L'INVESTIMENTO IN ORO DA UNA PROSPETTIVA “AUSTRIACA”

 

Guglielmo Piombini

 

Dadi o algoritmi?

 

Studiando l'economia della scuola austriaca si può migliorare la gestione delle finanze personali? Più in generale, la conoscenza dei fondamenti dell'economia può aiutare a scegliere i corretti investimenti finanziari? La questione è controversa. Secondo una prima visione, preferita in particolar modo dagli economisti keynesiani, è impossibile prevedere le future quotazioni finanziarie perché i mercati sono per natura irrazionali. Keynes stesso era un forte speculatore, ma considerava la borsa alla stregua di un casinò e affermava: «Il fatto che la nostra conoscenza del futuro sia fluttuante, vaga e incerta rende la ricchezza un soggetto particolarmente inadatto ai metodi della teoria economica classica. Non esiste alcuna base scientifica per formarsi un qualche calcolo di probabilità. Semplicemente non ne sappiamo nulla».(1)

Se non possiamo ottenere alcuna conoscenza del futuro dei mercati, allora tanto vale scegliere a caso i titoli su cui investire. Il metodo casuale d'investimento è stato perfino teorizzato da Burton G. Malkiel in un libro molto popolare, A Random Walk Down Wall Street , dove si può leggere: «L'investimento casuale si basa sul presupposto che i cambiamenti di breve periodo dei prezzi delle azioni non possono essere previsti. I servizi di consulenza finanziaria, le previsioni di guadagno e altri complicati schemi d'investimento sono quindi inutili. Portato alle sue logiche conseguenze, questo significa che una scimmia bendata che lancia le freccette su un giornale finanziario potrebbe selezionare un portafoglio valido quanto quello preparato dall'analista più esperto».(2) Questa teoria non è ovviamente molto apprezzata a Wall Street, ma attrae gli economisti keynesiani mainstream . Paul Samuelson ha fatto l'elogio del libro di Malkiel, arrivando a regalarne una copia a ciascuno dei suoi figli; anche William J. Baumol e Alan S. Blinder sostengono nel loro diffuso manuale di economia che esiste una massa di prove empiriche a favore dell'imprevedibilità del prezzo dei titoli finanziari.(3)

A questa concezione se ne contrappone una opposta, sostenuta generalmente dagli economisti neoclassici, secondo cui l'andamento dei mercati finanziari può essere previsto se si possiedono tutte le informazioni rilevanti. Questa teoria ritiene che i mercati siano estremamente efficienti nel raccogliere e convogliare tutte le informazioni utili, per cui in un mercato ben funzionante e in equilibrio i margini di profitto dalla compravendita delle azioni sono bassi, e tendono allo zero. “Tu non puoi saperne più del mercato”, sembra essere lo slogan di questa scuola del “mercato efficiente”, che gode di un certo consenso. A ben guardare, questa teoria non è altro che il modello neoclassico della concorrenza perfetta applicato al mondo finanziario.

Gli investitori che seguono questa visione ritengono che i mercati siano totalmente razionali, prevedibili e meccanicamente precisi. Credono fortemente che vi sia una diretta correlazione tra gli eventi passati e quelli futuri, e tutto starebbe nel raccogliere il maggior numero di dati. Molti di loro sono dei positivisti, sostenitori dei metodi delle scienze fisiche applicati all'economia, o degli econometristi che amano applicare i modelli matematici e statistici all'economia. Inevitabilmente arrivano a conclusioni deterministe, ad esempio che sarebbe possibile diventare ricchi acquisendo più informazioni degli altri, grazie magari a dei computer capaci di simulare perfettamente il mercato. Due scienziati, J. Doyne Farmer e Norman Packard, hanno sviluppato un complesso programma informatico e creato una società, la Prediction Company di Santa Fe, per “sbancare Wall Street”. Ogni giorno i dati delle principali piazze finanziarie raggiungono i loro potentissimi computer, che in meno di un minuto elaborano previsioni ed effettuano scambi con le banche. In questo modo hanno accumulato una quantità enorme di dati storici sui mercati, che cercano di proiettare nel futuro in base a certi complessi algoritmi. La Swiss Bank gli fornisce i soldi in cambio di una parte di utili, ma non risulta che Farmer e Packard siano diventati ricchi: interrogati sui loro risultati, ammettono che “bisognerà aspettare ancora un paio d'anni per capire come butta”.(4)

 

Il ruolo dello speculatore

Sia la teoria secondo cui non è possibile avere alcuna conoscenza del futuro dei mercati, sia la teoria secondo cui si può ottenerne una conoscenza quasi perfetta peccano di unilateralità e presentano problemi evidenti. Non si può negare, infatti, che vi siano degli investitori finanziari (come John Templeton, Arnold Bernhard, Warren Buffett, George Soros) che hanno messo a frutto le loro superiori capacità in questo campo mantenendo un'alta media di guadagno per quasi tutta la loro carriera: dunque si possono fare profitti elevati e continuati nel mercato finanziario, e la cosa non può essere casuale. D'altra parte, l'idea che il mercato incorpori una conoscenza perfetta non spiega come mai solo pochissimi riescono a prevedere in anticipo i grandi crolli borsistici, come quelli del 1929 o del 1987.

Molto più ragionevole è allora una teoria intermedia, sostenuta anche dagli economisti di scuola austriaca, secondo cui noi possiamo avere una qualche cognizione, benché limitata, dell'andamento dei mercati. La nostra conoscenza dei mercati e del futuro non può mai essere perfetta, ma neanche totalmente imperfetta; gli eventi economici e i prezzi degli investimenti non sono sempre prevedibili, ma a volte sono abbastanza prevedibili; i mercati non sono totalmente efficienti, ma neanche completamente inefficienti. Quando si prendono decisioni d'investimento non bisogna mai dimenticare, come insegna la scuola austriaca, che l'attività economica in generale e i mercati finanziari in particolare si basano sulla scienza dell'azione umana. Le persone, a differenza di quello che credono i neoclassici, i positivisti e gli econometristi, non agiscono come macchine, perché dispongono del libero arbitrio. Possono imparare dagli errori e modificare i propri comportamenti. Per questo i trend passati tendono a volte a ripetersi, ma mai nella stessa identica maniera.

Spetta allo speculatore il ruolo chiave di prevedere questi cambiamenti dei mercati finanziari. Lo speculatore, infatti, è un imprenditore più che un economista, un uomo d'azione più che un teorico, perché la sua attività si fonda essenzialmente sulla capacità di prevedere eventi non determinabili a priori. L'investitore si occupa delle condizioni incerte del futuro, e la sua unica fonte di profitti è la sua abilità ad anticipare meglio di altri la domanda del pubblico. Come spiega Ludwig von Mises ne L'azione umana , questa comprensione anticipatrice delle condizioni del futuro incerto sfida qualsiasi regola di sistematizzazione, e non può essere insegnata né appresa. Ciò che distingue gli investitori di successo dagli altri è precisamente il fatto che essi non si lasciano guidare da ciò che è stato e da ciò che è, ma conducono i propri affari in base alla loro opinione del futuro. Essi vedono il passato e il presente come gli altri, ma giudicano il futuro in modo differente. Le loro azioni sono dirette da un'opinione del futuro differente da quella della massa.(5)

Un buon analista finanziario, quindi, deve essere dotato non solo di competenze sulle condizioni della domanda e dell'offerta nei mercati, ma anche di un certo “intuito” o fiuto imprenditoriale, che fa di questo lavoro un'arte più che una scienza. È questa la ragione per cui i grandi economisti non si sono mai arricchiti grazie ai mercati finanziari: due attuali premi Nobel come Paul Samuelson e Milton Friedman si rifiutano per principio di dare consigli sugli investimenti; John Maynard Keynes, considerato un abile investitore, ebbe in realtà numerosi rovesci, e perse tre quarti della sua ricchezza nella crisi del 1929 e due terzi nella crisi del 1937;(6) la madre di Karl Marx, grande sperperatore di fortune in borsa, esprimeva il desiderio che «Karl accumulasse il capitale, invece di scriverne soltanto»;(7) Ludwig von Mises disse a sua moglie prima di sposarsi: «Se desideri un uomo ricco, non sposarmi. Non sono interessato a guadagnare denaro. Io scrivo sul denaro, ma non ne avrò mai molto».(8)

 

Rothbard come consulente finanziario

 

Anche Murray N. Rothbard, il grande allievo di Mises, era dell'idea che l'investimento finanziario fosse soprattutto un lavoro da imprenditori, non da economisti teorici. Non si considerava quindi né un abile consulente finanziario né un sagace speculatore. In alcune occasioni fu anzi particolarmente sfortunato, come quando comprò nel 1956 azioni della Shell, che poi crollarono il giorno dopo a seguito della nazionalizzazione egiziana del Canale di Suez; oppure quando comprò dei junk-bond (“titoli-spazzatura”) a basso prezzo, che vennero poi tolti dal listino una settimana dopo. Dopo queste esperienze divenne molto più prudente, impiegando i suoi soldi in fondi d'investimento o nell'acquisto di monete d'oro.(9)

Contro gli economisti che si sbilanciavano in dettagliate previsioni usando grafici e dati statistici, Rothbard scrisse che «se veramente fossero capaci di prevedere il futuro, non sprecherebbero il loro tempo scrivendo sulle newsletter finanziarie o costruendo modelli econometrici. Sarebbero troppo impegnati a fare i miliardi anticipando gli andamenti dei mercati delle azioni e dei beni».(10) Da economista austriaco, Rothbard considerava l'economia come una scienza qualitativa , non quantitativa. L'economista potrebbe quindi determinare la direzione dei tassi d'inflazione o d'interesse, ma non il livello esatto, né il momento esatto del cambiamento: «Non esistono delle costanti numeriche nelle azioni umane, e perciò non si possono calcolare secondo coefficienti matematici che non siano arbitrari o erronei».(11)

Per questa ragione criticò aspramente la teoria dei cicli di Kondratieff, secondo cui i mercati alternano cicli di espansione a cicli di depressione ogni 50 o 60 anni. Questa teoria, che ebbe i suoi momenti di gloria negli anni Settanta anche tra gli analisti finanziari, era completamente erronea perchè «la corretta teoria del ciclo economico è qualitativa, non quantitativa; non può predire la lunghezza o l'intensità di un particolare ciclo. In particolare, la lunghezza del periodo di boom dipende da quanto a lungo le autorità monetarie sono disposte a continuare ad inflazionare l'offerta di moneta. È manifestamente assurdo per gli economisti o gli storici pretendere di prevedere esattamente quando le autorità monetarie si fermeranno o rallenteranno le politiche inflazionistiche. Questo dipende da complessi fattori qualitativi politici e psicologici, che non possono essere ridotti in una qualche prevedibile serie di numeri».(12) Allo stesso modo criticò i moderni sistemi informatici di previsione: «I modelli computerizzati possono solo incorporare collegamenti quantitativi passati . Ma non c'è alcuna garanzia che le stesse proporzioni si ripeteranno nel futuro prossimo o lontano. I trend e i rapporti cambiano. Non ci vuole molto a estrapolare i trend passati e ad applicarli all'anno prossimo: lo possono fare tutti con un righello, senza bisogno di computer ad alta velocità. Il difficile è prevedere i cambiamenti improvvisi e le inversioni dei trend; in questo, l'insuccesso degli econometristi è stato spettacolare».(13)

Tuttavia un bravo economista, se non può fare previsioni quantitative precise, può fare delle previsioni di massima, puramente qualitative, su alcuni aspetti dell'economia influenzati dalla politiche dei governi o dalle decisioni delle banche centrali. In particolare, il ciclo economico è un tipico fenomeno causato dalle autorità monetarie che gli economisti austriaci osservano attentamente anche per prevedere gli andamenti futuri del mercato.(14)

Non è un caso che gli economisti austriaci furono gli unici a prevedere la grande depressione del 1929. Nel 1924 Mises rifiutò un incarico nella banca austriaca Credit Anstalt, convinto dell'arrivo inevitabile di un crash, che si verificò nel 1931. Friedrich A. von Hayek fu ancora più preciso nell'individuare il momento della depressione: come direttore dell'Istituto Austriaco di Ricerche Economiche pubblicò diversi articoli all'inizio del 1929 in cui sosteneva che l'economia americana avrebbe avuto un collasso entro pochi mesi, dato che la Federal Reserve non poteva più continuare ad alimentare il boom inflazionistico attraverso l'espansione del credito. Anche Felix Somary, un banchiere svizzero che aveva studiato economia insieme a Mises all'università di Vienna, profetizzò inascoltato fin dal 1926 il crollo delle borse e delle banche e ritirò per tempo tutti i depositi bancari dall'Inghilterra, dalla Germania e dall'Italia.(15)

Anche Rothbard, pur non impegnandosi nell'analisi dei mercati finanziari, ha dato un impulso fondamentale alla nascita negli Stati Uniti di un movimento favorevole ad una moneta “pesante”, che studia le favorevoli occasioni per investire in oro. Il suo strepitoso pamphlet pubblicato nel 1964, What Has Government Done to Our Money? (meritoriamente pubblicato nel nostro paese da Leonardo Facco con il titolo Lo Stato falsario , a cura di Piero Vernaglione e Fabio Gallazzi) rappresenta ancora oggi il manifesto dell' Hard-Money Movement . Spiegando in termini chiari e comprensibili come la moneta nasca dal mercato e come venga distrutta dalla gestione statale, Rothbard ha dato origine ad una scuola di consulenti finanziari che auspicano un ritorno dell'oro come strumento monetario e d'investimento: analisti come Howard Ruff, James Blanchard, Douglas Casey, Harry Schultz, Bill Bonner, Mark Skousen, Gary North, Harry Browne, hanno dichiarato di essersi ispirati direttamente o indirettamente alle teorie di Rothbard. Il texano Ron Paul si è addirittura lanciato nella carriera politica dopo aver letto questo libro, e ha presentato una proposta legislativa che mette in pratica il piano di Rothbard per un ritorno al gold standard. L'idea è quella di usare le attuali riserve auree del governo per definire il dollaro come un particolare peso d'oro, e garantirne la piena convertibilità.

 

L'oro non è una merce come le altre

Gli investitori professionali tendono però a considerare l'oro come un “bene improduttivo”, un relitto arcaico che non ha più la funzione di un tempo; guardando indietro, sottolineano come negli ultimi 25 anni le sue quotazioni non siano state particolarmente convenienti. In questi decenni l'oro ha interessato quindi ben poco i risparmiatori, che hanno preferito concentrarsi sui titoli mobiliari o sugli immobili.(16) Chi ha studiato la storia monetaria e la teoria economica della scuola austriaca dispone però di importanti conoscenze sull'oro, che a molti mancano. Carl Menger e Ludwig von Mises hanno spiegato che la moneta è la merce più negoziabile e commerciabile, quella che tutti sono disposti ad accettare; in altri termini, la moneta è la merce più “liquida”: quella che può immediatamente essere ceduta a chiunque senza bisogno di effettuare sconti, di cercare un compratore, di pagare costi pubblicitari, di pagare commissioni. L'oro, allora, non può essere considerato come una merce tra le tante, perché fin dalla sua scoperta, grazie alle sue caratteristiche fisiche (divisibilità, trasportabilità, indistruttibilità, alto valore intrinseco) è stato considerato dagli uomini il più importante e sicuro mezzo di pagamento.(17)

Un “test di mercato” di così lunga sperimentazione, allora, merita un rispetto di gran lunga maggiore di quello che viene riservato alle quotazioni recenti. Se l'oro è stato accettato per millenni, finendo per diventare spontaneamente lo standard monetario internazionale, vuol dire che non è stata ancora scoperta, e probabilmente non esiste sulla Terra, una moneta migliore di questa. La cartamoneta statale non convertibile ( fiat money ) non può reggere il confronto sul piano dell'esperienza storica: la sua pratica ha meno di 40 anni di vita, e tutti i tentativi precedenti (da quello di John Law nella Francia del Settecento a quello degli assegnati della rivoluzione francese) si sono conclusi in maniera catastrofica.

È vero che dal 1971, anno in cui Richard Nixon fece saltare gli accordi di Bretton Woods rinnegando l'impegno verso le banche centrali straniere di convertire i dollari in oro (dimostrando così di preferire di gran lunga l'oro ai dollari cartacei!), nessuna moneta è più convertibile in oro. Però il metallo giallo continua in sottofondo a svolgere la sua funzione monetaria. Le banche centrali infatti non si fidano le une delle altre, perché sanno quanto sia facile produrre la cartamoneta dal nulla, e le loro transazioni le regolano in oro. I loro governatori conservano nei propri forzieri grossi quantitativi di oro perché sono sicuri che, a differenza della cartamoneta che stampano, le riserve auree verranno sempre accettate in pagamento; e si rendono conto che la propria cartamoneta diverrebbe carta straccia, se per qualche motivo perdessero le proprie riserve in oro. Il 20 maggio 1999 lo stesso Alan Greenspan, dovendo spiegare la ragione per cui la Federal Reserve non avrebbe venduto le proprie riserve aurifere, ammise: «L'oro rappresenta ancora l'ultima forma di pagamento nel mondo, perché l'oro è sempre accettato».(18) In ultima analisi, quindi, l'oro è ancora la valuta mondiale di riserva, l'unità di conto negli scambi internazionali: ruolo che nessuna legge o nessun accordo internazionale è finora riuscito a togliergli del tutto.

Millenni di storia ci forniscono quindi la certezza che l'oro che possediamo, a differenza della cartamoneta, non perderà il suo potere d'acquisto. Il valore dell'oro, ovvero ciò che si può acquistare di merci o servizi con la medesima quantità di metallo giallo, è rimasto stabile nel corso dei secoli. Le statistiche raccolte durante i periodi in cui l'oro è stato utilizzato come moneta lo dimostrano: nel 1914 i prezzi dei beni in Inghilterra non erano cambiati rispetto a 250 anni prima, ma erano anzi leggermente scesi; lo stesso era accaduto per i prezzi dei beni negli Stati Uniti, nel periodo che va dal 1800 al 1913. Per contrasto, nel XX secolo le monete non più legate al gold standard hanno conosciuto una continua perdita del potere d'acquisto. Ad esempio, se uno avesse messo sotto il materasso un dollaro nel 1940, nel 2005 il suo potere d'acquisto sarebbe sceso a circa 5 centesimi!

 

Conviene investire in oro?

Fino a quando l'oro è stato usato come moneta la gente comune che non aveva il tempo né le capacità di occuparsi di questioni finanziarie disponeva di un metodo molto semplice per conservare il valore dei propri risparmi: accumulare contanti. Oggi invece una strategia del genere sarebbe suicida, e per questo motivo il pubblico dei risparmiatori è praticamente obbligato a rivolgersi a qualcuno che sappia “far fruttare” il denaro, cioè a tutti quegli investitori professionali (banche, gestori di fondi, broker, promotori) proliferati nel frattempo. Tuttavia anche oggi coloro che volessero mettere i propri soldi in un posto sicuro, disinteressandosi di essi e andandoli a riprendere dopo dieci o vent'anni, non sbaglierebbero ad investirli in oro. Infatti, se si confronta il prezzo dell'oro con quello dei prezzi al consumo dal 1968 al 2002, si vede che il metallo giallo, a differenza di altre materie prime, si è più che difeso dall'aumento dei livelli di inflazione nei paesi dell'Ocse, con un rendimento reale annuo positivo, quindi al netto dell'inflazione, dell'1,14 percento.

L'oro, rispetto alle valute e in genere alle attività finanziarie, dispone di un vantaggio dal punto di vista della sicurezza: qualsiasi attività finanziaria, dalle valute alle obbligazioni alle azioni è in realtà una passività che fa capo ad un soggetto (lo Stato o le imprese emittenti); l'oro, al contrario, non rappresenta un debito di nessuno; tale caratteristica lo rende un bene che non comporta rischi di credito o d'insolvenza, e che non può essere svalutato da azzardate politiche economiche.(19) In generale, l'oro è un investimento difensivo, perché il suo prezzo tende a non perdere valore quando le condizioni economiche peggiorano: periodi di conflitti politico-militari, fasi di stagnazione del ciclo economico, periodi di alta inflazione e alti tassi d'interesse finiscono per impattare positivamente sul prezzo dell'oro. Il prezzo dell'oro si muove quindi generalmente in direzione opposta rispetto agli altri beni finanziari, come le azioni, i Buoni del Tesoro e le obbligazioni. L'oro è anche correlato in maniera inversa alle valute come il dollaro e l'euro, per cui è ragionevole acquistarlo se ci si aspetta una loro svalutazione.

Durante i turbolenti anni Settanta, caratterizzati da una forte inflazione e recessione (stagflazione), il prezzo dell'oro schizzò infatti da 35,00 dollari l'oncia del 1970 fino all'incredibile prezzo di 850 dollari l'oncia nel 1980 (un'oncia troy corrisponde a 31,1035 grammi). Nei due decenni successivi, tuttavia, in Occidente si ebbe un calo dell'inflazione ed una ripresa dell'economia, trainata dai boom del periodo reaganiano degli anni Ottanta e del periodo clintoniano negli anni Novanta. Non si verificarono quindi i temuti scenari iperinflazionistici, e di conseguenza l'oro perse gran parte della sua attrattiva a favore di altri più redditizi investimenti, soprattutto in borsa. Poiché l'oro non solo non dà interessi, ma custodirlo comporta una spesa, possederlo quando l'economia tira e l'inflazione è bassa risulta meno conveniente.(20)

Il prezzo dell'oro calò dunque costantemente fino alla fine degli anni novanta: nel 1981 il massimo fu di 599 dollari all'oncia; nel 1985 era sceso intorno ai 300 dollari; il massimo successivo, un breve episodio, fu di 486 dollari l'oncia, in seguito al crollo del mercato azionario del 1987. Alla fine del 1997 il prezzo dell'oro scese sotto la soglia dei 300 dollari l'oncia, in concomitanza con un oscuro tentativo di manipolazione del prezzo dell'oro operato dalle banche centrali europee, le quali procedettero ad ingenti svendite e prestiti a basso interesse delle proprie riserve auree. Quando nell'estate del 1999 la Banca d'Inghilterra annunciò con grande pubblicità che avrebbe venduto parte delle sue riserve, il prezzo crollò al suo minimo di circa 250 dollari all'oncia. L'obiettivo era probabilmente quello di minare definitivamente la fiducia degli investitori nel metallo giallo, e di edificare un sistema monetario internazionale completamente sganciato dall'oro. In questo modo le banche centrali non avrebbero più avuto la necessità di tenere grosse riserve auree, e potevano guadagnare qualcosa cedendo quella che consideravano una proprietà infruttuosa. Tuttavia il mercato, come la storia dimostra, ha sempre l'ultima parola. Le banche centrali non riuscirono a reggere a lungo questa politica, e si accorsero ben presto che stavano perdendo il proprio patrimonio più prezioso. Si giunse così il 26 settembre 1999 all'accordo di Washington, dove con una mossa a sorpresa quindici tra le principali banche centrali europee proclamarono che l'oro sarebbe rimasto un importante elemento delle riserve monetarie globali, e che per i prossimi cinque anni avrebbero limitato notevolmente le vendite e i prestiti dell'oro.(21)

Da allora il prezzo dell'oro ha smesso di scendere e, in concomitanza con la nuova situazione d'insicurezza creatasi a livello mondiale, si è svegliato dal suo sonno ventennale, balzando da 273 dollari all'oncia nel 2001 a 450 dollari all'oncia nel 2005 ed entrando in una fase di rialzo che sembra destinata a durare a lungo.

 

Prima del diluvio

Si tratta allora di capire, anche utilizzando gli strumenti teorici della scuola austriaca dell'economia, se l'oro potrà essere un buon investimento nei decenni a venire, più di quanto lo sia stato nei decenni trascorsi. Per quanto si è detto finora sulle caratteristiche dell'oro come bene rifugio e riserva di valore, molto dipende dalla previsioni che si hanno sul futuro dell'economia e del sistema monetario internazionale: più sono negative, più sarà conveniente possedere oro anziché euro o dollari. A differenza che negli euforici anni Novanta, caratterizzati dalla fine della minaccia comunista e dall'avanzata delle liberalizzazioni e della globalizzazione, oggi sono molto più rare le previsioni di un futuro economico radioso come quella contenuta nel noto saggio scritto nel 1997 da Peter Schwartz e Peter Leyden, “Il lungo boom: 1980-2020”.(22) Un futuro dell'economia simile a quello degli anni Settanta, caratterizzato da stagnazione e deprezzamento delle valute, sembra più probabile per diverse ragioni.

In primo luogo perché la fine della guerra fredda non ha aperto un'epoca di pace, ma un nuovo conflitto con l'islamismo radicale di cui non si vede la fine. Invece di ridurre le proprie funzioni e dimensioni, gli Stati useranno il pretesto della “sicurezza” e alla “lotta al terrorismo” per ampliare le spese destinate agli apparati militari e di controllo, inflazionando la moneta come sempre è accaduto nelle situazioni di guerra.

In secondo luogo, il sistema monetario internazionale basato sulla moneta di carta non convertibile è per sua natura inflazionistico. La Federal Reserve ha sfruttato la posizione del dollaro come valuta di riserva internazionale immettendo in circolazione una quantità enorme di dollari, con un aumento medio annuo di quasi il 10% negli ultimi decenni. Anche per quanto riguarda l'euro, l'allentamento dei criteri di Maastricht rappresenta un preoccupante segnale inflazionistico. La sopravvivenza dell'attuale sistema monetario internazionale dipende quindi dalla disponibilità dei governi mondiali di tenere come riserve del proprio sistema monetario dollari o euro sempre più deboli e inflazionati. La teoria del ciclo economico della scuola austriaca insegna però che l'aumento della massa monetaria non può procedere indefinitamente, e si deve prima o poi arrestare in due modi: o con una improvvisa contrazione dell'offerta di moneta, che causa una depressione economica, il crollo del valore dei titoli e il fallimento dei numerosi debitori insolventi (lo scenario deflazionista); oppure, se l'offerta di moneta non viene arrestata, con un'inflazione galoppante che determina la distruzione completa della valuta (lo scenario iperinflazionista, che Mises chiamava crack-up boom). Ma è realistico che si verifichi uno scenario economico così negativo?

Una profonda crisi economica non è forse plausibile nel breve periodo, ma sembra quasi inevitabile tra qualche decennio, per effetto delle inesorabili dinamiche demografiche. L'Occidente sta infatti rapidamente invecchiando e perdendo popolazione: già in una ventina di paesi europei vi sono più morti che nascite, e di questo passo il vecchio continente si avvia a perdere almeno 100 milioni di abitanti entro il 2050. Tra qualche decennio si ritireranno dal lavoro le foltissime generazioni dei baby-boomers nate negli anni Cinquanta e Sessanta, ed entreranno nel mercato del lavoro le esigue generazioni nate nei decenni successivi. Nei prossimi 25 anni la popolazione europea sopra i 60 anni aumenterà quindi del 55 %, mentre quella in età lavorativa calerà dell'8 %.(23) A quel punto le spese assistenziali e previdenziali dello Stato sociale esploderanno, perché i pochi lavoratori in attività saranno costretti a mantenere con le imposte legioni di anziani inattivi. Lo squilibrio tra tax-payers (i produttori di tasse) e tax-consumers (i consumatori di tasse) diventerà insostenibile, e i governi cercheranno probabilmente di saldare questi debiti colossali stampando fiumi di cartamoneta.

Purtroppo non sarà solo una questione di soldi, ma soprattutto di capitale umano. Se anche i sistemi pensionistici e sanitari pubblici fossero perfettamente finanziabili, l'invecchiamento e lo spopolamento impoveriranno comunque le società occidentali. Le società in via d'invecchiamento sono destinate infatti a perdere produttività e a rallentare lo sviluppo tecnologico, perché la tendenza al rischio, all'imprenditorialità e alla creatività è massima nelle persone di venti e trent'anni, e poi decresce con l'età. L'economia giapponese in stagnazione perenne ha perso la propria capacità d'innovazione proprio a causa dell'invecchiamento della sua forza lavoro, e lo stesso sta accadendo all'Europa.

In un futuro di depressione economica e alta inflazione come quello descritto, il prezzo dell'oro è destinato a salire molto in alto: secondo una recente ricerca potrebbe triplicare da qui al 2015, da 430 a più di 1200 dollari all'oncia.(24) Ma aldilà di ogni speculazione di breve o medio periodo, l'investimento in oro andrebbe inteso come una polizza assicurativa contro un grave collasso del sistema monetario internazionale.(25) Coloro che vogliono premunirsi contro questa eventualità investendo in lingotti o monete d'oro dovrebbero sentirsi come Noè mentre costruiva l'arca: per anni sopportò pazientemente l'incredulità e la derisione della gente, ma alla fine la sua famiglia fu l'unica a non affogare.(26)

 

NOTE

(1) John Maynard Keynes, “The General Theory of Employment”, Quarterly Journal of Economics , febbraio 1937, in The Collected Writings of John Maynard Keynes , London, MacMillan, 1983, vol. 14, p. 114.

(2) Burton G. Malkiel, A Random Walk Down Wall Street, New York, Norton, 1985, p. 17.

(3) William J. Baumol e Alan S. Blinder, Economics: Principles and Policy, New York, Harcourt, 1988.

(4) John Brockman, La terza cultura , Milano, Garzanti, 1995, p. 334.

(5) Ludwig von Mises, L'azione umana , Torino, Utet, 1959, pp. 280 e 560.

(6) Donald E. Mogridge, “Keynes as Investor”, in The Collected Writings of John Maynard Keynes , vol. 12.

(7) Paul Johnson, Gli intellettuali , Milano, Longanesi, 1989, p. 98.

(8) Margit von Mises, My Years with Ludwig von Mises , Cedar Falls, Center for Futures Education, 1984, p. 24.

(9) Mark Skousen, “Murray N. Rothbard as Investment Advisor“, in Man, Economy, and Liberty. Essays in Honor of Murray N. Rothbard , Auburn, Ludwig von Mises Institute, 1988, p. 152.

(10) Murray N. Rothbard, “Foreword”, in James B. Ramsey, Economic Forecasting-Models or Markets? , San Francisco, Cato Institute, 1977, p. XII.

(11) Ibidem, p. X.

(12) Murray N. Rothbard, “The Kondratieff Cycle Myth”, Inflation Survival Letter , 14 giugno 1978.

(13) Murray N. Rothbard, “Ten Most Dangerous Economic Fallacies of Our Time”, Personal Finance , 21 marzo 1979.

(14) Secondo la teoria austriaca del ciclo economico le fasi di espansione e recessione dell'economia non sono una caratteristica intrinseca del capitalismo, ma sono il risultato delle politiche bancarie di espansione del credito. Ad una prima fase di boom artificiale dell'economia causato dall'aumento della moneta in circolazione segue necessariamente, nel momento in cui l'autorità monetaria interrompe l'espansione creditizia per non arrivare all'iperinflazione, una crisi che ridimensiona i progetti economici intrapresi dagli imprenditori ingannati dall'alterazione dei prezzi, e che causa numerosi fallimenti e crolli dei titoli azionari. Si vedano gli scritti di Ludwig von Mises, Gottfried Haberler, Murray N. Rothbard e Friedrich A. von Hayek, raccolti nell'antologia intitolata Governi distruttori di ricchezza. La teoria austriaca del ciclo economico , Roma, Armando, 1997.

(15) Mark Skousen, Economics On Trial. Lies, Myth, and Realities , Burr Ridge-New York, Irwin, 1991, p. 104-106.

(16) Per quanto la legge n. 7 del 17 gennaio 2000 abbia abolito il monopolio statale sull'oro, e offerto finalmente anche ai privati la possibilità di acquistare monete e lingotti d'oro fino in esenzione da Iva.

(17) Sull'importante ruolo avuto dall'oro nella storia della civiltà occidentale, si legga questo brillante articolo: Carlo Lottieri, “L'oro e la storia d'Occidente”, Il Domenicale , sabato 19 aprile 2003, p. 2.

(18) Citato in Paul van Eeden, “The Gold Price”, Doug Casey's International Speculator , vol. XXIV, n. 4, 4 aprile 2003, p. 9.

(19) Rossella Campanini e Filippo Cappio, Investire in oro , Milano, Il Sole 24 Ore, 2003, p. 9.

(20) Va rilevato comunque che, dando uno sguardo complessivo dal 1971 ad oggi, l'oro avrebbe comunque fatto meglio della borsa. La crescita dell'oro dai 35 dollari all'oncia del 1971 ai recenti livelli di 440 dollari all'oncia equivale ad un incremento del 1.150 %, simile all'aumento del 1.100 % del Dow Jones da 868 a 10.450 di oggi. Se poi si guarda agli ultimi 4 anni, l'oro ha fatto ancora meglio, essendo cresciuto del 63 % contro una perdita dell'8 % dell'indice Dow Jones.

(21) Su queste vicende si veda Ferdinand Lips, Gold Wars. The Battle Against Sound Money as Seen From a Swiss Perspective , New York, FAME, 2001.

(22) Peter Schwartz e Peter Leyden, “Il lungo boom: 1980-2020”, Aspenia, n. 5, 1997, Giorgio Mondadori Editore, pp. 139-172

(23) Entro la metà del secolo la Germania perderà l'equivalente della popolazione dell'intera ex Germania Est, la Spagna scenderà da 40 milioni a 31,3 milioni di abitanti, il 42 % di italiani avrà più di 60 anni e il 60 % non avrà fratelli, sorelle, cugini, zie o zie (George Weigel, The Cube and the Cathedral , New York, Basic Books, 2005, p. 22).

(24) Questa previsione è contenuta in un recente rapporto destinato alle compagnie aurifere dell'analista dr. David Davis, intitolato “A Trilogy of Gold. An Exploration in three partes”.

(25) In un libro recente James Turk e John Rubino, due analisti finanziari che consigliano di investire in oro, ipotizzano tre possibili scenari dopo il collasso del sistema monetario cartaceo: 1) socialismo: come negli anni Trenta, emergono governi ancora più autoritari, che cercano di confiscare tutto l'oro; 2) deflazione: crollano le borse e i mercati mondiali, inducendo una nuova generazione di politici ad accettare il ritorno al gold standard; 3) iperinflazione: a seguito della distruzione delle valute cartacee come il dollaro e l'euro, il mercato finisce per rivolgersi spontaneamente all'oro come standard monetario (James Turk e John Rubino, The Coming Collapse of the Dollar and How To Profit from It: make a fortune by investing in gold and other hard assets , Currency, Random House, 2004). La scelta dei privati di possedere oro, se seguita in massa, potrebbe ridare credibilità e popolarità ad un sistema monetario fondato sull'oro, rendendo più difficile il verificarsi del primo dei tre scenari prospettati.

(26) Per approfondire altri aspetti dell'investimento in oro da una prospettiva austro-libertaria, si leggano i godibili articoli di Fabio Gallazzi o Fabio Gardel pubblicati su questo sito o www.libreriadelponte.com