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Metafisica del libro, Jorge e il Potere Stampa
Scritto da Cardinale Gardel   
Lunedì 02 Luglio 2007 10:49
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Durante una libera conversazione, Borges fece notare a Domenico Porzio, curatore per i Meridiani delle sue “Opere Complete”, che gli antichi non avevano il nostro culto del libro; in esso vedevano un semplice “succedaneo della parola orale”. Scripta manent significa, spiegava, che le parole scritte stagnano a terra. Borges, come tutti noi, fu preso a spintonate dalla storia, cioè da quella catena di cause ed effetti che scaturisce dall’incontro tra le forze della natura, in essa compresa quella umana, e le forze demoniache del Potere che tentano follemente di distorcerle - anche il Potere è dentro la Natura: le due mani di Escher piacquero all’Argentino quando le vide, e questo ci permette di alludere all’inesistente racconto di Borges in cui alla fine si svela che il diavolo è un paradosso. I colpi se li è beccati meno violenti di quelli toccati in media a chi ha attraversato il Novecento, il Secolo Infame che ha visto il trionfo dello Stato e la morte dell’Uomo: nel 1945 uno dei Cialtroni che hanno infiammato le masse e acceso i loro cuori, promettendo loro qualcosa per nulla, gli ha sbattuto in galera una sorella; nel 1946 lo stesso lo ha costretto nella parodia di diventare ispettore comunale alle fiere municipali di pollame.

Confessò un flirt con fantasie militari, ad emulazione di un avo che a ventiquattro anni guidò trecento cavalieri alla carica; in realtà non uscì mai dalla sia biblioteca, se non per passeggiare e perdersi. Diversamente dal giovane di Kim, non uccise, né procreò. Lesse molto, e scrisse meno, e le cose forse più belle sono non i racconti fantastici di Finzioni e Aleph (meravigliosi, direi, ma completi e artistici); piuttosto le note a margine, le brevi indagini. Sospettò che tutta l’opera sua non valesse la fermezza di sua nonna novantenne, quando, di fronte all’agitazione della famiglia intorno al suo letto di morte, dichiarò irritata: “Sono solo una vecchia che tarda a morire: nessuno si allarmi per una cosa tanto ordinaria!”.

La parola orale è la parola di chi ha il Potere: nessuno vide mai Hitler o F.D.Roosevelt leggere un libro. Invece quel figlio di papà contrabbandiere, e mi secca ammetterlo, aveva gusto: adorava il Talleyrand di Duff Cooper. Il colpi sparati da più parti a Dallas lo tolsero dall’infilarsi in ulteriori pasticci, ma anche dal sesso e dalle buone letture. Borges ricorda JFK in un In Memoriam, in cui allude al fatto che atomi dei chiodi della croce potevano essere nei proiettili. Nemmeno Borges ha qualcosa di interessante da dire su John in persona.

Il Potere ci ha lasciato la parola scritta, rendendola superflua.

Da buon argentino, Borges capiva i guai della gestione statale della moneta: “In quest’epoca non c’è solo un’inflazione monetaria, ma anche un’inflazione bibliografica. Il valore del libro si è talmente abbassato con questa follia della pubblicazione in serie, che ormai esso, come la moneta, non ha alcun valore”. Rimpiangeva i tempi in cui si ricopiavano solo i libri che meritavano di essere tramandati.

Da buon argentino, capiva i governi. Disse: “Un giorno meriteremo che non vi siano governi” e “Faccio fatica a dirmi liberale”, non perché si augurasse un di più, ma un di meno. Riscattò l’individualismo straccione argentino (e perché no? italiano): “Il più urgente dei problemi della nostra epoca (già denunciato con profetica lucidità dal quasi dimenticato Spencer) è la graduale intromissione dello Stato negli atti dell’individuo; nella lotta contro questo male, i cui nomi sono comunismo e nazismo, l’individualismo argentino, forse finora inutile o dannoso, troverebbe la sua giustificazione e il suo compito. Senza speranza e con nostalgia, penso all’astratta possibilità di un partito che avesse qualche affinità con gli argentini; un partito che ci promettesse (ad esempio) un severo minimo di governo. Il nazionalismo vuole ammaliarci con la visione di uno Stato infinitamente molesto; codesta utopia, una volta realizzata sulla terra, avrebbe la virtù provvidenziale di far sì che tutti desiderassero, e finalmente costruissero, la sua antitesi”.

Non so a quanti capita di piangere a leggere queste parole: a me capitava, fin quando mi accorsi che “governo minimo” è un ossimoro: come dire “pacata ingordigia” o “incruenta strage”. (Il presidente argentino Kirchner promise in campagna elettorale di agganciare in qualche modo il ridicolo peso all’oro, invece di riprovare l’alchimia di un qualche currency-board intorno al cosiddetto dollaro. Ho scritto una cartolina alla Casa Rosada, minacciandolo di morte, nel caso non avesse mantenuto la promessa. Sto ancora aspettando).

Per la mancata professione di fede statolatrica, essenziale all’intellettuale moderno, i Massoni di Stoccolma, fanfara a lustro del Futuro Governo Onnipotente Planetario, gli negarono l’assegno cospicuo intitolato all’inventore di una antiquata arma di distruzione di massa, nonostante Borges avesse detto esplicitamente che quei soldi gli avrebbero potuto far comodo. Per non commettere un anacronismo che a lungo andare sarebbe stato scoperto, non registrò nella sua “Storia Universale dell’Infamia” questo fatto, a contrasto con la successiva attribuzione del premio a non so quale confuso buffone monosillabico, tale Fo.

Mi secca ricordare di aver letto tra le sue pagine una scempiaggine del tipo “Gli Stati Uniti dovrebbero smetterla con la superstizione della democrazia e decidersi a diventare un impero”, dove il fragile poeta diventa un falchetto neocon. Non ci scandalizza certo il disprezzo per la democrazia (“una superstizione basata sulla statistica”, la definì), che non è una crazia migliore delle altre, ma la mancata condanna dell’Impero. Ultime due perline colorate: nella sua ascendenza ci fu il dittatore Rosas, e l’amore per “la Svizzera, un paese in cui non si sa come si chiama il presidente”.

Fin qui i pensieri di Borges sul Potere, il suo contatto con Tanatos. Ma, grazie al cielo, al mondo c’è anche Eros, la poesia, la vita, la libertà. Ricorderei tra le sue passioni: la metafisica idealistica, gli specchi, il tempo, la logica, l’infinito, Dante, il tango, il coraggio, Buenos Aires, le lingue e le parole, Shakespeare, Le Mille e una Notte, il tramonto e l’alba, i dilemmi morali, l’amicizia tra uomini, Virgilio, le rose e le tigri, la realtà ricordata, che non esiste, quella vissuta, che vertiginosamente ci svanisce dentro, l’umorismo, le questioni teologiche, l’ambiguità e il paradosso, Omero, il racconto poliziesco, il respiro della frase, le verità del Buddha, i libri. Jorge Louis Borges è allo stesso tempo qualcosa di evanescente, un gentiluomo argentino cieco, e la redenzione intellettuale del suo secolo.
 

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