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Rothbard e la Grande Depressione

(16/12/03) Da qualche settimana siamo impegnati con la traduzione italiana di America's Great Depression di Murray N. Rothbard. Il libro verrà pubblicato l'anno prossimo da Rubbettino Editore. Si tratta di un testo molto importante per capire quali furono le vere cause che condussero l'America alla grande depressione degli anni trenta. Comprendere senza distorsioni di natura demagogica la genesi e l'anatomia di quel periodo è senza dubbio una questione di primaria importanza. La errata interpretazione delle dinamiche economiche e di mercato di quegli anni ha generato infatti gran parte della teoria oggi utilizzata come guida delle politiche fiscali e monetarie dei principali paesi industrializzati. Non è un caso che tali politiche, impostate su clamorosi errori di valutazione, siano giunte negli ultimi anni a ripercorrere gli stessi tracciati che allora portarono alla grande crisi del sistema economico americano.

Il primo grosso errore interpretativo è indubbiamente dovuto ai lavori di Keynes, per il quale l'emersione della crisi fu dovuta alla natura stessa del sistema capitalistico incapace di sostenersi senza l'intervento governativo. E infatti secondo Keynes il governo non fece abbastanza per prevenire la crisi. Niente di più falso, in quanto il massiccio intervento statale contribuì ad alterare, sia prima che durante la crisi, il libero e corretto funzionamento dei meccanismi di mercato. Purtroppo l'infelice affermarsi della teoria keynesiana diede carta bianca ai governi per perpetuare con ancora più forza e potere l'interventismo economico, spostando gradualmente il baricentro da un'economia di libero mercato verso un'economia tendenzialmente centralizzata e pianificata. Non c'è da stupirsi se la visione economica di Keynes, per la quale il sistema di libero mercato porta con sé i semi della propria instabilità, continua ancora oggi a fomentare da un lato i sostenitori del Welfare State e a sostenere dall'altro l'aberrante teoria economica polilogista fornita da Marx.

L'altra interpretazione grossolanamente errata sulle cause che portarono alla depressione degli anni trenta è quella di Milton Friedman e della scuola monetaria quantitativa di Chicago. Secondo le spiegazioni avanzate da Friedman la depressione fu il risultato dell'insufficiente intervento monetario da parte delle banche centrali. Anche in questo caso niente di più falso. Come sarà chiaro leggendo il libro di Rothbard, la Fed fu attivissima in quegli anni, sia prima che dopo la crisi, nel tentativo, vano, di fornire ogni possibile sostegno all'economia. Il fatto evidente è che gli squilibri causati dalla stessa politica accomodante della Fed, e dall'intervento coordinato delle principali banche centrali, diventarono insostenibili e più forti del controllo stesso delle autorità bancarie.

Ma un'altra ragione per la quale reputiamo fondamentale le lettura di un testo come America's Great Depression è dovuta all'incredibile similarità tra le politiche economiche realizzate allora e quelle degli ultimi anni. L'analogia ci porta a pensare che la vera crisi del 1929, come inevitabile fallimento di tali politiche, non sia affatto da sovrapporsi al picco delle borse del 2000, ma sia ancora un evento attualmente in preparazione e prossimo a venire.

Leggiamo cosa scrive Rothbard in America's Great Depression:

"la stretta collaborazione internazionale delle banche centrali negli anni venti creò una falsa epoca di prosperità apparentemente sana, dietro cui si mascherò una pericolosa inflazione mondiale. Come ha affermato il Dr. Palyi* -il gold standard della nuova epoca era gestito in maniera tale da permettere l'allungamento e il sostegno artificiale del boom, tuttavia nel suo automatismo era già implicito l'insuccesso che inevitabilmente sarebbe susseguito-.

"Il gold standard in essere prima della guerra, continua Palyi, funzionava in maniera autonoma; il nuovo gold standard (degli anni venti, NdT) era basato sulla cooperazione politica delle banche centrali la quale -in maniera impaziente incoraggiava e nutriva un volume di credito senza alcun riguardo per le conseguenze economiche-."

Oggi come allora, l'intervento coordinato delle banche centrali, avente la stessa natura fortemente politica e inflazionistica, ha sostenuto e continua a sostenere un'espansione del credito abnorme. Forse è solo grazie alla incredibile molteplicità di strumenti disponibili oggi, rispetto a quelli di allora, che si è riusciti a prolungare il boom di qualche anno e con questo a posticipare (e inasprire) l'emersione degli inevitabili problemi.

Alan Greenspan, che nel 1966 scrisse l'eccellente saggio Gold and Economic Freedom, a difesa di una moneta sana e di un sistema di libero mercato (testo peraltro mai ripudiato), si trova senza dubbio al centro di questo ginepraio di errori la cui risoluzione, probabilmente, è sconosciuta persino agli stessi autori. L'ostinata immobilità dei tassi di interesse da parte della Fed, nonostante la presunta ripresa economica in corso così ben sbandierata nell'ultimo periodo, ne è a nostro avviso la più chiara dimostrazione.

Forse come scrivono altrove: Greenspan "è diventato ciò che egli stesso detestava (nel saggio Gold and Economic Freedom, NdT), una caricatura degna di compassione economica, uno statista del Welfare uscito fuori di senno. Guida la Fed con una disonestà sbalorditiva. Presiede un sistema dedicato a una confisca inflazionistica della ricchezza, estera e domestica, realizzata su scala mai sperimentata prima nella storia dell'umanità".

Traducendo l'opera di Rothbard ci auguriamo quindi di poter prestare un valido contributo perché anche in Italia si possa riuscire a comprendere correttamente le dinamiche economiche di allora e quelle incredibilmente similari in corso oggi. E perché all'indomani della crisi si possa, con maggiore determinazione e secondo un percorso inverso a quello realizzato negli ultimi settanta anni, compiere quei passi necessari per ritornare gradualmente verso una genuina economia di libero mercato.

Solo il processo economico che trova origine nel libero esercizio della creatività imprenditoriale è infatti capace di creare ricchezza e benessere senza che al contempo si creino gravi distorsioni nella struttura dei prezzi e in quella produttiva. Distorsioni che non solo impediscono la migliore distribuzione dei benefici generati in via continuativa dal processo di competenza dinamica, ma che inevitabilmente finiscono per condurre a una profonda crisi del sistema economico.

Lo Staff

*Melchior Palyi, "The Meaning of the Gold Standard," Journal of Business (luglio 1941): 300-01.

 
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