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Aumento della produttivita': Autoelogio della follia

(29/10/02) Il 28 ottobre 1999 Greenspan tenne in Florida un discorso dal titolo “Information, productivity, and capital investment”. Il Nasdaq chiuse quella giornata a 2875 punti in rialzo del 2.6% e quella successiva a 2966 per una variazione totale del 5.85%. Da quella data decollò letteralmente per raggiungere nella prima settimana del marzo 2000 la memorabile vetta di 5000 punti. Vediamo di seguito il grafico di quell’ascesa e le performance mensili registrate dall’indice:

Data Chiusura Var. mensile Var. da 27/10
27/10/99
2802
-
-
29/11/99
3520
+25.6%
+25.6%
27/12/99
4069
+15.6%
+45,2%
31/01/00
4244
+ 4.3%
+51.4%
28/02/00
4914
+15.8%
+75.3%

Il discorso di Greenspan fu accolto con estremo favore. Del resto, a quei tempi, la stima e la fiducia nei confronti del banchiere centrale più potente di tutti i tempi erano, al pari dell’andamento delle borse, lanciate verso massimi sempre più elevati.

Quel discorso ufficializzò il miraggio della new economy e alimentò la parte finale della bolla speculativa, la più assurda. Se all’epoca non era abbastanza chiaro, oggi il miracolo della produttività si è tradotto in quello che realmente è: una splendida chimera; per alcuni esperti, tra cui l’economista Richebacher (vedi “Illusion or Hoax”) , addirittura una vera e propria truffa.

Eppure il Cavaliere d’oltreoceano la settimana scorsa si è prodigato, nuovamente, nell’elogio dell’aumento della produttività. Per noi niente altro che l’ennesimo autoelogio della follia, che lo ha portato a travisare negli ultimi anni il fenomeno della bolla e tutte le sue conseguenze. Evidentemente c’è qualcuno che ancora lo ascolta e gli dà fiducia: il Nasdaq, sull’onda di nuovi entusiasmi, ha continuato la marcia al rialzo del trading rally nato il 10 ottobre scorso.

Questa esuberante reazione ci porta a pensare che il vero significato della produttività non sia molto chiaro nè ai compratori dei tanti titoli tecnologici nè al chairman della FED. I primi continuano a inseguire prezzi ancora enormemente sopravvalutati, il secondo continua invece a utilizzare la favola della produttività come leva per alimentare la speculazione più deteriore, grazie alla quale i mercati azionari sono stati recentemente, e purtroppo restano ancora, un gran casinò per arricchire e divertire i più abili ma per alleggerire i portafogli di tutti coloro che, più sprovveduti, sono alla ricerca di rendimenti e fortune sempre più rare.

Un articolo di Donald Perry dal titolo “Greenspan’s productivity bubble” ci aiuta a comprendere meglio il fenomeno della produttività con una metafora chiara e semplice.

Il recente aumento della produttività a cui si riferisce Greenspan è assimilabile al processo per cui una gallina, grazie a nuove tecniche di allevamento, riesce a produrre più uova. La gallina è il lavoratore, le tecniche sono la tecnologia e le uova il risultato del lavoro, in termini di output o numero di unità prodotte. Tutto bene finchè il prezzo delle uova sale o rimane stabile. I problemi sorgono, invece, non appena il prezzo delle uova, in virtù dell’aumento della produttività, comincia a scendere. In questo caso si manifesta un fenomeno, proprio quello sperimentato nel settore tecnologico, che consiste nella incapacità da parte delle aziende di imporre sul mercato i prezzi più convenienti (lacking of pricing power) onde mantenere i propri margini di profitto, prezzi che vengono costantemente spinti al ribasso dalle forze di un mercato globale e altamente competitivo.

Di fronte alla erosione dei margini di profitto le aziende sono costrette a licenziare parte della forza lavoro. Grazie alla migliore efficienza dei processi di produzione, un numero di lavoratori inferiore che genera lo stesso output si traduce per le statistiche in un aumento della produttività, esattamente quello che sta succedendo nell’economia americana. Il problema è che i licenziamenti a loro volta si traducono in meno reddito disponibile da spendere e quindi in una domanda inferiore per sostenere il prezzo delle uova prodotte, che quindi scende ancora chiudendo il circolo vizioso tanto caro al Cavaliere Alan.

Onestamente ben poco di cui rallegrarsi, soprattutto alla luce di un fenomeno parallelo e alquanto preoccupante per l’economia americana: le uova, di ogni genere, si producono sempre meno in casa e sempre più all’estero. Per pagarle si è costretti a stampare moneta e a indebitarsi, anche nei confronti del resto del mondo, come mai si era fatto in precedenza. Ma questo è un altro problema di cui parleremo in un prossimo articolo.

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