| (14/1/04)
Il discorso "Rischi e Incertezze nella Politica Monetaria", tenuto
una settimana fa a San Diego da Alan Greenspan è rappresentativo
di un delirio di un onnipotenza giunto alla sua piena maturazione.
Se quattro anni fa quello stesso delirio aveva coinvolto milioni
di improvvisati trader da casa, portando alle conseguenze che ben
sappiamo, il fenomeno attuale si pone a garanzia di rischi maggiori
e conseguenze ben più nefaste.
Un individuo
inesperto di mercati azionari, convinto di arricchirsi comprando
azioni sopravvalutate, nel lungo termine non ottiene altro risultato
che un peggioramento della propria salute finanziaria. Tuttavia,
un banchiere centrale, convinto di poter aggiustare qualunque problema
economico, di controllare qualunque mercato a suo piacimento e di
poter creare ricchezza in maniera perpetua semplicemente stampando
moneta, nel lungo termine è destinato a creare terribili disastri
economici, rovinando la salute economica e finanziaria di milioni
di persone.
Non è un
caso quindi che Greenspan, nel suo discorso, abbia omesso di spiegare
ai suoi sudditi come mai la loro ricchezza reale complessiva si
sia vaporizzata di oltre un quinto nel giro di soli due anni. Del
resto gli americani non sembrano chiedere in merito alcuna spiegazione,
forse per merito, e non a caso, dello specchietto per allodole,
rappresentato dagli indici azionari, che li deve avere distratti
dal crollo della loro unità di conto. Né egli ha spiegato secondo
quale stravagante teoria economica si possa riuscire ad evitare
una correzione imposta dal mercato spingendo una nazione a fare
debiti al di sopra delle proprie possibilità. Né infine ha osato
accennare alle eventuali conseguenze di un mancato successo della
propria insana strategia.
Solo autocompiacenza
e autoacclamazione hanno contraddistinto le parole di un banchiere
centrale arrivato ad autocelebrarsi come se il Grande Esperimento
Economico del XXI secolo fosse già giunto, con successo, al termine.
Invece l'esperimento è appena agli inizi, e né Greenspan né nessun
altro è in grado di prevederne le conseguenze. Siamo infatti in
acque sconosciute che possono trovare analogie nel passato (si veda
per esempio anche il caso di John Law e della Mississipi Bubble),
ma che si caratterizzano per dinamiche del tutto nuove e per un
coordinato impegno di natura massicciamente inflazionista da parte
dei banchieri centrali di tutto il mondo.
A fine dicembre
il ministro delle finanze giapponese ha rinnovato l'impegno di difendere
il tasso di cambio dollaro/yen a qualunque costo. Nel 2003 la Banca
del Giappone ha speso 20 trilioni di yen per comprare dollari (yen
ovviamente prodotti a costo zero, per via di semplici scritture
elettroniche), incrementando le sue riserve in dollari di 200 miliardi
di dollari, il 45% in un solo anno.

Elaborazione
grafica: www.prudentbear.com
Fonte:
National Bureau of Stastistics
Quest'anno
lo sforzo potrebbe raggiungere dimensioni 4-5 volte più grandi,
per coprire, se necessario, l'intero deficit americano (sia fiscale
che di partite correnti, per un totale di oltre un trilione di dollari!
poco meno di un decimo del GDP USA e quasi un 20% di quello giapponese).
Sono cifre che non hanno precedenti, sicuramente sbalorditive, che
rappresentano il più grosso impegno a fini di "stabilizzazione"
del mercato dei cambi finora mai promesso da una autorità,
per usare una parola (quella tra virgolette) utilizzata generalmente
dai politici o dagli stessi banchieri centrali.
Utilizzando
invece parole più adeguate alla realtà dei fatti, e con meno ipocrisia,
sono cifre che rappresentano una delle più massicce manipolazioni
di mercato mai promesse o compiute. E anche il fine reale rimane
sempre il solito: cercare di impedire il riaggiustamento di quegli
squilibri esistenti, già frutto di insane politiche di intervento
economico, al fine di salvaguardare obiettivi e benefici economici
di breve periodo. Chiaramente i flussi vengono indirizzati verso
la parte lunga della curva dei tassi americani contribuendo a mantenerli
nel range attuale. La figura tecnica rialzista in formazione da
agosto, che indicherebbe un target intorno al 6.5% del tasso a 30
anni americano, viene pertanto seriamente compromessa da questo
massiccio impegno. Oggi il tasso a trenta anni ha registrato in
chiusura il 4.88%, situandosi sul supporto del triangolo e sui minimi
di inizio ottobre 2003.

Nonostante
nella presente situazione economica i tassi a lungo termine siano
naturalmente attratti verso l'alto, soprattutto dalla forte salita
del prezzo delle commodities, è possibile quindi che il movimento
si possa risolvere temporaneamente nella direzione opposta grazie
alla manipolazione in corso condotta dalle banche centrali. E infatti
pare che nel 2004 la Banca del Giappone abbia fatto già acquisti
di Treasuries per 50 B di dollari. Per riuscire a tenere "in equilibrio"
gli "squilibri" attuali ed impedire che essi possano sfociare in
un brutale riaggiustamento è assolutamente necessario che
i banchieri centrali riescano a controllare anche la parte lunga
del curva.
La Banca Centrale Europea,
finora impegnata in una politica monetaria decisamente più
prudenziale, mirata a conseguire benefici economici di medio lungo
termine che non di breve periodo (a differenza di quelle seguite
dalla FED e dalla BOJ) è stretta in una morsa e sembra oramai sul
punto di cedere. Per fermare l'Euro ha due alternative: intervenire
sul mercato dei cambi comprando dollari (come pare si sia
impegnata a fare qualche giorno fa) o ridurre ulteriormente i tassi
di interesse anche in Europa (come potrebbe arrivare a fare se l'euro
non si arestasse sotto il cambio di 1.30), allentando in tal maniera
una politica di monetaria già estremamente accomodante.
Il recente
discorso dei banchieri centrali americani (sia di Greenspan che
di Bernanke) in questo senso è stato abbastanza chiaro. Come scrive
Dan Norcini sul sito di Jim Sinclair esso potrebbe riassumersi con
le seguenti parole: "Signori, non vi potete permettere di lasciare
cadere il dollaro, perché vi porteremo tutti a fondo con noi. Non
potete fare altro che continuare a comprare i nostri titoli di debito,
quindi smettetela di lamentarvi dei nostri bassi tassi di interesse
perché noi non abbiamo intenzione di alzarli. Se la smettete di
comprare dollari, la nostra valuta crollerà e anche le vostre case
vi cadranno sulla testa, perché sono gonfiate dai nostri dollari.
Buona giornata, gente".
Le sorti
dell'economia mondiale dipendono quindi da una ordinata e comunque
contenuta discesa del dollaro, e in questa situazione gli sforzi
di tutte le altre banche centrali, forzati dall'ostinazione del
banchiere centrale americano, non possono che correre in difesa
del biglietto verde peggiorando gli squilibri in corso e i necessari
riaggiustamenti di lungo termine.
Addirittura a distanza
di poco più di un anno da una crisi valutaria che sembrava inevitabile,
nell'ultimo
trimestre del 2003 anche il Brasile si è visto costretto a comprare
titoli di stato americani per difendere l'apprezzamento della propria
valuta. E da gennaio ha sostituito gli acquisti indiretti di bond
con acquisti diretti di dollari compiuti attraverso aste giornaliere.
Infine,
da qualche giorno Welteke, il presidente della Banca Centrale tedesca,
è tornato alla carica con la sua brillante idea, già espressa
diverse volte nel corso del 2002 e del 2003, di vendere oro in cambio
di titoli di debito (presumibilmente denominati in dollari). Evidentemente
la infelice strategia della Banca d'Inghilterra, che qualche anno
fa vendette le sue ultime riserve tra 250 e 300 dollari l'oncia
per comprare titoli di stato, presumibilmente americani e quindi
in dollari (si lascia al lettore il calcolo delle perdite conseguite),
per Welteke non è esperienza meritevole di considerazione.
La stessa sorte che del resto spetta ai numerosissimi insegnamenti
di cui la storia ci fa gratuitamente dono: essere stupidamente ignorati.
Per riprendere le
recenti parole di Stephen Roach, analista della Morgan Stanley:
"molti credono che il lungo incubo cominciato nel 2000 sia terminato.
Io non ci credo. Secondo la mia interpretazione non c'è mai stata
una facile via d'uscita, specialmente considerando il fatto che
le autorità hanno reagito allo scoppio di una bolla creando altre
bolle. Il conto associato agli eccessi speculativi e agli squilibri
globali deve ancora essere pagato. Scrutando già nel 2005 questo
è, tra tutti, il più grosso rischio esistente.
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