| (23/6/03)
Nel suo pezzo di venerdì 20 giugno, intitolato "Endless
Bubbles", Stephen Roach ha compiuto un passo senza dubbio interessante
e per certi versi anche molto delicato. Forse per la prima volta
dallo scoppio della bolla, l'economista della Morgan Stanley è giunto
infatti a maturare una posizione critica forte e decisa, dal sapore
innegabilmente austriaco, sia nei toni che nel target esplicito
della propria analisi economica.
Per chi
non lo avesse mai seguito, negli ultimi due anni Roach è stato il
sostenitore della tesi della "Double Dip Recession". Per tutti coloro
che da qualche tempo, invece, stanno cercando di analizzare la situazione
economica senza farsi rapire da un irrealismo economico di matrice
vagamente impressionista, i commenti di Roach, ben posati e contrari
al mainstream prevalente, sono sempre stati un discreto punto di
riferimento.
La sua capacità
di analizzare con raro realismo la fragilità del sistema economico
americano post-bubble ha rappresentato infatti uno dei costanti
richiami sui rischi e sulle inevitabili conseguenze negative associate
alla bolla e agli eccessi degli anni novanta. Una posizione già
coerente con la visione economica austriaca secondo la quale non
esiste una cura rapida e indolore a un post bubble.
Tuttavia,
nella piena esposizione dei rischi che a nostro avviso si celano
dietro l'aggressiva (e finora ben riuscita) opera di reliquefication
della FED, la posizione di Roach è sempre stata, per quanto comunque
inesauribilmente preziosa, piuttosto blanda. Più che la tesi della
"Double Dip Recession" la nostra visione, infatti, ha sempre abbracciato
la tesi austriaca di una vera e propria "Deep Recession". Difficile,
del resto, aspettarsi di più da un economista non austriaco che,
esprimendo la propria opinione per conto della Morgan Stanley, rimane
di fatto anche un importante economista di mainstream costantemente
sotto i riflettori. Personaggi di un certo calibro come Roach non
possono correre il rischio di farsi additare come profeti di sventure
(cosa che in passato a noi, purtroppo, è capitata più di una volta)
ed è comprensibile che, pur sforzandosi di esporre con la
massima onestà i propri dubbi, cerchino di fare il possibile per
stemperare i propri toni critici. Un po' quello che stiamo cercando
di fare anche noi da quando ci siamo resi conto che la visibilità
di questo sito è notevolmente aumentata.
In ogni
caso, quel qualcosa in più, che a nostro avviso mancava per rigore
di completezza alle sue analisi, Roach ce lo ha regalato, inaspettatamente,
proprio venerdì scorso. Come abbiamo detto, con l'articolo "Endless
Bubble", l'economista della Morgan Stanley fa a nostro avviso un
passo decisivo non indifferente di cui sarà interessante seguire
gli sviluppi. Per la prima volta, infatti, mette sotto processo,
senza ricorrere a troppi giri di parole né a troppi eufemismi, i
meccanismi ben oliati dalla FED di trasmissione delle bolle, da
una classe di asset all'altra.
La frase che abbiamo
usato a sottotitolo di questo pezzo, è contenuta proprio nell'articolo
di Roach di venerdì scorso, e non è neanche la sola ad essere
dotata di un certo effetto sorpresa su una categoria di lettori,
in genere abituati ad espressioni decisamente più edulcorate. Per
i più pigri e per i meno avvezzi alle letture in lingua inglese,
riportiamo le parole che accompagnano l'apertura del pezzo di Roach
e ne offriamo la relativa traduzione:
"The
big problem with bubbles is that they tend to be contagious across
asset classes -- spreading from stocks to property to bonds. That's
been the case in Japan, and a similar pattern is now evident in
the United States. The result is a seemingly endless array of
bubbles that only heightens the perils of the post-bubble endgame.
Unfortunately,
the policy response to asset bubbles virtually guarantees cross-asset
contagion. That stems mainly from the behavior of central banks.
The US experience provides a classic example of this multi-bubble
syndrome. The Federal Reserve, in my view, played a key role in
nurturing the equity bubble of the late 1990s.
....
.
And then when the Fed began cutting interest rates aggressively
in order to combat multiple pitfalls -- recession, the subsequent
anemic recovery, and newly emerging deflation risks -- a bubble
emerged in the bond market. The Fed, in effect, has become a serial
bubble blower".
"ll grosso
problema delle bolle è che tendono a essere contagiose tra le diverse
classi di asset - esse si trasmettono dalle azioni agli immobili
fino alle obbligazioni. Questo è stato il caso del Giappone e un
meccanismo analogo è ora evidente negli USA. Il risultato sembra
essere una interminabile serie di bolle che accresce i pericoli
associati alla fine dei giochi del post bubble.
Sfortunatamente
la politica adottata in risposta al fenomeno delle bolle speculative
garantisce di fatto il contagio tra i diversi tipi di asset. Ciò
ha origine principalmente nel comportamento delle banche centrali
(l'enfasi chiaramente è nostra). L'esperienza americana fornisce
un classico esempio di questa sindrome multi-bubble. La FED, secondo
me, ha giocato un ruolo centrale nel coltivare la bolla azionaria
di fine millennio.
.........
E quindi
quando la FED ha cominciato a tagliare aggressivamente i tassi di
interesse per combattere le diverse insidie - la recessione, la
successiva ripresa anemica, e i nuovi rischi emergenti di deflazione
- è emersa la nuova bolla dei bond. La FED, in effetti, è diventata
una produttrice sistematica di bolle".
Di
notevole interesse l'analisi che segue e che va a toccare ancora
una volta temi peraltro da noi sistematicamente battuti: il pericoloso
aumento del debito delle famiglie, la diminuzione della propensione
al risparmio, l'affidamento crescente del consumatore a un effetto
ricchezza virtuale di volta in volta alimentato dalla bolla dell'azionario,
da quella degli immobili, da quella dei bond, e da qualche tempo
nuovamente da quella dell'azionario, in un circolo che sembra non
trovare fine.
Seguono
altre taglienti toccate e fughe su argomenti più recenti:
lo spostamento forzato dei capitali verso categorie di asset più
rischiosi che ha portato anche alla caduta degli spread tra titoli
di stato e obbligazioni corporate, il ciclo di refinancing dei mutui
come ambigua fonte di crescita economica, il fenomeno sempre più
accentuato del moral hazard:
"Suddenly,
the bond bubble now seems too big to fail -- symptomatic of yet
another moral hazard. First it was the "Greenspan put"
that supported equities and now it's the "Bernanke put" -- the belief
that the Fed is about to target bond yields in an effort to fight
deflation -- that fuels the bond market. America's Federal
Reserve seems to be stopping at nothing in order to keep a post-bubble
US economy afloat".
"All'improvviso
la bubble dei bond sembra essere diventata troppo grande per essere
lasciata scoppiare - sintomo di un altro ulteriore fenomeno di moral
hazard. Prima c'era la "Greenspan Put" a sostenere le
azioni, e adesso c'è la "Bernanke Put" - la convinzione
che la FED abbia come obiettivo i rendimenti dei titoli di stato
per cercare di combattere la deflazione - che alimenta la salita
dei prezzi dei bond. La FED sembra non volersi fermare di fronte
a niente pur di tenere a galla l'economia americana post bubble.
E quindi
Roach termina il suo lungo commento al vetriolo con queste parole:
"Until
those excesses are purged, I maintain my view that America still
needs to be seen through the lens of a post-bubble workout. As one
bubble morphs into the next one, the moral hazard dilemma only deepens.
And the endgame -- including the risks of deflation and a dollar
crisis -- appears all the more treacherous".
Fino
a che questi eccessi non saranno riassorbiti (nei mercati finanziari
e nell'economia reale, come dice appena sopra, NdT) rimango dell'idea
che gli USA vadano ancora visti attraverso le lenti di un processo
post-bubble. Fin tanto che una bolla si trasforma ed evolve in quella
successiva, il dilemma del moral hazard si inasprisce. E la fine
del gioco - inclusi i rischi di deflazione e di una crisi del
dollaro - appare particolarmente insidiosa.
La stessa
visione che manteniamo tutt'ora anche noi e che, non possiamo fare
a meno di notare, si allinea con un buon grado di coerenza ai suggerimenti
teorici della scuola economica austriaca.
Per la prima
volta, infatti, Roach sembra riconoscere pienamente che i vari tentativi
di tenere a galla l'economia (leggi: negare a tutti i costi
la fase recessiva necessaria per il riassorbimento degli eccessi
maturati durante la fase di boom) comportano di fatto una serie
di gravi inconvenienti che rischiano di risolversi in quello che
lui stesso definisce: "a more treacherous
moment of reckoning", una resa dei conti ben più cara
di quella che inizialmente si era voluta evitare .
Lo
Staff
|