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La triste preveggenza di Menger e l'illusoria fiducia di Schacht

(27/11/03) L'attesa della inevitabile catastrofe monetaria sta diventando tediosa. Esistono occupazioni intellettuali più degne che stare a monitorare quotidianamente le manfrine messe in opera dai Poteri Finanziari Forti: un giorno, un mese, un anno di rally fasulli del Nasdaq; l'altalena euro-dollaro al limite di una traiettoria senza ritorno; l'oro che sale e che quando esagera lo tirano giù un dieci quattordici dollari, forse per spaventare quelli che osano farci un pensiero; rivalutare o no lo yuan, e mentre gli orientali pensano bene sul da farsi, negli USA si impongono dazi sulla biancheria intima Made In China. Una maniera come un'altra per dare avvio alla solita guerra commerciale in cui la vittima dichiarata è causa dei suoi stessi mali.

Giochi di bambini vecchi.

Sappiamo a cosa tende tutto questo: le monete di carta, i buoni-acquisto governativi finiscono prima o poi nel mondezzaio della storia, quando una, quando l'altra, e, sfortunatamente, tirano giù con sé tanta povera gente innocente. Il meglio che possiamo sperare è che i governanti ci risparmino altre infauste guerre. In passato non è mai andata così. A volte ci sorprendiamo a pregare, il che dovrebbe essere strano per chi non crede di avere una fede, ma ci dà un certo conforto. I Poteri Finanziari Forti hanno la forza di Don Rodrigo buona solo a far paura ai vigliacchi, ma sono impotenti contro le forze vere della Creazione, le leggi naturali dell'economia. Avessero la forza dell'Innominato, tornassero indietro adesso, che forse è ancora possibile... ma questo ha il potere: non riesce a fermarsi in tempo.

Più interessante dell'analisi tecnica del giorno è provare ad ascoltare le voci lontane sempre presenti del passato. È ormai nozione risaputa tra tutti gli uomini di intelletto e buona volontà che l'unica spiegazione decente dei fatti economici è quella che origina dalla Scuola Austriaca di Menger, Bohm Bawerk e Mises. Nelle sue "Annotazioni e ricordi" del 1940 Mises scrive: "Volevo essere un riformatore, ma sono diventato soltanto lo storico della decadenza". Crederemmo a Manzoni, oltre che amarlo, e alla sua tanto elusiva Provvidenza se Mises diventasse il riformatore del futuro, il grande logico dell'Azione Umana dopo la Grande Bolla e dopo lo Stato-Nazione.

Nel 1910 era giunta alle sue orecchie una storia di terza mano, raccontatagli da suo nonno. Pare che nel 1880 Menger avesse predetto che le politiche economiche messe in campo dalle potenze europee avrebbero condotto ad una guerra orribile e a rivoluzioni sanguinose, che avrebbero distrutto la cultura europea e la prosperità delle nazioni. Come protezione da questi eventi inevitabili, raccomandava di investire in obbligazioni scandinave e in monete d'oro. Menger scampò al disastro della moneta austriaca, ma non a una profonda tristezza. Aveva previsto la catastrofe trentaquattro anni prima che scoppiasse la Grande Guerra e quarantuno prima di morire.

Gli si imputa una paralisi psicologica dovuta alle sue previsioni e un rallentamento della sua creatività teorica. Trasmise all'Arciduca Rodolfo, suo allievo, il liberalismo e l'inquietudine. Saremmo rimasti commossi se l'elegante prosa di Borgese, nella sua dimenticata indagine su Mayerling, raccontasse insieme dello spegnersi della luce sull'incarnato della Mary Vetzera e del lavorio delle fosche previsioni di Menger nella mente di Rodolfo. Arciduca ed erede della Ka und Ka Monarchie gli successe l'autocratico, violento e reazionario Francesco Ferdinando. Il suo assassinio a Sarajevo, come l'aggiunta di una molecola catalizzatrice, precipitò la crisi tanto attesa da Menger. Oggi lo chiameremmo uno shock esterno. Bilancio per Menger: quarant'anni di tristezza, non avrebbe mai visto realizzarsi nella storia il suo ideale di governo limitato e libero mercato.

Preservazione del capitale. Un uomo del genere si realizza nel trasmettere grandi ideali nella storia, nel forgiare l'anima delle civiltà. Preservare il capitale è un mero accidente. È come il nostro acquisto di oro oggi: un'espressione di scetticismo, un voto contro ogni dirigismo, contro ogni interventismo avente carattere sistematico e istituzionale, nella moneta come nel credito, contro ogni restrizione della libera creatività imprenditoriale, contro le guerre commerciali, che precedono e causano le più gravi guerre degli eserciti.

La nostra fedele registrazione delle delusioni degli alfieri del libero mercato ci ha messo in contatto con il bel libro di John Weitz Hitler's banker: Hjalmar Schacht , che ci introduce nella vita e nelle opere del banchiere centrale del Reich. Le politiche della moneta e del credito non sono più oggetto di discussione popolare; negli anni scorsi ci hanno ripetuto fino alla nausea che l'Euro era bello e santo senza spiegarci nulla, e tanto ci doveva bastare. Non è stato sempre così nella storia: la campagna presidenziale americana del 1896, che vide opporsi il giovane oratore populista W.J. Bryan a W. McKinley, ebbe come tema centrale la scelta cruciale tra bimetallismo e gold-standard, e i contadini del Nebraska disputavano sul ruolo monetario dell'argento.

Appunto perché la questione della moneta è decisiva, essa è stata nascosta all'attenzione pubblica. Soltanto alle belle popolazioni dei fiordi permettono di dire la loro talvolta, anche se gli suggeriscono la risposta esatta puntando il coltello nella schiena del ministro, ma quelli cocciuti sbagliano e dicono no. Dal Nord arrivava anche il danese Hjalmar e da una mamma baronessa, che sposò il figlio idealista di un medico di campagna che curava per niente i contadini. I matrimoni per amore fanno bene ai bambini, anche in appartamenti in affitto mal riscaldati. La coppia, emigrata in America, adorava il giornalista abolizionista Greeley, tanto da dare il suo nome al secondo figlio. Come può arrivare da una tale origine un ministro di Hitler?

Schacht disprezzava i nazisti, ma pensò di poter addomesticare il demonio. Si era fatto la fama internazionale di genio per aver domato l'iperinflazione degli anni venti. Comprese che le folli riparazioni di guerra previste dal Trattato di Versailles avrebbero affamato la Germania per un secolo. Comprese che nessun tedesco, giustamente, avrebbe mai accettato l'infame articolo 231, che addossava alla Germania tutta la responsabilità per la Grande Guerra. Comprese che dal gallinaio del Reichstag non sarebbe mai venuta fuori una voce unisona e intelligente. La Germania aveva bisogno di riarmarsi per sedere decentemente al tavolo delle trattative. La neutralità doveva essere una neutralità armata. Così si sarebbero evitate le riparazioni e la Germania avrebbe potuto impiegare il capitale per riprendere le esportazioni e riassorbire la disoccupazione.

Weitz, tedesco di origine ebraica, ci tiene a dire che Schacht "amava il commercio, per ogni dove, in tutti i momenti e con chicchessia. Era il suo linguaggio, la sua musica, la sua religione". Il valore delle nazioni doveva per lui misurarsi sul piano culturale ed economico. I banchieri centrali hanno questo vantaggio sugli intellettuali: mentre loro possono elaborare teorie della cultura (e possono tentare di finanziarle), gli intellettuali generalmente non capiscono la banca.

Schacht era un banchiere conservatore che credeva di sapere il segreto della civiltà: proprietà privata, libero mercato, gold standard, esportazioni e profitti. Si oppose alle avventure militari di Hitler, ad ogni passo; ad ogni passo lo esortò a negoziare la pace. Gli negò il credito della "sua" Reichsbank finché dovette cedere ogni carica. Complottò il 20 luglio 1944 per uccidere Hitler. Fu imprigionato dalle SS. Fu processato e assolto a Norimberga.

Il suo errore di valutazione dipese da una smisurata fiducia in se stesso. Credo si rese conto con tristezza che viveva nel Secolo della Massa. Vide con i suoi occhi che Hitler conosceva la massa. La massa è una ragazza masochista, che ama chi la disprezza e la sa battere. Schacht era un signore arguto che amava le conversazioni eleganti e le donne di classe. Hitler poteva mettere la sua frustrazione, solitudine e repressione solo negli amplessi deliranti con la massa. Schacht sarebbe stato disgustato solo a vederla da lontano. Pensò di poter manovrare il manovratore della massa e condurre tutte e due al sicuro. Non vi riuscì. Forse non è possibile riuscirvi.

Fabio Gardel

(I rapporti di Hitler con la massa sono raccontati magistralmente da Ioachim Fest nel suo Hitler.)

 
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