La situazione attuale

(prima parte)

La condizioni economiche di oggi riflettono un sistema monetario non convertibile tenuto in piedi con molti stratagemmi e tanta fortuna da oltre 30 anni. Il mondo é stato inondato di carta moneta fin dall’eliminazione totale del gold standard ad opera di Richard Nixon il quale, il 15 agosto del 1971, pose fine agli accordi di Bretton Woods. Da allora abbiamo vissuto in un sistema basato sul dollaro di carta. Quasi sicuramente ci stiamo avvicinando all’inizio della fine di quel sistema. Se così fosse, saranno tempi molto difficili sia per l’economia americana che per quella mondiale.  

Un sistema basato sulla carta moneta implica che non ci siano restrizioni né sulla quantità di moneta da emettere né sui deficit federali. Nel 1971, la M3 era di 776 bilioni di dollari; oggi é di 8.9 trilioni di dollari, un aumento del 1100%. Il nostro debito pubblico nel 1971 era di 408 bilioni di dollari; oggi é di 6.8 trilioni di dollari, un aumento del 1600%. Da quell’anno, il nostro dollaro ha perso quasi 80% del suo potere d’acquisto. Il buonsenso ci dice che questo processo non é sostenibile ed è destinato a precipitare. Tuttavia, finora, nessuno a Washington sembra interessarsene.  

Sebbene la gestione dell’offerta di dollari é fondamentalmente la chiave dello stesso valore monetario, molti altri fattori hanno avuto un ruolo nella percezione del valore del dollaro, ad esempio: la forza dell’economia americana, la nostra stabilità politica, il nostro potere militare, il privilegio del dollaro come riserva bancaria mondiale e la relativa debolezza delle economie e valute degli altri paesi. Per queste ragioni, il dollaro ha beneficiato di un posto speciale nel sistema economico mondiale. Gli aumenti di produttività hanno aiutato a conferire immeritata fiducia nella nostra economia. D’altronde i prezzi al consumo, tenuti in una certa misura sotto controllo, fanno credere alla gente, sotto incitamento della Fed, che “l’inflazione” non sia un problema. La fiducia gioca un ruolo importante nella percezione del dollaro. Una moneta sana incoraggia la fiducia ma la fiducia può scaturire anche da altri fattori. Tuttavia, quando si perde questa fiducia, come sempre accade con la carta moneta, gli aggiustamenti a lungo rimandati possono dispiegarsi e colpire in maniera estremamente violenta.

Dopo il fallimento degli accordi di Bretton Woods, il mondo ha fondamentalmente accettato il dollaro come sostituto dell’oro e lo tiene come riserva su cui possono basarsi ulteriori espansioni monetarie. E’ stato un accordo che, fino ad ora, sembra aver accontentato tutti.

Noi abbiamo la stampante di denaro e creiamo tutti i dollari che vogliamo. Questi dollari vengono usati per comprare il debito federale. In altre parole ciò ci permette di monetizzare il debito. Il Congresso, naturalmente, trova la cosa particolarmente conveniente e non si lamenta mai. Circolando nel nostro sistema bancario a riserva frazionale, i dollari si moltiplicano. I nostri partner commerciali sono ben felici di accettare questi dollari creati in eccedenza come mezzo di pagamento. Grazie al nostro dollaro relativamente forte rispetto alle altre valute, siamo in grado di comprare i prodotti stranieri a prezzi scontati. In altre parole, creiamo la riserva mondiale di valuta a costo zero, la spendiamo oltreoceano e riceviamo in cambio i prodotti finiti. I nostri dollari in eccedenza finiscono all’estero e gli altri paesi – in particolar modo il Giappone e la Cina – sono felici di restituirceli comprando il debito del nostro governo e delle GSE. Fino ad ora, entrambe le parti hanno trovato in questo accordo mutua soddisfazione.  

Tuttavia tutti gli affari vantaggiosi trovano un limite naturale e anche questo accordo sta per terminare. Questo processo ci ha ridotti a una nazione con un debito enorme e con un disavanzo delle partite correnti di oltre 600 bilioni di dollari per anno, pari a oltre il 5% del nostro GDP. Ora noi dobbiamo agli stranieri più di quanto ogni altra nazione abbia mai dovuto restituire in passato, oltre 3 trilioni di dollari.

Un debito di questa entità finisce sempre con una perdita di valore della valuta della nazione debitrice. Ed é quello che sta accadendo al dollaro, anche se la strada che ci porterà alla realizzazione completa di questo processo é ancora lunga. La festa non può avere durata illimitata. Stampare moneta, comprare prodotti stranieri e vendere il nostro debito agli stranieri finirà quando i detentori stranieri di questo debito cominceranno a preoccuparsi del valore futuro del dollaro.

Una volta che questo processo si innesterà, i tassi di interesse aumenteranno. E nelle ultime settimane i tassi di interesse sono saliti, nonostante gli sforzi frenetici della Fed di tenerli bassi. La spiegazione ufficiale é che tutto ciò sia dovuto alla ripresa economica. Al contrario, le cause più probabili sono la diminuzione di domanda del nostro debito e la riluttanza a possedere il nostro dollaro. Solo il tempo ci dirà se l’economia si riprenderà in modo significativo, ma bisogna essere consapevoli che l’aumento dei tassi di interesse e una seria inflazione dei prezzi possono anche riflettere un dollaro debole e una economia debole. La stagflazione degli anni ’70 confuse molti economisti convenzionali ma non gli economisti Austriaci. In passato, molti altri paesi hanno sofferto una alta inflazione nel corso di una depressione inflazionistica e, questa volta, potrebbe capitare a noi. In realtà, la nostra politica monetaria e fiscale ci sta portando proprio in questa direzione.

Nel breve periodo, il sistema di oggi ci garantisce dei privilegi gratuiti, la nostra carta acquista a basso costo i prodotti oltreoceano e gli stranieri rischiano tutti i loro capitali per finanziare i nostri eccessi. Tuttavia, nel lungo periodo, pagheremo il fatto di avere vissuto al di sopra delle nostre capacità. Il debito dovrà essere pagato in un modo o nell’altro. Una moneta inflazionata torna sempre a perseguitare coloro che hanno usufruito dei “benefici” dell’inflazione. Sebbene questo processo sia estremamente pericoloso, molti economisti e politici non lo considerano come un problema legato alla valuta. Essi mostrano invece la volontà di cercare un capro espiatorio. Sorprendentemente il capro espiatorio è spesso lo straniero che, stupidamente, prende la nostra carta in cambio di prodotti utili e ci agevola ridandoci in prestito il ricavato. E’ vero che il sistema favorisce lo spostamento del lavoro all’estero mano mano che noi aumentiamo gli acquisti di prodotti stranieri. Tuttavia nessuno è in grado di capire il ruolo della Fed in tutto questo, così alla fine si cerca di punire la concorrenza con tariffe più alte. Il protezionismo è una conseguenza prevedibile dell’inflazione dovuta alla carta moneta così come del resto l’impoverimento di tutta la classe media. Non dovrebbe sorprendere nessuno che persino nella fase di boom degli anni 90 molte persone abbiano finito con l’impoverirsi. Tuttavia, ciò che sentiamo ripetere sono gli appelli per ulteriori interventi di governo tesi a risolvere il problema attraverso le tariffe, un maggiore assistenzialismo verso i ceti più bassi e maggiori benefici per i disoccupati, il disavanzo pubblico, riduzioni speciali delle tasse, nessun intervento dei quali è in grado di risolvere dei problemi radicati in un sistema monetario non convertibile gestito da una banca centrale.

Se l’inflazione fosse equa e trattasse tutte le classi sociali alla stessa maniera, provocherebbe meno divisioni a livello sociali. Tuttavia, mentre i redditi di alcuni soggetti aumentano ben al di sopra del tasso di inflazione (attori del cinema, amministratori delegati, intermediari finanziari, speculatori, atleti professionisti) i redditi di altre categorie ristagnano, come quelli della classe media, dei pensionati, degli agricoltori. Alla stessa maniera, l’aumento del costo della vita colpisce le classi medio basse in misura maggiore di quanto colpisca le classe abbienti. Siccome l’inflazione tratta i gruppi sociali in maniera iniqua, la rabbia e l’invidia sono dirette verso coloro che ne traggono beneficio.

Il problema di lungo periodo è che le accuse non ricadono sulla banca centrale e il sistema monetario non convertibile quanto piuttosto sul capitalismo e il libero mercato. Questo è ciò che accadde negli anni trenta. I keynesiani, che finirono col dominare il pensiero economico di allora, accusarono erroneamente il gold standard, i budget ben bilanciati e il capitalismo, invece di far ricadere le colpe della crisi economica sull’aumento delle tasse, dei dazi e sulla politica monetaria della Fed. Questo paese non può permettersi un altro attacco alle libertà economiche simile a quello che seguì il crash del 1929 e che aprì la strada all’interventismo economico e all’inflazionismo che da allora hanno caratterizzato il nostro sistema economico. Queste politiche ci hanno portati sull’orlo di un'altra colossale crisi economica.

Le grandi imprese e il sistema bancario si meritano le nostre critiche più aspre, ma non a causa della loro dimensione o degli enormi profitti che ne ricavano. Le nostre critiche dovrebbero essere mosse dal fatto che questi gruppi economici sono beneficiari di speciali privilegi grazie a un sistema monetario appostitamente designato per favorire certe classi imprenditoriali a spese della classe lavoratrice. Il leader sindacale Samuel Gompers aveva capito questo punto e nei suoi discorsi a favore dell’oro considerava la moneta non convertibile e la banca centrale come minacce da temere. Siccome il sistema monetario viene usato per finanziare i deficit causati dalle spese di guerra, anche l’apparato industriale militare è un forte sostenitore dell’attuale sistema monetario.

I liberali credono ingenuamente di poter controllare il processo, ovvero di poter ridurre i privilegi che vanno alle grandi società e alle banche aumentando la spesa per l’assistenza alle classi più povere. Questo non si verifica mai. Gli speciali interessi finanziari hanno una forte influenza sulla spesa di governo e lasciano a queste classi meno abbienti solo le briciole. L’errore metodologico in questo approccio è che i loro sostenitori non riescono a capire i danni causati alle classi meno abbienti. L’aumento del costo della vita e le perdite di posti di lavoro sono la naturale conseguenza della diluizione della base monetaria. Perciò, anche un controllo di orientamento liberale sul processo di spesa pubblica non riesce mai a compensare i grossi danni causati all’economia e alle classi sociali meno abbienti dagli sforzi della Federal Reserve nel cercare di gestire un ingestibile sistema monetario non convertibile.

L’intervento economico, finanziato dall’inflazione, fornisce ai grossi capitali l’incentivo di assumere il controllo del governo. I grossi capitali vengono da coloro che li hanno, grandi società e interessi bancari. Questo è il motivo per cui si spendono letteralmente miliardi di dollari per le elezioni e le campagne elettorali. L’unica maniera per ripristinare una maggiore equità sociale è cambiare la funzione primaria del governo da quella di pianificatore economico e apparato militare a protettore delle libertà. Senza danaro, le classi medio basse sono escluse dal processo elettorale. Naturalmente questa non è una questione di parte, poiché entrambi i partiti di maggioranza sono controllati da ricchi gruppi di interesse. Solo la retorica si rivela differente.

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