| (21/07/03)
A differenza degli ultimi lunedì, la riapertura dei mercati
è stata oggi molto pesante, soprattutto e ancora una volta per i
titoli di stato americani. Il future sul bond trentennale ha quasi
ricalcato la pessima performance di martedì scorso, con una perdita
di oltre due punti e mezzo. In un balzo di quasi un quarto di punto,
il tasso a dieci anni ha raggiuntoil 4.21%, che se per la media
storica degli ultimi anni è ancora un livello decisamente basso
tuttavia rappresenta il livello più alto del 2003. Lo spread 2-10
anni è arrivato fino ai 260 punti, sfondando il precedente massimo
di 253 punti registrato la settimana scorsa e mettendo in difficoltà
tutti quegli operatori che non si erano ancora sciolti dalle strategie
di "carry trady" tanto profittevoli fino a un mese fa: prendere
a prestito sul tratto breve della curva per investire su quello
lungo.
Difficile
anche per l'inflazionista più convinto del proprio futuro successo
giustificare questo ennesimo rialzo dei tassi come il segnale inequivocabile
della solita improbabile ripresa economica (la quarta in arrivo
dal 2000). Il ribasso odierno del mercato azionario, secondo quella
stessa correlazione positiva ai bond che tra maggio e la prima metà
di giugno aveva spinto contemporaneamente al rialzo obbligazioni
e azioni, ne è una conferma. La discesa del dollaro e la salita
dell'oro la prova del nove.
Chi cerca
delle spiegazioni più esaustive e ragionevoli ai movimenti dei Treasury
americani deve pertanto guardare oltre lo spin positivo dei soliti
noti. In questo caso, infatti, la recente azione dei tassi di interesse,
confermata dall'estensione di oggi, porta con sé ben poco di positivo,
se non proprio nulla.
Tra gli articoli
disponibili in rete una delle migliori interpretazioni su quanto
accaduto al mercato dei tassi è quella offerta, ed esposta in due
articoli, da John Mauldin. Il primo articolo porta la data del 13
luglio ed è intitolato "Poker
at the Federal Reserve". Il secondo, più recente, dal titolo
"The
Most Unlikely Action" risale invece allo scorso 19 luglio.
Nel pezzo
del 19 Mauldin scrive:
"Last
week I compared this week's Greenspan testimony to the last card
dealt in a Texas
Hold'Em
poker game. If Greenspan did not confirm to the bond market the
substance (read bluff) of recent speeches by members of the Federal
Reserve, bond traders would call the bluff and rates would jump
back up. He didn't and they did".
"La scorsa
settimana ho paragonato la testimonianza di Greenspan all'ultima
carta giocata nel poker texano. Se Greenspan non avesse confermato
al mercato dei bond la sostanza (leggi: il bluff) delle recenti
dichiarazioni (sulla deflazione, ndt) dei membri della Federal Reserve,
i bond trader avrebbero chiamato il bluff e il tassi sarebbero schizzati
al rialzo. Greenspan non ha confermato e loro hanno chiamato il
bluff.
Secondo Mauldin, cioè,
l'azione dei Treasury sta dichiarando che gli operatori, dopo le
parole che hanno accompagnato l'ultimo taglio dei tassi e dopo quelle
pronunciate nel corso della testimonianza tenuta da Greenspan la
settimana scorsa, hanno cessato di credere alle capacità della banca
centrale (in realtà un bluff giocato sulla Moral Suasion) di riuscire
a trattenere o a spingere ulteriormente i tassi di lungo periodo
su livelli artificialmente bassi.
In altre
parole, il mercato ha scoperto il bluff di Greenspan riguardo alle
minacce deflazionistiche che avrebbero forzato la FED a manipolare
attivamente al ribasso i tassi di lungo periodo e ha cominciato
a riprezzare correttamente le conseguenze negative della attuale
politica monetaria estremamente accomodante: una ripresa anemica
e di breve durata accompagnata da squilibri sempre più insostenibili
in termini di (per citarne solo alcuni): ampio deficit delle partite
correnti, ampio deficit fiscale, eccessiva speculazione giocata
sul crescente effetto leva permesso dal complesso sistema della
finanza strutturata (nel quale rientra naturalmente tutto il business
legato al refinancing dei mutui).
Greenspan
in effetti si è fatto chiamare il bluff in maniera quasi ingenua.
Forse come dice Mauldin, alla FED hanno pensato che il corrente
rialzo dei tassi sarà di breve durata, modesto e comunque innocuo
per l'economia. Oppure la mossa di Greenspan potrebbe effettivamente
dimostrarsi come uno dei peggiori interventi verbali degli ultimi
anni.
Solo il
tempo sarà in grado di fare chiarezza. Nessuno è dotato di sfere
di cristallo. Ma se veramente l'azione di questi ultimi giorni dimostrata
dal mercato dei titoli di stato americani fosse il segnale definitivo
del primo vero atto di sfiducia a Greenspan da parte del mercato,
dopo anni di intoccabile reputazione come infallibile stregone dell'economia,
non si potrebbe escludere entro qualche mese una destabilizzante
evoluzione dei mercati simile a quella maturata nel lontano 1987.
Un contesto allora per certi versi molto differente ma per altri
sicuramente analogo a quello di oggi, come per l'appunto un ambiente
economico ricco di pesanti squilibri (ben più gravi oggi di allora),
caratterizzato dal rialzo dei tassi (sebbene oggi solo quelli di
lungo periodo) e da una debolezza strutturale del dollaro.
Lo
Staff
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