La situazione attuale (seconda parte) I problemi economici di oggi sono direttamente collegati agli eccessi monetari degli ultimi trenta anni e agli sforzi più recenti compiuti dalla Federal Reserve per ostacolare le correzioni che il mercato ci sta imponendo. Fin dal 1998, si è verificata una erosione dei profitti societari. Già prima di questo, i profitti e gli utili venivano gonfiati e risultavano pertanto in gran parte fittizi. WorldCom ed Enron tra gli esempi migliori. Nonostante i 13 tagli operati sui tassi di interesse a partire dal 2001, non si é riusciti a rilanciare alcuna crescita economica. La carta moneta favorisce la speculazione, il debito eccessivo, e dirige gli investimenti nella direzione sbagliata. In ogni caso, il mercato tende sempre a eliminare i cattivi investimenti, a liquidare il debito e a ridurre gli eccessi speculativi. Quello a cui abbiamo assistito, in particolar modo dal picco del mercato azionario di inizio 2000, é stata una violenta e interminabile battaglia della Fed per evitare e limitare la recessione, e per cercare di stimolare la crescita con il suo unico strumento a disposizione, la creazione di moneta. Ciò di cui invece il mercato ha bisogno è l'eliminazione dei cattivi investimenti e dell’eccesso di debito. La Fed ha cercato anche di salvare il mercato azionario dal collasso e, in qualche modo, c’é riuscita. Il mercato, per contro, spingerà verso la liquidazione del debito insostenibile, la rimozione degli investimenti sbagliati degli ultimi anni e verso una drammatica rivalutazione del mercato azionario. A questo giro, la Fed ha fatto l’impossibile ed è più determinata che mai, eppure il mercato ci sta dicendo che una nuova e sana crescita economica non potrà avvenire prima che si sia compiuta una accurata pulizia del sistema. C’é qualcuno veramente convinto che le tariffe e i tassi di interesse all’1% incoraggeranno la ricostruzione della nostra industria tessile e siderurgica? Ovviamente è necessario fare qualcosa di più. Le banche centrali mondiali sono preoccupate per la mancanza di risposta delle loro economie ai bassi tassi di interesse. Esse si sono unite in uno sforzo concertato per salvare l’economia mondiale attraverso una politica che richiede nell’ordine: la protezione del ruolo del dollaro nell’economia mondiale, la negazione dell’esistenza di inflazione e la giustificazione dell’illimitata espansione dell’offerta di moneta. Per mantenere la fiducia nel dollaro, il prezzo dell’oro deve essere tenuto a freno. Negli anni ’60 il nostro governo non volle il voto di fiducia nel dollaro e per circa vent’anni il prezzo dell’oro é stato artificialmente tenuto a 35 dollari per oncia. Naturalmente la cosa non poteva durare a lungo. Negli ultimi anni, c’é stato uno sforzo coordinato da parte delle banche centrali mondiali per tenere sotto controllo il prezzo dell’oro. Ciò è stato realizzato scaricando sul mercato parte delle riserve. La cosa ha funzionato fino a un certo punto, tuttavia, così come non si riuscirono a sostenere gli accordi di Bretton Woods, anche questi sforzi sono destinati a fallire. Il prezzo dell’oro determinato dal mercato é importante in quanto riflette la vera fiducia nel dollaro. Un prezzo dell’oro tenuto artificialmente basso contribuisce a creare un finto senso fiducia che, quando verrà meno, causerà un caos ancora maggiore dovuto ai riaggiustamenti di mercato a lungo rimandati. La politica monetaria di oggi é studiata per demonetizzare l’oro e per riuscire a garantire alla carta, per la prima volta nella storia, il ruolo di adeguato sostituto nelle mani di saggi banchieri centrali. La fiducia, quindi, deve essere trasferita dall’oro ai politici e ai burocrati che sono responsabili del nostro sistema monetario. Tutto ciò non riconosce la ovvia ragione per cui nel lungo corso della storia i partecipanti del mercato hanno sempre preferito avere a che fare con asset reali, con una moneta reale piuttosto che con la carta emessa dal governo. La competizione tra la carta moneta e la moneta reale riveste molta più importanza di quella che molti gli attribuiscono. Entro i primi dieci anni probabilmente sapremo il risultato finale di questa disputa. Alan Greenspan, pur essendo stato un forte sostenitore del gold standard, ora crede di sapere quale sarà il risultato di questa battaglia. E’ il suo un pio desiderio? Nel rispondere a una mia domanda davanti alla Financial Services Committee nel febbraio del 2003, il Presidente Greenspan cercò disperatamente di convincermi che adesso la carta moneta funziona bene come l’oro: “Sono stato piacevolmente sorpreso, anzi, devo dire proprio soddisfatto, dal fatto che le banche centrali siano state capaci di simulare efficacemente molte delle caratteristiche del gold standard, limitando la quantità del denaro in modo da far scendere il livello generale dei prezzi.” Prima di questo episodio, nel dicembre del 2002, Greenspan parlò all’Economic Club di New York sullo stesso argomento: “I documenti degli ultimi venti anni sottolineano come, nonostante le croniche pressioni a favore dell’emissione eccessiva di moneta non convertibile, una politica monetaria prudente, mantenuta su un periodo di tempo abbastanza lungo, possa riuscire a frenare le forze inflazionistiche.” Ci sono numerosi obiezioni a queste ottimistiche osservazioni. In primo luogo, gli efficienti banchieri centrali non rimpiazzeranno mai la mano invisibile dello standard monetario convertibile. In secondo luogo, usare gli indici dei prezzi del governo per misurare il successo di una politica monetaria non dovrebbe essere cosa molto rassicurante. Questi indici possono essere arbitrariamente alterati per confermare il successo della politica monetaria. Inoltre, l’aumento dei prezzi al consumo non rappresenta la prova del nove per misurare i danni causati dai manager della moneta. Lo sviluppo di una capacità produttiva superiore al fabbisogno, la crescita eccessiva del debito e la speculazione si verificano persino quando i prezzi, grazie all’aumento della produttività e all’avanzamento della tecnologia, rimangono ragionevolmente stabili. Il Presidente Greenspan sostiene queste tesi per due motivi. In primo luogo egli spera di aver ragione nella sua convinzione che la moneta sana non sia più necessaria. In secono luogo perché tali tesi si pongono come scusa per continuare ad aumentare il più a lungo possibile l’offerta di moneta, nella speranza che un miracolo riesca a ripristinare una sana crescita economica. Ma questo è solo un sogno. Adesso dobbiamo confrontarci con una economia che è lungi dall’essere robusta e che potrebbe peggiorare molto prima di riuscire a stabilizzarsi. Se non è già il momento, giungerà presto il tempo in cui l’opinione economica prevalente degli ultimi novanta anni, da quando la Fed fu creata, verrà messa in dubbio. Se le condizioni sono veramente mutate e le pratiche di stimolo fiscale e monetario non funzionassero, faremmo meglio a prepararci per le conseguenze del fallimento del sistema monetario basato sul dollaro, conseguenze che non si limiteranno ai soliti Stati Uniti. Sul New York Times del 31 luglio 2003 è apparso un titolo interessante che recitava: “I costi delle materie prime aumentano, ma le industrie non sono affatto preoccupate”. Ciò che si può osservare è un cambiamento macroscopico nell’attitudine degli investitori. Costoro stanno cominciando a spostare le loro risorse e stanno dirigendo la speculazione dalle aree prettamente finanziarie, azioni e obbligazioni, a quelle fisiche delle merci e delle materie prime. Questo cambiamento mostra come in effetti, a dispetto della politica monetaria degli ultimi tre anni, la più aggressiva della storia, l’economia rimanga stagnante. Cosa può fare la Fed? Se questo trend continuasse, essa potrebbe fare ben poco. Non solo io credo che questo trend continuerà, ma credo anche che sia destinato ad accelerare. Questa politica mina le fondamenta della nostra economia, riduce i redditi, sollecita la crescita della spesa federale, ciò porta all’aumento dei disavanzi pubblici e del debito, e all’aumento dei tassi di interesse, i quali accrescono esponenzialmente le nostre difficoltà legate al bilancio pubblico. La serie di circostanze che affrontiamo oggi è unica e molto differente da tutte le altre recessioni con cui la Federal Reserve ha avuto a che fare. Generalmente, i tassi di interesse vengono alzati per raffreddare l’economia e smorzare le spinte inflazionistiche. Al fondo del ciclo economico i tassi di interesse vengono abbassati per stimolare l’economia. Questa volta, la recessione è giunta nonostante l’enorme e significativa riduzione dei tassi di interesse. Questa politica aggressiva non ha ostacolato la recessione come si era sperato, né finora ha prodotto la ripresa tanto desiderata. Adesso che siamo al fondo del ciclo economico non solo i tassi di interesse non possono essere abbassati, essi stanno addirittura risalendo. Questo fatto rappresenta una unica e pericolosa combinazione di eventi. Questa serie di circostanze può verificarsi solo in presenza di una moneta non convertibile e indica che ulteriori manipolazioni dell’offerta di moneta e dei tassi di interessi da parte della Fed avranno un effetto ridotto o addirittura nullo. Le probabilità per il futuro non sono a favore di una politica monetaria non inflattiva, questa avrebbe infatti conseguenze molto dolorose…La povertà è destinata a peggiorare a causa delle nostre politiche monetarie e fiscali. La nostra ossessione nel mantenere l’ordine pubblico mondiale, nel costruire le nazioni, nella guerra preventiva, non è suscettibile di allentarsi molto presto, poiché appoggiata sia dai leader Repubblicani che da quelli Democratici. Invece, il costo di difendere l’impero americano continuerà ad accelerare. Un paese che sta diventando sempre più povero non può essere in grado di pagare questi conti attraverso una tassazione più elevata né si può continuare a chiedere alla gente i fondi sufficienti da prestare al governo. L’unico espediente è l’appoggio della Federal Reserve e la monetizzazione del debito federale. Ciò naturalmente costituisce inflazione. Adesso si comincia ad ammettere che il deficit sia fuori controllo. Quello del prossimo anno dovrebbe superare i 500 miliardi di dollari, senza contare i miliardi presi a prestito dai fondi come la Social Security. Rimango fedele alla mia previsione che nel giro di pochi anni il debito nazionale aumenterà di oltre un trilione di dollari nel corso di un solo anno fiscale. Finora tutto bene, non ci sono grosse reazioni da parte dei mercati, il dollaro tiene e i leader politici non sono allarmati, anche se dovrebbero esserlo. Concordo sul fatto che politicamente sarebbe difficile ingoiare il rospo e affrontare i nostri eccessi, sia fiscali che monetari, tuttavia, le ripercussioni interne dovute a una perdita di confidenza nel dollaro sui mercati internazionali non saranno una bella vista da contemplare. Non vedo attualmente alcuna strada per poter evitare la crisi. Abbiamo però delle opzioni per cercare di minimizzare le sofferenze. Se solo lo decidessimo potremmo aprire alcune alternative al sistema monetario e bancario attuale. Già abbiamo fatto qualche passo in questa direzione. Il possesso di oro è stato illegale nel periodo tra il 1933 e il 1976. Oggi milioni di americani posseggono dell’oro. Le negoziazioni che riguardano l’oro sono legali, ma ogni pagamento legale viene sempre fatto con le banconote della Federal Reserve. Ciò limita il valore monetario dell’oro. Perché l’oro possa essere un’alternativa alle banconote della Federal Reserve, andrebbero abolite tutte le tasse sulle transazioni in oro, dalle vendite ai guadagni in conto capitale. L’acquisto di oro dovrebbe essere permesso a ogni fondo pensione, così come sono permessi i dollari. E’ necessaria l’abrogazione di ogni legge sui mezzi legali di pagamento. Una moneta sana non ha bisogno della forza della legge. Solo la moneta cartacea la richiede. Queste proposte, anche se attuate domani, non risolverebbero tutti quanti i problemi che stiamo fronteggiando. Tuttavia, esse legalizzerebbero la libertà nella scelta della moneta. Coloro, preoccupati che i loro risparmi possano essere erosi dal deprezzamento del dollaro, avrebbero quindi un’altra opzione a disposizione. Questa opzione renderebbe più sopportabili alcune delle difficoltà legate al forte aumento dei deficit in una economia debole con una inflazione galoppante. Porre dei limiti al raggio d’azione del governo e limitarne la sua dimensione come prescritto nella Costituzione è il fine a cui dovremmo tendere. Ma la realtà politica rende questa opzione disponibile solo dopo una bancarotta nazionale. Non abbiamo bisogno di giungere a questa catastrofe. Ciò di cui abbiamo bisogno è ridurre significativamente il potere di interferenza del governo con l’economia e con i nostri affari personali, e ritirare la sua presenza dagli affari internazionali delle altre nazioni. |