Undici miti sulla deflazione

di J.G. Hülsmann

Jörg Guido Hülsmann è Senior Fellow del Mises Institute (jgh@mises.org), dove è docente in diversi seminari. Visitate i suoi articoli, il suo background e altri links. La sua lezione sulla deflazione è disponibile on-line.

Traduzione a cura di Massimiliano Neri

 

La prospettiva della deflazione ossessiona l’establishment politico ed economico delle nostre democrazie occidentali. Dal punto di vista economico, tali paure sono più che giustificate. A tal proposito considerate le seguenti proposizioni di economia monetaria:

1. Sia la quantità di denaro che il livello dei prezzi sono irrilevanti per la ricchezza della nazione. Le imprese e le famiglie possono produrre beni di consumo a qualsiasi prezzo e con una qualunque quantità nominale di denaro. Le fonti del benessere sono il risparmio, la tecnologia e l’imprenditoria, non l’offerta di denaro o il livello dei prezzi.

2. Mentre una modifica dell’offerta di denaro non influisce sulla ricchezza di una nazione a livello aggregato, essa cambia la distribuzione di risorse fra i membri della società. Nel caso di un incremento dell’offerta di denaro, ad esempio, i primi che ricevono la nuova quantità di denaro, ne beneficiano a scapito di tutti gli altri. Da notare che quest’effetto ridistribuzione non avviene solo in occasione di variazioni della quantità di denaro, ma si verifica a seguito dei mutamenti nell’offerta di qualsiasi bene. Esiste una significativa differenza fra il denaro e tutti gli altri beni solo in un regime di moneta non convertibile (fiat money regime).

3. Un regime di moneta non convertibile facilita considerevolmente la ridistribuzione di risorse all’interno della società. Permette ai produttori di questa moneta, e ai loro alleati politici ed economici, di arricchirsi più velocemente e ad un costo molto più basso di qualsiasi altro produttore di qualsiasi altro settore. Questo spiega perché per secoli i governi hanno cercato di stabilire una moneta cartacea, e perché, dopo aver raggiunto questo obiettivo nel XX secolo, i governi e le imprese loro alleate, si sono contraddistinte per una crescita economica esponenziale. Il Welfare State è esploso nel XX secolo, allo stesso tempo Wall Street e il settore bancario si sono sviluppati più rapidamente di quasi ogni altro settore economico. Questo non sarebbe stato possibile in un mercato caratterizzato da una moneta libera, perché nessuno avrebbe accettato banconote il cui potere d’acquisto dipende dai capricci del suo produttore; infatti la moneta cartacea non è mai esistita in mercato con valuta veramente libera [1]. Essa è essenzialmente moneta non convertibile - denaro che un governo impone ai suoi cittadini.

 

La moneta cartacea è protetta dalle leggi sulla “moneta legale”, il che significa che siamo obbligati ad accettarla come pagamento, anche quando stipuliamo un contratto che prevede un pagamento in altri beni di consumo. Inoltre, in molti paesi, attraverso le normative fiscali, la moneta cartacea è difesa dai suoi concorrenti principali (moneta metallica, ottenuta da metalli preziosi), ai quali si applicano le imposte sul venduto e sulla rendita da capitale, cui il denaro cartaceo è esente. Insomma, la moneta cartacea è moneta di monopolio, che arricchisce pochi alle spese di tutti gli altri.

La fobia per la deflazione delle nostre elite è perciò la reazione razionale di quelli che beneficiano dei privilegi che l’attuale regime inflazionista gli conferisce, e che rischiano di perdere più di ogni altro se questo regime venisse rovesciato da una ventata deflazionistica.

L’inflazione perenne è basata sul monopolio dello stato sulla moneta, la deflazione porta la fresca ventata del libero mercato. Le “vere elite” accoglierebbero di buon grado la deflazione perché devono la loro posizione dominante esclusivamente al supporto volontario d’altri membri della società. Esse non avrebbero nulla da temere in caso di deflazione (una contrazione dell’offerta di denaro) perché la loro leadership è basata sui utili servizi imprenditoriali che offrono ai cittadini, servizi che sussisterebbero davanti a qualsiasi mutamento nell’offerta di denaro o del livello dei prezzi.

Larga parte delle elite d’oggi, invece, sono “false elite” o imprenditori politici. Questi uomini e donne devono una grande parte del loro reddito e del loro potere decisionale a privilegi legali che li proteggono dalla concorrenza e che li arricchiscono a spese di tutti gli altri. Le fortune di molti imprenditori politici sono direttamente o indirettamente attribuibili al monopolio sulla moneta detenuto dal Federal Reserve System. E’ solo grazie a questo monopolio che la Fed potrebbe creare un’espansione dell’offerta di denaro praticamente illimitata. Ed è solo quest’inflazione ad avere finanziato a sua volta l’espansione pressoché illimitata dei governi statali e federale, e di quelli che contano sull’attività di lobby con la FED (piuttosto che sulla qualità di quello che producono) per raggiungere e mantenere posizioni di leadership.

Questi imprenditori politici hanno perciò ragione di temere la deflazione, perché questa sottrae loro la fonte del loro reddito illegittimo e li riporta allo stesso livello di tutti gli altri membri della società, i cui redditi sono basati sugli sforzi e i servizi offerti in un ambiente competitivo. Tuttavia, questi privilegi possono sopravvivere solo grazie alla diffusa ignoranza intorno al vero carattere dell’inflazione [2]. Un’analisi approfondita rivela che le ragioni contro la deflazione poggiano nitidamente su una litania di miti inflazionisti. Vediamoli uno a uno.

 

Mito 1: Non è possibile guadagnarsi da vivere e fare profitti quando il livello dei prezzi è in caduta

La maggior parte della nostra analisi avrà a che fare con la deflazione nel senso di contrazione dell’offerta di denaro. Si tratta di un caso molto interessante dal punto di vista politico, perché pochi economisti e pochi profani sono disposti a riconoscere in questo senso un beneficio nel processo di deflazione. Ma prima d’entrare nel merito, lasciateci esaminare brevemente le caratteristiche della deflazione dal punto di vista di un declino del livello generale dei prezzi. Questo tipo di deflazione attira molte meno critiche dell’anteriore, ma potrebbe essere utile analizzarlo come riscaldamento per la discussione successiva.

Non è vero che non è possibile guadagnarsi da vivere e fare profitti quando il livello dei prezzi è in caduta. Le imprese di successo non dipendono dal livello dei prezzi, ma dal differenziale dei prezzi, ovvero la differenza fra il costo di produzione e i prezzi di vendita. Tale differenziale può esistere e di fatto esiste a qualsiasi livello dei prezzi, esso può inoltre esistere e di fatto esiste anche nell’ipotesi di un loro declino secolare. La ragione essenziale è che gli imprenditori possono anticipare un declino dei pezzi esattamente come possono anticipare un loro aumento. Anticipando un futuro declino degli incassi, offriranno meno per l’acquisto degli attuali beni di produzione, assicurando la profittabilità alla produzione ed il pagamento degli stipendi a chiunque desideri lavorare. Questo è esattamente ciò che è successo in quei periodi della storia moderna nei quali la deflazione non era prevenuta tramite contromisure inflazionistiche.

Ad esempio, sia Usa che Germania beneficiarono di una solida crescita economica alla fine del diciannovesimo secolo, mentre il livello dei prezzi scese in entrambi i paesi per più di due decadi. In quel periodo, il livello dei salari rimase sostanzialmente stabile, mentre i redditi aumentarono in termini reali perché la stessa quantità di denaro permetteva di comprare un numero crescente di beni di consumo. In questo periodo deflazionistico i benefici per le grandi masse furono tali che esso coincise con la prima grande crisi della teoria socialista, la quale invece aveva previsto la esiti opposti per il capitalismo sfrenato. Eduard Bernstein e altri revisionisti proposero allora il caso per un socialismo diverso.

Anche oggi abbiamo un tremendo bisogno di un certo revisionismo: un revisionismo deflazionistico.

 

Mito 2: mentre la discesa dei prezzi è accettabile, la mancanza di domanda aggregata è pericolosa

Questa è una variante del Mito 1. Mentre i sostenitori di questo mito riconoscono che prezzi più bassi sono vantaggiosi per il consumatore, allo stesso tempo contestano che ci sono svantaggi evidenti per i produttori. In particolare, sarebbero limitati gli incentivi ad investire in un contesto di contrazione dei prezzi. Abbiamo gia rigettato questa posizione facendo notare che il livello dei prezzi assoluti futuri è irrilevante per la profittabilità di un’impresa. Il fattore rilevante è la possibilità di realizzare un differenziale fra prezzi di vendita e costi di produzione, e quest’opportunità esiste indipendentemente dalle variazioni nel livello dei prezzi.

A questo punto un’obbiezione anti-deflazionistica potrebbe essere la seguente: un’impresa profittevole in un periodo di caduta dei prezzi presuppone che l’imprenditore possa offrire meno per l’acquisto dei fattori di produzione. Se ciò non è possibile, l’imprenditore rinuncerà ad investire.

Tuttavia, quest’argomento trascura il fatto che tutte le risorse sono impegnate in qualche utilizzo in ogni momento. Perché un imprenditore lungimirante non dovrebbe essere in grado di offrire meno per i fattori di produzione? Chiaramente o perché i proprietari di questi fattori non sono disposti a cederli a prezzi più bassi o perché altri imprenditori offrono di più. Nel secondo caso ovviamente non si realizza alcuna mancanza d’investimenti e di attività produttiva. I fattori in questione sono comprati e venduti, sebbene ad un prezzo inferiore di quello che sarebbe stato offerto in tempi di inflazione. Anche nel primo caso i fattori sono investiti: sono investiti nelle scorte del proprietario di questi fattori, e tale domanda di giacenze adempie una funzione sociale utile quanto quella d’ogni altra forma di domanda.

 

Mito 3: non è possibile guadagnarsi da vivere e fare profitti quando l’offerta di denaro si contrae

Gli esseri umani sono capaci di anticipare non solo una caduta dei prezzi, ma anche le conseguenze di una contrazione dell’offerta di denaro. Tale anticipazione normalmente accelera il processo deflazionistico e questo consente all’offerta di denaro di raggiungere velocemente un fondo robusto e stabile. Qui è necessario distinguere due casi:

1) Il caso di un sistema bancario a riserva frazionaria operante in un contesto di merce-denaro, come l’oro o l’argento

2) Il caso della moneta cartacea.

Nel primo caso, l’offerta d’oro (o d’argento) fisico non può ovviamente dissolversi nell’aria e perciò stabilisce un fondo robusto nel caso di una deflazione dei biglietti del sistema a riserva frazionaria. Tale deflazione generalmente inizia quando un numero crescente di persone rifiuta d’accettare tali biglietti come pagamento, e termina normalmente in una corsa alla banca, nella quale gli stessi possessori dei biglietti vogliono liberarsene e si precipitano alla banca che li ha emessi per riscattarli in oro o argento. Al termine di tale corsa, l’offerta di denaro si è contratta considerevolmente a causa della sparizione di tutti i biglietti sostenuti dalla riserva frazionaria. Ma la riserva di denaro metallico rimane e offre un fondo solido, al di sotto del quale l’offerta di denaro non può scendere. Non c’è ragione perché questo processo deflazionistico non debba risolversi in poche ore o giorni. Al termine, molte banche e molti imprenditori saranno in bancarotta, nella misura in cui avranno finanziato le loro imprese tramite il debito invece che con i mezzi propri. Questo naturalmente spiega perché l’attuale establishment, finanziato col debito, si oppone ferocemente alla deflazione; ma questo non significa che la produzione non potrebbe andare avanti senza di questi: di fatto può farlo e lo farà sotto una nuova gestione .

Nel secondo caso, non esiste alcun fondo solido che assicuri la fermata del processo deflazionistico all’offerta di moneta cartacea. Quando la gente non gradisce più possedere moneta di carta e comincia a venderla a qualunque prezzo, ciò risulterà in un declino ancor più pronunciato del potere d’acquisto di questa moneta, il che convincerà anche chi l’ha appena comprata di liberarsene. Il risultato è una spirale deflazionistica che termina quando la moneta svanisce dalla circolazione. Notare che questo non significa che l’economia retrocederà all’era del baratto. In questi casi la gente comincia ad usare altre monete come oro, argento o valute straniere. La spirale deflazionistica perciò sottintende l’effetto benefico di sostituire un tipo inferiore di moneta (inferiore dal punto di vista di chi la usa) con una moneta superiore. Ripetiamo, non vi è ragione perché questo processo non possa concludersi in pochi giorni, e non vi è ragione di aspettarsi che la produzione non riprenda altrettanto rapidamente sotto una nuova gestione.

                                                                                                                                       continua

 

Note:

[1] Si potrebbe obiettare che le banconote della Banca di Inghilterra che circolarono dal 1797 al 1821 furono un’eccezione, perché esse non erano moneta legale. Ma quei biglietti non erano moneta cartacea, ma bensì moneta creditizia. Durante la vita di questo “pound cartaceo”, gli attori del mercato si aspettavano un’estinzione da parte della Banca di Inghilterra in un prossimo futuro. Per una distinzione fra moneta di consumo, moneta creditizia e moneta cartacea, vedere Mises, Theory of Money and Credit, part one, chap. 3, sect. 3 .

[2]  Chiaramente qui difendiamo solo la deflazione caratteristica in un libero mercato, mentre la deflazione confiscatoria non è difendibile. Vedere Rothbard in Making Economic Sense , e Salerno, “ Taxonomy of Deflation .”