|
(9/8/04)
L'aumento generale dei prezzi, ben compreso nelle sue
dinamiche principali già diversi secoli fa da alcune menti
brillanti, rappresenta oggi un fenomeno le cui cause originarie
rimangono ancora sconosciute ai comuni media. In questi giorni,
ascoltando non senza un certo fastidio il gran schiamazzo intorno
all'aumento dei prezzi sperimentato dai vacanzieri estivi, si sarebbe
portati a credere che l'aumento dei prezzi sia, nel migliore dei
casi, frutto di qualche ignoto deus ex machina. Nel peggiore dei
casi, l'aumento viene attribuito all'avidità del commerciante
di turno in grado di depredare l'inerme consumatore. (guarda caso
lo stesso capro espiatorio usato per giustificare la rapina di potere
d'acquisto che è seguita all'introduzione dell'Euro).
L'aumento
del prezzo mondiale del petrolio, vero protagonista economico di
quest'estate, non fa eccezione. Generalmente si trascurano le determinanti
reali della tendenza rialzista osservabile in un più lungo
periodo, che non a caso sostengono il prezzo del greggio da ben
tre anni, e si cita invece di continuo un variegato insieme di fattori
in grado di determinare tutt'al più delle mere oscillazioni
di breve termine. Tra essi spicca la onnipresente e fantomatica
figura dello speculatore, colpevole abietto di ogni fiammata speculativa.
Negli ultimi tempi, ricorrendo a un comodo capro espiatorio di recente
introduzione, gli si affianca di diritto la figura ancora più
turpe del terrorista. Il fatto più ironico, per non dire
più risibile, è tuttavia l'attribuzione dell'aumento
del petrolio alla guerra in Iraq, una guerra che con soddisfazione
veniva dichiarata conclusa quasi un anno e mezzo fa, e il cui obiettivo
principale, implicitamente ammesso e accettato dietro le quinte
anche dai meno cinici fautori del warfare, sarebbe dovuto essere
proprio quello di assicurare all'occidente il petrolio a un prezzo
contenuto.
Se risulta
particolarmente irritante assistere a questo inconcludente e incessante
quack quack intorno all'aumento dei prezzi, ancora più fastidioso
è vedere come il comune profano in materie economiche venga
perennemente ingannato sulle cause ultime dell'aumento dei prezzi.
Ogni scusa, buona per nascondere la mano dei veri e unici responsabili
del deprezzamento del denaro, viene infatti confusamente recepita
ed erroneamente denunciata dal povero consumatore. Come conseguenza,
da qualche tempo si può osservare nei consumatori più
attivi (e oltremodo infuriati) un comportamento piuttosto singolare.
Nell'affannoso tentativo di difendersi dal misterioso aumento dei
prezzi essi si riuniscono in curiose associazioni di protesta contro
il venditore dei prodotti o dei servizi tacciato di accaparrarsi
un qualche sovraprofitto del tutto ingiustificato.
Che il sensibile
e generalizzato aumento dei prezzi a cui stiamo assistendo sia effetto
della più grande orgia inflazionistica di tutti i tempi,
alimentata negli ultimi tre anni dai governi e dalle banche centrali
di tutto il mondo, rimane purtroppo una relazione causa effetto
estranea e sconosciuta al vasto pubblico.
Valanghe di
parole sono state consumate nel corso di oltre tre anni. L'obiettivo
comune delle ciance di derivazione neoclassica, era quello di spingere
le autorità a stimolare l'economia tramite il ricorso a qualunque
strumento inflazionistico. Paghe del loro ruolo quasi divino, riconosciuto
da ogni corrente di pensiero economico di moda negli ultimi settanta
anni, le autorità hanno prontamente risposto agli appelli
esercitando ogni potere loro conferito dall'accademia e suggellato
dai media. L'attuale ripresa economica è stata pertanto raggiunta
grazie a una nuova smodata espansione del denaro e del credito.
Se la Fed si
è spinta ad abbassare i tassi fino all'insano livello dell'1%
e il governo americano ha aperto una vera e propria voragine nei
conti pubblici, ponendo insieme le basi per la più massiccia
distruzione di ricchezza dell'economia americana di tutti i tempi,
in Europa i tentativi di emulazione dei colleghi a stelle e strisce
non sono stati da meno. Un tasso di interesse del 2%, anche se non
sufficientemente basso (sigh!) per i più agguerriti inflazionisti
di impronta socialista che infestano l'opinione economica europea,
e una spesa pubblica che ha portato i paesi più importanti
dell'unione europea a sforare i parametri di Maastrich, hanno spinto
i vari attori economici nostrani a inseguire le risorse scarse,
destinate ai processi produttivi o utilizzate nei consumi, a prezzi
via via più elevati.
Il persistente
starnazzare degli apologeti dell'intervenzionismo è riuscito
tuttavia, ancora una volta, a nascondere all'uomo comune la natura
inflazionistica dello stimolo monetario e delle politiche ecomiche
intraprese negli ultimi anni, indistintamente accettate da ogni
parte sociale (ad oggi non ci sono pervenute manifestazioni di protesta
di massa contro l'abbassamento del costo del denaro da parte delle
banche centrali). Adesso che finalmente l'aumento dei prezzi comincia
a farsi sentire in maniera generalizzata, gli inflazionisti rimangono
a corto di parole nello spiegare le reali cause del fenomeno mentre
le autorità dichiarano serene di avere tutto sotto controllo.
Un teatrino
patetico che merita ogni biasimo e ogni disprezzo, e che purtroppo
non terminerà con il quack quack relativo all'inflazione.
Esso è infatti destinato a proseguire con il quack quack
sulla prossima crisi economica. Per quanto infatti l'aumento dei
prezzi può fare seguito a una politica inflazionistica, ma
non necessariamente ne consegue, la crisi, recessione o depressione
che sia, trova in quelle politiche inflazionistiche le proprie premesse
e, all'esaurimento dello stimolo inflazionistico (la nostra sensazione
è che esso si stia già esaurendo), ne consegue in
maniera inevitabile.
Lo
Staff |
|