parole "business activity"). Molto più ragionevolmente
il riflesso è legato all'attività "finanziaria". E la differenza
è a nostro avviso molto significativa.
Coerentemente
a tutto il nostro corpo di analisi, gli stimoli monetari finora
esercitati dalla banca centrale americana hanno avuto il prevalente
effetto di perpetuare gli eccessi creditizi degli anni novanta.
L'inesauribile liquidità fornita dalla banca centrale infatti, lungi
dal riuscire a generare una apprezzabile ripresa economica, si rende
disponibile sui mercati finanziari, oggi più che allora,
per nuove incaute speculazioni che analogamente a quelle che portarono
alla bubble del Nasdaq non trovano né dal punto di vista
qualitativo che da quello quantitativo altri precedenti storici.
Ne sono
prova, a nostro avviso, oltre il nuovo report del Comptroller of
the Currency, il recente melt-up sul mercato obbligazionario dei
titoli di stato, lo short-squeeze provocato sul mercato azionario
che si è concretizzato nel più forte dei rally di mercato bear dallo
scoppio della bolla, la drastica riduzione degli spread tra obbligazioni
di stato e corporate, frutto di operazioni speculative che fanno
leva sui bassissimi tassi di interesse, e infine la prolungata iperattività
nel settore immobiliare.
In altre
parole è chiaramente osservabile una forte sconnessione tra sistema
finanziario ed economia reale. Mentre quest'ultima sembra non mostrare
ancora alcun segno di ripresa sostenibile nel lungo periodo che
non sia il frutto di una qualche propaganda massmediatica, il primo
continua invece a godere di una straordinaria vitalità dotata di
una imbarazzante autonomia.
Secondo
i dati riportati venerdì da Noug Noland nel suo Credit Bubble Bulletin,
nell'ultimo anno i prestiti finanziari sono aumentati del 9.7% (+94%
dal 1998). Parallelamente i debiti del settore finanziario sono
cresciuti del 10%. I prestiti totali (settore finanziario e non
finanziario) hanno raggiunto il considerevole ammontare di 32.3
Trilioni, oltre il 300% del GDP. Erano il 256% del GDP all'inizio
del 1998. Da allora l'aumento è stato pari di 11.1 Trilioni, o un
+52%. Durante l'ultimo anno il totale dei mutui in essere è aumentato
di quasi un trilione (936 B) o il 12.1%, per un totale di 8.7 Trilioni
mentre la cifra prevista per tutto il 2003 è superiore al Trilione.
Una decade fa, per realizzare simili aumenti in valore assoluto
furono necessari ben 6 lunghi anni, dal 1990 al 1996.
Uno dei
tanti ostacoli alla ripresa economica è riconducibile proprio a
questa sconnessione e trova spiegazione ed effetto nei recenti record
del deficit delle partite correnti.
Lo stimolo
monetario ha avuto senza alcun dubbio l'effetto di stimolare la
domanda dei consumatori, finora sufficientemente elastica alle offerte
di nuovo credito a basso costo. Il problema è che tale domanda,
non è andata a beneficio dei produttori domestici, e quindi a favore
della domanda di investimenti domestici, quanto piuttosto a beneficio
dei produttori esteri che continuano a esportare negli USA. Nonostante
le ufficiali interpretazioni positive in merito alla discesa del
dollaro, la migliore capacità competitiva di questi ultimi non è
infatti colmabile dalla corrente svalutazione del dollaro né probabilmente
da una ulteriore. E questo per diversi motivi.
Innanzitutto
perché la svalutazione del dollaro è avvenuta prevalentemente verso
le valute di partner commerciali che pesano meno sulla bilancia
commerciale. Considerato questo fattore il dollaro ha perso circa
il 20% verso le principali valute, ma solo meno del 10% verso le
valute ponderate secondo l'effettivo peso degli scambi commerciali.
Il 46% del deficit commerciale americano è dovuto infatti ai rapporti
con i paesi asiatici, laddove per esempio il gap verso i paesi europei
è solo del 14%. E gli USA hanno un tasso di cambio fisso con la
Cina, e un tasso di cambio "controllato" di concerto con le autorità
giapponesi per quel che riguarda il dollaro/yen.
In secondo
luogo per il fatto che una svalutazione ulteriore del dollaro potrebbe
condurre, prima che al riacquisto di un vantaggio competitivo, a
forti instabilità in un sistema economico globale nel quale il 75%
delle riserve delle banche centrali è costituito da riserve in dollari.
Se da un
lato quindi lo stimolo monetario continua a incentivare i consumi
attraverso la creazione di nuovo credito, alla lunga insostenibile,
dall'altro non ha l'effetto di contribuire alla formazione di nuovo
capitale, ovvero al risanamento di una struttura produttiva ancora
gravata da overcapacity e dalla serie di "malinvestiments" ereditati
dagli anni novanta, in grado di sostenere un nuovo ciclo di espansione
economica. Inoltre, coerentemente alle teorie economiche austriache,
il prolungato eccesso di credito continua a minare la stessa struttura
intertemporale del capitale (ignorata dalle teorie economiche istituzionalizzate),
precludendo a priori la sostenibilità di una nuova eventuale fase
espansiva.
In altre parole siamo
di fronte a un fenomeno caratterizzato, dal lato dell'economia reale,
dall'accentuarsi degli squilibri già esistenti (overconsumption
e malinvestments) e, da quello del sistema finanziario, dal formarsi
di nuove bolle speculative caratterizzate da un grado eccessivo
di rischi la cui manifestazione presto o tardi avrà ulteriori negative
percussioni sull'economia reale, oggi ben più fragile di quella
di tre anni fa.
Nonostante
ciò la fiducia degli operatori economici, appagati dal recente aumento
di ogni genere di quotazioni (azioni, obbligazioni, immobili) è
tornata ultimamente su livelli che non si vedevano da diversi mesi.
Soprattutto è tornata ad aumentare la fiducia verso la banca
centrale americana stessa, autrice del corrente processo di reliquefication.
A nostro avviso, un segnale ancora più pericoloso di quello incorporato
dagli indicatori di volatilità del mercato azionario. Come vedremo
in un prossimo articolo, infatti, le sorti ultime del grande esperimento
economico condotto dalla FED ruotano prevalentemente intorno al
delicato fattore rappresentato dalla credibilità nell'attore economico
più importante del pianeta.
Lo
Staff
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