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(31/7/03)
Favorita dai dati relativi al GDP americano (sui quali
speriamo di poter tornare nei prossimi giorni), la discesa dei bond
è continuata anche oggi. I rendimenti del decennale americano sono
risaliti fino al 4.5% e quelli del trentennale fino al 5.4%, livelli
visti l'ultima volta nel luglio del 2002. Dai massimi raggiunti
a metà giugno il T-Bond ha perso il 14.2% mentre il T-Note l'8.3%.
Il tasso a dieci anni è aumentato nel giro di 6 settimane di oltre
il 45% superando il rialzo percentuale dei tassi avvenuto nel corso
del 1987 (lungo un arco di sei mesi contro le sei settimane attuali)
che fu preludio al crash di ottobre.
Quella dei
bond americani con scadenze di lungo termine era una bolla. In passato
lo abbiamo ripetuto diverse volte e la caduta dei prezzi delle ultime
settimane ha tutta l'aria di esserne una conferma. Ci spiace leggere
che in un suo recente articolo intitolato "Obbligazioni:
la bolla inesistente", Beppe Scienza, autore anche de "Il risparmio
tradito", affermi troppo genericamente il contrario. Riportiamo
le sue parole:
"Gestori
di fondi, analisti finanziari e commentatori economici ipotizzano
che i prezzi delle obbligazioni siano gonfiati, come qualche anno
fa quelli delle azioni, e che potrebbe quindi afflosciarsi rovinosamente.
Non c'è che dire: certa gente che non perde occasione per fare sfoggio
della propria ignoranza. In realtà non esiste, non è mai esistita
e non esisterà mai, una bolla speculativa nel reddito fisso".
Naturalmente
a nessuno verrebbe in mente di parlare di bolla speculativa su un
T-Bill a tre mesi, piuttosto che su delle obbligazioni indicizzate
come i CCT. La bolla interessava la parte lunga della curva dei
rendimenti e quindi i titoli a reddito fisso di lungo periodo, siano
essi di Stato o corporate.
Come l'economia
nel suo insieme non può essere ridotta a un insieme di formule matematiche,
così la definizione di una bolla speculativa non si caratterizza
per la presenza o meno di un limite matematico alla sua dimensione
assoluta (in questo caso il limite massimo imposto ai prezzi delle
obbligazioni dalla formula di attualizzazione dei flussi di cassa).
Riprendiamo
le parole contenute nel capitolo settimo del breve saggio "The
Essential Von Mises":
"Mises
fece notare che le equazioni matematiche sono solo utili per descrivere
l'atemporale e statica "isola che non c'è" dell'equilibrio generale.
Non appena una persona si allontana da quel nirvana e analizza le
azioni dell'individuo nel mondo reale, un mondo fatto di tempo,
aspettative, speranze ed errori, allora la matematica non è solo
inutile ma anche fuorviante".
Analogamente,
nel caso di specie delle obbligazioni, il ricorso alla matematica
si rivela essere un metodo troppo restrittivo, inutile e fuorviante
per poter identificare e valutare un fenomeno economico complesso
come una bolla speculativa che parimenti coinvolge tempo, aspettative,
speranze e soprattutto errori. Molto più ragionevolmente noi preferiremmo
definire la bolla come una pronunciata divergenza di prezzo dai
suoi valori fondamentali di mercato, ovvero un fenomeno speculativo
che si caratterizza sia per l'emersione di aspettative irrazionali
(nel caso dei bond di lungo periodo la convinzione che la FED potesse
schiacciare tutta la curva dei rendimenti verso lo zero, nonostante
il mostruoso doppio deficit, fiscale e commerciale) che per il raggiungimento
di valori estremi e piuttosto instabili che finiscono per implodere
e precipitare in maniera drammatica e piuttosto violenta. Quello
appunto a cui stiamo assistendo da oltre un mese sui titoli a reddito
fisso di lungo periodo.
Se nel caso
del mercato azionario il valore fondamentale dell'azione può essere
definito (pur con larghi margini di incertezza) dalla capacità di
produrre reddito o utili reali (non utili pro-forma o meramente
contabili come quelli ancora presentati dalla maggior parte delle
aziende americane), nel caso del mercato obbligazionario, il valore
fondamentale dovrebbe essere definito dal tasso di interesse "naturale"
determinato dal mercato, da quel tasso cioè che in ultima
analisi riflette le proporzioni di consumo e investimento scelte
spontaneamente e volontariamente dal pubblico.
Utilizzando
l'analisi e la terminologia economica "austriaca", quando il
tasso di interesse viene spinto artificialmente dalla banca centrale
al di sotto del tasso "naturale" delle preferenze temporali, emergono
inevitabilmente delle pericolose disconnessioni non solo tra prezzi
di mercato e valori fondamentali, (siano essi di obbligazioni, azioni
o immobili) ma anche e soprattutto a livello di aggregati economici.
I tassi di interesse
innaturali che hanno caratterizzato la politica accomodante della
FED dell'ultimo decennio sono infatti una delle cause principali
che hanno portato al boom economico degli anni novanta, un boom
insostenibile caratterizzato da forti squilibri strutturali. Cercare
di stimolare la ripresa secondo gli stessi meccanismi che avevano
portato a quel boom insostenibile è stato a nostro avviso un grave
errore. Tale politica negli ultimi tre anni ha accentuato e aggravato
gli squilibri già esistenti e ha impedito la liquidazione degli
eccessi maturati nell'espansione precedente. Secondo questa chiave
di lettura "austriaca" la bolla formatasi di recente sui
bond americani è stata ancora una volta causa di scompensi
economici, forse ben più gravi di quelli provocati dalla
bolla azionaria di fine millennio. Basti pensare al fenomeno americano
del rifinanziamento della casa, o meglio ancora alla bolla globale
della liquidità che trova nella bolla del reddito fisso un
legame di stretta dipendenza.
Il problema
economico reale di oggi, legato alla politica monetaria estremamente
accomodante della banca centrale e ignorato costantemente dalla
maggior parte degli economisti e degli statisti, si risolve in ultima
analisi nella formazione e nel mantenimento di una struttura produttiva
fortemente sbilanciata, non finanziata né sostenuta tanto
dai risparmi naturali del sistema quanto piuttosto dall'eccesso
di moneta e credito che quella politica è in grado di generare.
In altre parole, un sistema produttivo che non è in grado
di essere gestito autonomamente dagli unici veri protagonisti del
dinamico processo economico: risparmiatori e imprenditori.
Secondo
l'approccio economico austriaco, è pertanto grazie agli sforzi
sempre più massicci delle banche centrali, indirizzati al
mantenimento di una crescita economica insostenibile, che viviamo
oramai in un ambiente pericolosamente guidato da una sovrastruttura
finanziaria sempre più speculativa. In tale ambiente la stabilità
dei prezzi, tanto lodata recentemente da Bernanke come l'ambizioso
traguardo finalmente raggiunto dalle banche centrali, purtroppo
perde identificazione con l'ambiguo e irreale indice dei prezzi
al consumo, come lo stesso Bernanke vorrebbe farci credere. Questa
falsa associazione tra stabilità dei prezzi e CPI si riduce
nella realtà dei fatti a una ingannevole illusione di sicurezza
che non fa i conti né con ciò che ancora ci aspetta al termine
del Grande Esperimento Economico, né appunto con le ampie oscillazioni
che da diversi anni caratterizzano i prezzi delle variabili finanziarie,
dietro alle quali gli investitori meno esperti, passando di bolla
in bolla, si stanno perdendo come in un labirinto senza vie d'uscita.
Dovrebbe
essere chiaro che l'aumento eccessivo di prezzo di certi asset riflette
niente altro che l'aumento di moneta e credito nel sistema. Esso
incorpora inflazione monetaria nel suo senso originario (che poi
è anche quello austriaco) di aumento della massa monetaria. E' solo
grazie ai nuovi strumenti finanziari non presenti 30 anni fa (tra
cui gli strumenti derivati) e alla centralità del dollaro in un
sistema economico altamente globalizzato, che tale spinta inflattiva
non è ancora sfociata in un drastico aumento dei prezzi dei beni
al consumo come negli anni settanta, bensì nell'inflazione degli
asset finanziari (obbligazioni o azioni) o reali (l'immobile). Quest'ultimo
tipo di inflazione, tuttavia, viene percepita, a differenza dell'aumento
del CPI, come un fattore positivo di facile (e pericolosissima)
presa sulle masse, perché crea un comodo effetto ricchezza (illusiorio
e altrettanto pericoloso). Allo stesso tempo, coerentemente all'analisi
del ciclo di Boom and Bust sviluppata dalla teoria economica austriaca,
questa inflazione da asset che sfocia generalmente in fenomeni speculativi,
come appunto le bolle finanziarie, genera numerosi malinvestment,
pessime allocazioni di capitale e risorse produttive che minano
il futuro svolgimento delle attività economiche.
Per concludere,
se lo scoppio della bolla delle obbligazioni sta assumendo tutti
i contorni di un pericoloso esperimento entrato nella sua fase finale,
la echo-bubble che si è riformata sul mercato azionario si trova
su quello stesso percorso e presto dovrà tornare a fare i conti
con un riaggiustamento economico strutturale finora evitato ma reso
potenzialmente ancora più traumatico di quanto potesse essere solo
tre anni fa. L'impressione a questo punto è che dietro il
solito angolo del secondo semestre, in realtà si nasconda non tanto
la famigerata ripresa inseguita da 4 anni, quanto piuttosto un conto
da pagare, molto salato, che da diversi anni viene costantemente
ingrassato e rimandato.
Prima di
poter tornare a dei fondamentali economici strutturalmente equilibrati
di crescita sostenibile, nel contesto di un sistema finanziario
realmente stabile, la liquidazione di quel saldo è divenuta
da tempo necessaria. Tutto il resto rimane purtroppo, e per l'ennesima
volta, un insieme piuttosto confuso di illusioni e speranze frutto,
da un lato, di tanta demagogia e, dall'altro, di poco realismo.
Lo
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