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presidente della Reichsbank in carica dal 1923 alla fine del sogno
imperiale germanico ottenne il suo primo incarico importante nel
1900 in un centro che si occupava della stipula di trattati commerciali.
La sua candidatura fu preferita alle altre non per motivi accademici
(Schacht vantava un oscuro dottorato in filosofia), ma perché
egli fu l'unico, tra i candidati, a essersi presentato ai colloqui
in un elegante abito da sera, nonostante le sue precarie condizioni
economiche. Nelle questioni bancarie l'immagine è quasi
tutto.
Il 24 luglio
del 1998 il presidente della FED di fronte alla House Banking Committee
dichiarò:
"nel caso il prezzo dell'oro aumentasse le banche centrali sono
pronte a prestarne in quantità crescenti". Ammise cioè
che l'intero plotone dei banchieri centrali del pianeta aveva dichiarato
guerra al possessore del metallo giallo.
Sulla
base di questa considerazione, chi mai potrebbe osare di "investire"
in un mercato che tutte le banche centrali si impegnano a manipolare?
Pochi o nessuno, almeno fintantoché è forte la credenza
nel potere delle banche centrali di manipolare i mercati. Tutti
i mercati, perché, come insegna la farina del Manzoni
e il latte di Mises, la fissazione di un prezzo produce nel tempo
la fissazione di tutti i prezzi, cioè il socialismo.
E a questo
si impegna la Reserve Bank of Australia quando dichiara
che "Le riserve in valuta e l'oro sono mantenute primariamente
per rendere possibile l'intervento nei mercati valutari. Nell'investire
queste attività, la priorità è data alla liquidità
e alla sicurezza, allo scopo di rendere queste riserve sempre disponibili
per le politiche che si intendono adottare".
Mi chiedo
come facciano questi burocrati a conciliare tali affermazioni tanto
chiare e perentorie con la vaga fede nelle virtù del libero
mercato con cui occasionalmente ammantano la loro retorica ufficiale.
In realtà, come tutti i burocrati, essi odiano la libertà
umana e, in primis, la libertà economica più
di ogni altra cosa.
Nella
loro regolamentazione del commercio internazionale e delle valute
l'agenda degli ultimi mesi sarà stata: "1 euro=1 dollaro=100
yen, oro max 400, petrolio max 40, se proprio non riusciamo a tenerli
giù. Per ora navighiamo a vista, poi si vedrà". Naturalmente
le masse finanziarie implicate sono così grandi che è
difficile fissare i prezzi al centesimo, ma in qualche modo stanno
lì dove volevano essere. La Banca del Popolo di Cina è
più trasparente, ma l'aver fissato il cambio dollaro/yuan
ha il costo di dover assistere al surriscaldamento degli investimenti
e dei prezzi e di doversi caricare di titoli di stato americani
(che però possono essere usati come arma di contrattazione
politica).
Il recente rinnovo del
Washington Agreement che impegna le banche centrali europee a limitare
le loro vendite annuali di riserve auree forse non è niente
altro che una buffoneria dei treccartisti in smoking per allietare
le pagine lugubri della stampa finanziaria. L'oro che queste banche
si impegnano a vendere nei prossimi cinque anni potrebbe già
trovarsi al collo di ricche signore di Bombay. Quell'oro è
già stato prestato alle bullion bank, è stato venduto
sul mercato, ed esse non potranno restituirlo se non riacquistandolo
sul mercato al prezzo corrente (più alto di quello di vendita).
Al fine di evitare il fallimento di questi operatori o un eventuale
scandalo derivante dalla opaca e quasi fraudolenta gestione dell'oro
nazionale, le banche centrali europee avrebbero semplicemente scelto
di trasformare le voci di stato patrimoniale "crediti in oro" in
partite di conto economico denominate più semplicemente "vendite
di oro".
In tal
modo le bullion bank sono sollevate dal restituire in perdita ciò
che avevano preso a prestito. Del resto, se non si trattasse di
un gioco delle tre carte, perché il Fondo Monetario Internazionale
avrebbe consentito alle banche centrali di non distinguere nei bilanci
l'oro dai crediti in oro? E quindi da qualche parte già si
narra di consulenti partenopei dall'incerto curricolo molto attivi
nelle sedi delle banche centrali: "Il Re di denari vince, le due
donne nere perdono. 1,2,3. Dov'è il Re?"
La nostra ingenua curiosità
ci spingerebbe a questo punto a scrivere alla Banca d'Italia per
farci spiegare 1) dov'è l'oro d'Italia 2) quanto di esso
è stato prestato e quanto è invece ancora sotto il
diretto controllo della banca 3) come si può controllare
quanto eventualmente asserito dalla banca. Purtroppo, non esistendo
un servizio email rivolto ai cittadini (evidentemente la Banca d'Italia
non ritiene di dover rendere loro nessun conto), siamo costretti
a tenerci la nostra curiosità e a procedere per supposizioni.
Fabio Gardel |