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(25/2/04)
"Si dice spesso che Keynes e il New Deal salvarono
il capitalismo. In realtà, le sue idee hanno profondamente
alterato ciò che chiamiamo capitalismo". Lew Rockwell
in "Speaking
of Liberty", pag. 72.
Quello
che oggi, in seno ad ogni Welfare State, viene erroneamente definito
capitalismo è in realtà un sistema ibrido tra una
economia di piano e una economia di libero mercato il cui baricentro
continua anno dopo anno a spostarsi verso l'economia di piano. Il
fatto che una nuova nazionalizzazione dei mezzi di produzione o
di interi settori economici, o l'abolizione della proprietà
privata, siano eventi difficilmente ripetibili, non esclude che,
nella sua vera essenza, il sistema si stia dirigendo verso una pianificazione
estensiva e omnidirezionale, benché ancora indiretta, delle
attività economiche. Tale programmazione oggi viene realizzata
prevalentemente attraverso un grave processo di interferenza nei
prezzi di mercato, in particolar modo quelli pertinenti alle variabili
che più che mai condizionano direttamente il benessere percepito
dai soggetti economici: mercati azionari, tassi di interesse, mercati
valutari.
Un
uomo vissuto in America ai tempi del vero laissez faire che venisse
catapultato nella realtà di oggi rimarrebbe sconvolto dall'intrusione
del governo e dei suoi apparati parastatali, in primis la banca
centrale, in materia di questioni economiche. Con molta probabilità
classificherebbe il sistema economico attuale come la realizzazione
di uno strano e indefinibile esperimento "quasi-socialista".
Rimarrebbe
senza parole davanti al processo di corruzione dell'economia di
libero mercato e davanti ai molteplici tentativi di interferire
col quel libero coordinamento degli agenti economici che, attraverso
lo scambio, la cooperazione, la competizione e lo spirito imprenditoriale,
rende possibile sia l'armonioso avanzamento della civiltà
che la generazione di nuova ricchezza.
Forse
rimarrebbe sorpreso nel constatare come, nonostante questa vasta
ingerenza governativa, tutto proceda ancora per il meglio, ma di
certo avrebbe delle forti perplessità in merito alla sostenibilità
di un sistema economico così gestito. Ai suoi occhi, l'incanto
reso possibile dalla continua espansione del credito, dalla spesa
pubblica, e della moneta cartacea si dissolverebbe nel giro di pochi
minuti. Per analogia ricordebbe all'istante il Grande Esperimento
Economico realizzato in Francia da John Law agli inizi del XVIII
secolo.
Come
scrisse Mises quasi ottanta anni fa, non ci sono che due alternative
all'organizzazione economica ed esse si ritrovano nei sistemi economici
puri. Dei due, il sistema di libero mercato basato sulla proprietà
privata è l'unico in grado di accrescere il benessere e il
tenore di vita. Il socialismo, invece, cadendo nell'impossibilità
del calcolo economico, genera il caos economico, si accompagna a
un generale impoverimento della popolazione e si risolve, in ultima
analisi, nel fallimento.
L'intervenzionismo,
come via di mezzo, dice Mises, argomentando estensivamente la sua
tesi in "Critique
of Interventionism", è un sistema superfluo, inutile
e dannoso. Non solo non raggiunge gli scopi che si prefigge, ma
crea distorsioni nel processo economico che si risolvono in una
permanente instabilità dei fenomeni economici e sociali a
correzione dei quali sono necessari ulteriori interventi, in un
crescendo che conduce gradualmente verso il sistema socialista puro.
Purtroppo,
è ancora una volta sulla base della tragica inversione delle
relazioni di causa effetto che l'intervenzionismo è diventato
il sistema comunemente adottato dai paesi industrializzati. La maggior
parte degli economisti, sulle orme di Keynes, considera erroneamente
come deficienze proprie del sistema di libero mercato quella che
in realtà è l'incapacità del libero mercato
di funzionare correttamente a causa delle interferenze governative.
In
maniera paradossale, il numero di provvedimenti economici adottati
da governi e banche centrali per cercare di risolvere i dissesti
provocati dalle precedenti politiche economiche è soggetto
a una prolificazione che si autoalimenta, realizzando nel lungo
termine una restrizione crescente delle libertà economiche,
oltre che un impoverimento relativo rispetto ai migliori traguardi
altrimenti raggiungibili da una pura economia di libero mercato.
L'intervenzionismo
è destinato inevitabilmente a due generi di crisi che si
risolvono quasi contemporaneamente. Nel momento in cui le forze
di mercato diventano più forti di qualunque opposizione,
si ha da un lato la crisi dell'intervenzionismo stesso come metodo
di gestione economica e, dall'altro, emerge
la crisi o depressione economica come necessaria fase di riaggiustamento
degli equilibri a lungo tempo turbati.
Gli
stessi cicli economici traggono principalmente origine dagli interventi
espansivi di un particolare organo governativo e di tutto il sistema
che essa supervisiona: la banca centrale. La teoria economica Austriaca
ha il particolare merito di avere spiegato come ciò avviene
e perché avviene. Nonostante l'illusione alimentata dagli
uomini di potere e dai media, fintanto che l'intervenzionismo interferisce
in maniera sostanziale con i processi economici non ci sono modi
di evitare le fasi del ciclo economico. Le recessioni altro non
rappresentano che una fase di pulizia del sistema economico da quegli
squilibri creati nella precedente fase espansiva, a sua volta favorita
dall'intervenzionismo.
Le
forze del libero mercato causano la recessione solo perché
sono state a lungo disturbate dall'intervenzionismo.
Tuttavia,
la presunzione degli ingegneri economici di poter ammorbidire i
cicli economici dei quali essi stessi sono causa, si è evoluta
gradualmente, e pericolosamente, nella presunzione di poter generare
una illimitata espansione economica. Non solo questa pretesa rappresenta
una assurdità irrealizzabile della quale si va sempre più
fieri in un periodo di crisi sempre palpabile, pronto a riemergere
in tutta la sua tragica inevitabilità, ma è divenuta
un atto di fede sia per il cittadino comune che per l'esperto in
materie economiche.
Entrambi,
ad ogni rallentamento delle attività economiche, si appellano
all'intervenzionismo come se esso fosse in grado di apportare dei
benefici sociali ed economici laddove invece, come dice Mises, "esso
è solo dannoso in quanto trattiene e distorce la produzione
e il consumo da quegli usi che i consumatori valorizzano come più
importanti".
Tranne
l'economia austriaca, tutte le teorie economiche degli ultimi 70
anni, da Keynes in avanti, hanno conferito agli ingegneri economici
autorità e poteri sempre più ampi. Le loro adozioni
pertanto sono state, a seconda della situazione contingente, sempre
ben accolte dagli uomini di governo. Tramite l'applicazione pratica
di tali teorie, crisi dopo crisi, si è giunti a un livello
di interferenza governativa nei processi economici, e non solo,
che ha pochi precedenti.
Negli
ultimi tre anni per ostacolare la crisi economica di inizio millennio
si è toccato l'apice di ogni sforzo intervenzionista mai
realizzato negli Stati Uniti, sia in termini quantitativi, come
percentuale del GDP, che in termini
qualitativi, come interferenza e distorsione del libero mercato
e dei meccanismi di formazione dei prezzi. Ed è più
che mai evidente come ognuna di queste crisi economiche (da quella
del Messico del 1995, dell'area asiatica del 1997, della Russia
del 1998, dell'Argentina del 2001 solo per citare le ultime che
hanno suscitato più clamore), non rappresenti la crisi del
capitalismo, bensì la crisi dello stesso intervenzionismo.
Come scrisse Mises già nel 1926 (Interventionsm,
pag 15):
"Etatists
and socialists are calling the great crisis from which the world
economy has been suffering since the end of the World War the crisis
of capitalism. In reality, it is the crisis of interventionism".
"Gli
statisti e i socialisti chiamano crisi del capitalismo la grande
crisi che ha colpito l'economia mondiale a partire dalla fine della
(prima) guerra mondiale. In realtà, si tratta di crisi dello
stesso intervenzionismo".
L'ultimo
sforzo che ha generato la ripresa economica più finta e insostenibile
di ogni altro tempo, destinata non solo a una breve durata, ma anche
a un fallimento che molto probabilmente sarà sorprendente
e spettacolare, potrebbe essere il punto di arrivo di una crisi
dell'intervenzionismo giunto di fronte a una delle due alternative:
il ritorno a una pura economia di libero mercato da una parte o
gli ultimi passi verso l'adozione di una qualche forma di socialismo.
Nei
riguardi della prossima crisi economica, pertanto, non è
il "quando" si manifesterà che comincia a diventare preoccupante,
piuttosto il "come" essa verrà affrontata. Il sospetto è
che gli squilibri accumulatisi fino ad oggi possano essere davvero
troppo pesanti per essere sopportati senza che si faccia appello
a un intervento straordinario, omnidirezionale, e allo stesso tempo
irrazionale, in grado di riavvicinarci là dove solo il ricordo
di certi orrori è riuscito per lungo tempo a tenerci a debita
distanza.
A
suo tempo, verso la fine degli anni venti, Mises era molto preoccupato
della crescente adozione dell'intervenzionismo a scapito di un sistema
puro di libero mercato. La storia purtroppo ebbe modo di mostrare
tutta la fondatezza di quelle preoccupazioni, sia per quel che riguardò
le sorti della Germania che degli Usa. La prima si aprì definitivamente
al nazionalsocialismo, la seconda approdò a quella che ancora
oggi, ma forse non per molto, resta la più grande crisi economica
della sua storia.
Lo
Staff
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