| (26/10/03)
Prima di riprendere i nostri lavori riteniamo opportuno
rivisitare brevemente la chiave di lettura principale, tramite la
quale in tutti questi mesi abbiamo curato i nostri commenti e le
nostre analisi, valutandola alla luce degli sviluppi più recenti.
All'incirca
due anni fa, come punto di partenza della nostra ricerca ponemmo
un'economia americana fortemente sbilanciata nei propri aggregati,
non ancora in grado di riemergere, a differenza di quello che allora
sostenevano le analisi e le opinioni di mainstream, dal rallentamento
economico che aveva interessato i primi tre trimestri dell'anno
2001. Identificammo la causa di quegli squilibri nella più forte
espansione creditizia di tutti i tempi. Il materializzarsi della
bolla speculativa del mercato azionario, per dimensioni e capitali
coinvolti ben superiore a tutti i casi precendenti, aveva di gran
lunga contribuito ad aggravare gli squilibri prodotti nel corso
del boom. Coerentemente all'analisi austriaca del ciclo economico,
tali squilibri avrebbero dovuto portare a un necessario riaggiustamento
delle variabili coinvolte attraverso un periodo di recessione ed
eventualmente di depressione economica.
Per quanto negli ultimi
tre anni le naturali forze economiche abbiano effettivamente spinto
lungo questa direzione, l'opposizione di forti politiche monetarie
e fiscali è riuscita nell'intento di realizzare almeno due
chiari obiettivi.
Il primo
è stato quello di evitare che un disordinato processo di
correzione del mercato azionario potesse causare al sistema economico
uno shock difficilmente gestibile. Il secondo è stato quello
di contenere al minimo, caratterizzandolo tuttavia in maniera estremamente
anomala, il periodo di recessione economica che non solo sarebbe
stato naturale attendersi alla luce delle analisi compiute, ma che
sarebbe stato anche necessario per ripristinare quelle condizioni
economiche in grado di poter dare vita a nuovo ciclo espansivo.
Tuttavia, questo pesante
interventismo nei processi dinamici di mercato, pur avendo alleggerito
i costi generalmente richiesti da una fase di post-boom, non ha
risolto gli squilibri e i problemi analizzati a suo tempo. Li ha
invece aggravati ulteriormente, amplificandoli ed estendendoli all'intero
sistema economico mondiale, secondo una direzione mai sperimentata
in precedenza.
All'interno
di un sistema monetario puramente cartaceo, capace di estendere
oltre i limiti tradizionali le proprie promesse di pagamento legate
alla creazione della propria moneta fiduciaria e di tutti i suoi
derivati, questo nuovo corso di sviluppo è stato favorito e reso
possibile da due fattori principali:
il virtuoso, benché in tal caso malamente impiegato, processo di
globalizzazione economica da un lato,
le
sorprendenti risorse di un sistema finanziario sempre più aggressivo
e prolifico di innovazione, dall'altro.
In questo
contesto, pertanto, la nostra chiave principale di lettura è
rimasta ancora estremamente valida e quindi pressochè immutata.
Non solo, coinvolgendo oramai un caso di portata ben più ampia e
profonda di quello originariamente preso in considerazione, l'indagine
che abbiamo modo di sviluppare di giorno in giorno ha sicuramente
trovato stimoli nuovi e decisamente più interessanti .
Allo stesso
tempo, l'approfondimento della teoria economica Austriaca (di Menger,
Bohm Bawerk, Mises, Hayek, Rothbard per citarne solo gli esponenti
storici più rilievanti), è divenuta primaria fonte di arricchimento
per le nostre analisi, tale da porsi non solo come indispensabile
punto di riferimento ma anche come nuovo e diretto campo di indagine
da percorrere accanto al nostro consueto lavoro. Siamo sicuri che
nel prossimo futuro, anche e soprattutto al di fuori di questo modesto
spazio, la teoria economica Austriaca sia destinata a ricevere molta
più considerazione di quella purtroppo riservatagli fino ad oggi.
I principali
campi di investigazione pratica finora seguiti in questa sede, ai
quali si sono affiancati e continueranno quindi ad affiancarsi con
maggiore intensità contributi di natura teorica, possono essere
suddivisi in quattro grandi aree: mercato azionario, mercato dei
tassi, mercato valutario ed economia reale. Vediamo di ripercorrerli
velocemente alla luce degli sviluppi intervenuti nelle ultime settimane.
Come prossimamente
avremo modo di analizzare più in dettaglio, ancora una volta la
ripresa economica americana si presenta come una ottima operazione
di cosmetica che trova da un lato le proprie basi sul massiccio
ricorso all'indebitamento e, dall'altro, il proprio forte nelle
componenti consumi e spesa pubblica. Per il resto essa rimane caratterizzata
da una bassa crescita del reddito, dalla persistenza di un alto
livello di disoccupazione (non ingannino a tal proposito le statistiche
americane di natura ben differente da quelle europee e soggette
peraltro a continue revisioni al ribasso dei dati forniti in precedenza)
e dalla carenza di investimenti tangibili sul territorio americano.
La spinta
che sembra avere rilanciato l'economia americana (e che le impedisce
allo stesso tempo quei riaggiustamenti propedeutici a una nuova
sana fase di crescita) viene alimentata quindi dal consumo del reddito
futuro e dal consumo del reddito straniero, come
continuano a confermare rispettivamente la crescita esponenziale
del debito domestico e l'enorme deficit delle partite correnti.
Allo stesso tempo essa riesce a realizzarsi grazie alla espansione
della credit bubble che nel corso degli ultimi dodici mesi ha avuto
modo di sperimentare una nuova e straordinaria fase di crescita
assimilabile, e per certi versi ancora più potente ed efficace,
di quella degli anni novanta.
All'atto
pratico questa intera dinamica si traduce per gli americani in un
consumo di ricchezza superiore a quello realmente prodotto, ovvero
in un impoverimento graduale sia degli operatori economici domestici
che della struttura economica interna, la sopravvivenza della quale,
in assenza di altri aggiustamenti, continua a spingere verso l'esportazione
in terra straniera (India e paesi asiatici) sia dei posti di lavoro
che degli investimenti reali. Un istinto alla sopravvivenza ben
poco lungimirante che si priva delle stesse fonti di reddito future
necessarie al proprio sostegno e che riflette la chiara volontà
di continuare a vivere ben al di sopra dei propri mezzi e delle
proprie possibilità.
E' stata l'imprevedibile
accelerazione della credit bubble, favorita dall'innovazione ma
consentita dall'assenza di ogni vincolo di controllo sul sistema
monetario cartaceo, ad avere permesso per la prima volta nella storia
il prolungamento spazio-temporale del boom di natura creditizia
sperimentato negli anni novanta, i cui effetti e le cui conseguenze
saranno da esaminare contestualmente secondo due piani di ricerca,
quello interno al sistema economico americano dove essa stessa ha
origine e quello esterno, a livello di economia globale, sul quale
inevitabilmente si ripercuote.
Dopo avere
portato a valutazioni estreme sia il mercato obbligazionario che
il mercato immobiliare, a livello domestico l'espansione della credit
bubble è riuscita quest'anno a rilanciare una nuova fase di ottimismo
e fiducia che sul mercato azionario si è tradotta velocemente
nell'emersione di fenomeni speculativi del tutto analoghi a quelli
di fine anni novanta.
A livello
globale essa ha avuto il virtuoso effetto di riuscire a moltiplicare
e quindi a riversare la propria liquidità praticamente su ogni altro
sistema economico, con effetti spesso non dissimili a quelli sperimentati
internamente, persino nelle economie fino a un anno fa considerate
a rischio.
Due fattori
sono potenzialmente in grado di arrestare lo sviluppo di questa
pericolosa recrudescenza della credit bubble. In primo luogo la
discesa del dollaro, oramai in un ben definito canale ribassista,
e in secondo luogo il rialzo dei tassi di mercato, processo iniziato,
come già visto, all'inizio di questa estate. Tuttavia in
entrambi i casi si è assistito alla pronta opposizione di forze
artificiali che pur riuscendo ad appianare le cose (in altre parole,
ad evitare il peggio) hanno continuato ad impedire al mercato il
proprio ruolo di aggiustamento e correzione degli squilibri in essere.
Per quanto
riguarda il dollaro, così come a suo tempo la FED era riuscita
a gestire l'ordinata discesa del mercato azionario, il sostegno
dei paesi asiatici è stato e continua ad essere determinante nella
ordinata discesa del dollaro. Come si è effettivamente riscontrato
durante l'anno in corso, l'acquisto di dollari da parte dei paesi
asiatici con un surplus commerciale verso gli USA, in misura tanto
maggiore quanto più esso tende a perdere valore, mantiene in effetti
un profilo costi benefici che ancora tende dalla parte di questi
ultimi. Il senso di questa attività in forte perdita (si pensi come
parallelo alla infelice posizione di un acquirente di azioni che
continua a mediare al ribasso un titolo in caduta libera) trova
infatti un corrispettivo più che adeguato nei benefici che
ne derivano in termini di produzione e vendita dei propri prodotti
al consumatore americano.
Nel complesso
questo rapporto continua a sostenere lo sviluppo disarmonico di
una economia mondiale sempre più marcatamente squilibrata tra paesi
produttori e paesi consumatori. Comune denominatore di tutti i partecipanti
a questa netta divisione dei ruoli una valuta sempre più debole
ma sempre più presente destinata a perdere ulteriore terreno
sia nei confronti delle altre valute che verso le principali materie
prime. Come era prevedibile, infatti, il dollaro continua a perdere
potere d'acquisto su quasi tutti i mercati a danno di tutti i partecipanti
al gioco, tranne naturalmente l'emittente originario della moneta
fiduciaria in questione. I problemi a nostro avviso emergeranno
quando questi danni cominceranno a superare i benefici del consumatore
americano, costretto presto o tardi a reinserire la parola risparmio
nel proprio dizionario, o quelli del produttore asiatico, costretto
presto o tardi a valutare i rischi associati alla propria egoistica
generosità.
Per quanto
riguarda invece i tassi di interesse, le naturali spinte verso una
riduzione effettiva della liquidità, oltre ad essere state
contenute dalle dinamiche del punto precedente, hanno presto trovato
una soluzione nella iperattività delle agenzie americane impegnate
nel settore dei mutui immobiliari. Il violento strappo al rialzo
dei tassi di mercato, che a luglio aveva colto di sorpresa molti
operatori, ha avuto modo in questi mesi di forzare la mano della
FED verso un rialzo dei tassi di breve periodo, come oramai sconta
tutta la curva implicita nella strip di futures dell'euro-dollar
deposit. Le aspettative in merito a tale futuro restringimento del
credito hanno avuto già avuto qualche ripercussione sugli aggregati
monetari, come dimostra il trend al ribasso registrato nelle ultime
settimane (-37 B pari a un -1.9% annualizzato della M3 nelle ultime
12 settimane), tuttavia esse hanno trovato un contrappeso ancora
più significativo proprio ad opera delle agenzie Fannie Mae e Freddie
Mac.
Come riporta
Doug Noland nel suo ultimo Credit
Bubble Bulletin, queste due agenzie di sponsorizzazione governativa
che operano nel mercato dei mutui immobiliari sono riuscite di recente
a sostituire il ruolo della FED come principale creatore di nuova
liquidità e prestatore di ultima istanza: nel trimestre che va da
luglio a settembre Fannie Mae e Freddie Mac hanno complessivamente
aumentato i propri Retained Mortgage Portfolios di ben 160 B di
dollari (+46% annualizzato), di cui ben la metà solo nel mese di
settembre. Una iniezione di liquidità non registrata dagli
aggregati monetari che ha più che compensato la contrazione
degli stessi.
In questo
secondo caso i problemi emergeranno all'effettivo materializzarsi
del rialzo dei tassi di interesse da parte della FED, quando i diversi
operatori alla ricerca sia di nuova liquidità che di strategie di
copertura del rischio potrebbe creare non pochi problemi a un sistema
finanziario pesantemente e unidirezionalmente esposto al rischio
di interesse attraverso gli attuali 140 trilioni nominali di strumenti
derivati in essere. Tanto più che queste dinamiche inevitabilmente
si intrecceranno con quelle legate al processo di svalutazione del
dollaro.
In conclusione, il prolungato
sostegno della credit bubble al formarsi di aspettative che vanno
oltre le reali possibilità del sistema economico, nonché le dinamiche
reali messe in moto dallo stesso processo di accelerazione della
credit bubble, hanno posto nuovamente le basi per un downturn economico
ancora più pericoloso del precedente, nel quale gli spazi per l'interventismo
a salvataggio del sistema finanziario ed economico saranno molto
più ridotti rispetto a quelli disponibili tre anni fa, e questo
a fronte di squilibri ben maggiori di quelli di allora.
Lo Staff
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