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The Essential von Mises - I - La Scuola Austriaca Stampa
Scritto da Murray N. Rothbard   
Giovedì 04 Ottobre 2007 13:26
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Ludwig von Mises nacque il 29 settembre 1881 a Lemberg (allora facente parte dell’Impero Austro-Ungarico) dove il padre, Arthur Edler von Mises, ingegnere edile, era stato trasferito per motivi di lavoro dalle ferrovie austriache. Cresciuto a Vienna, Mises intraprese gli studi all’Università di Vienna, dove si laureò in legge ed economia. Morì a New York il 10 ottobre 1973.

Mises nacque e crebbe durante un periodo di notevole espansione della grande Scuola Economica Austriaca. E’ quindi impossibile cercare di capire Mises e il suo vitale contributo al pensiero economico senza prendere in considerazione la tradizione della Scuola Austriaca da lui studiata e assorbita.

Nella seconda metà del diciannovesimo secolo era già evidente come l’"economia classica", che aveva raggiunto il proprio apogeo in Inghilterra grazie a David Ricardo e John Stuart Mill, avesse posto le proprie basi su consistenti difetti strutturali. Il punto debole della teoria classica consisteva nell’avere cercato di studiare l’economia in termini di "categorie" piuttosto che di azioni degli individui. Di conseguenza, gli economisti classici non solo non riuscivano a spiegare correttamente le forze sottostanti che determinano i valori e i relativi prezzi dei beni e servizi, essi non riuscivano neanche a capire le azioni dei consumatori che, in economia, sono di importanza cruciale per le attività dei produttori. Per esempio, considerando le "categorie" dei beni, gli economisti classici non riuscivano a risolvere il "paradosso del valore": il pane, estremamente utile e fondamentale per gli esseri umani, aveva un basso valore di mercato mentre i diamanti, un bene di lusso, ovvero un bene del tutto irrilevante in termini di sopravvivenza, avevano un alto valore di mercato. Se il pane è senza alcuna ombra di dubbio più utile dei diamanti, perché esso trova sul mercato un valore molto più basso?

Disperati nel cercare di risolvere questo paradosso, gli economisti classici, purtroppo, crearono due categorie di valore: il "valore di utilizzo" e il "valore di scambio". Così il pane, con un più alto valore di utilizzo rispetto ai diamanti aveva, per qualche ragione non molto chiara, un più basso valore di scambio. Fu proprio a causa di questa divisione che le generazioni successive cominciarono a denunciare l’economia di mercato, colpevole di indirizzare le proprie risorse verso la "produzione per il profitto" anziché verso la ben più vantaggiosa "produzione per l’uso".

Fallendo nel tentativo di analizzare le azioni dei consumatori, gli economisti anteriori agli Austriaci non riuscirono a spiegare in modo soddisfacente cosa in realtà determinasse i prezzi di mercato. Andarono a tentoni e purtroppo conclusero che: (a) il valore era qualcosa di intrinseco nelle materie prime; (b) il valore doveva essere conferito a questi beni dai processi di produzione; (c) l’aggiunta finale di valore era costituita dal "costo" di produzione o addirittura dalla quantità di ore lavorative necessarie per quella determinata produzione.

Fu questa analisi Ricardiana che preparò il terreno alla conclusione perfettamente logica di Karl Marx: dato che il valore era il prodotto della quantità di ore lavorative, allora tutti gli interessi e i profitti ottenuti dai capitalisti e dai datori di lavoro dovevano essere un "surplus di valore" ingiustamente sottratto ai reali guadagni degli operai.

Avendo dato involontariamente manforte alle teorie marxiste, i Ricardiani cercarono di rispondere che lo stock di capitale era produttivo: era quindi giusto che esso ricevesse parte dei guadagni; i marxisti tuttavia replicarono che anche il capitale rappresentava lavoro "incorporato" o "congelato" e che quindi i salari avrebbero dovuto assorbire l’intero profitto della produzione.

Gli economisti classici non riuscivano a dare una spiegazione soddisfacente o una giustificazione all’esistenza del profitto. Ancora una volta, trattando la questione del profitto generato dalla produzione solo in termini di "categorie", i Ricardiani riuscivano a vedere solo una continua "lotta di classe" tra "salari", "profitti" e "affitti", con i lavoratori, i capitalisti e i padroni eternamente in lotta per la propria quota di utili. Ragionando solo in termini di aggregati, i Ricardiani separarono erroneamente le questioni relative alla "produzione" da quelle relative alla "distribuzione", con quest’ultima al centro del conflitto della lotta di classe. Dovettero per forza concludere che se i salari aumentavano ciò poteva solo avvenire a spese di profitti e di affitti inferiori, o viceversa. Ancora una volta i Ricardiani diedero manforte alle teorie marxiste.

Considerando le categorie anziché gli individui, gli economisti classici non solo dovettero abbandonare le analisi sui consumi e non riuscirono a spiegare il valore e il prezzo, ma non poterono neanche affrontare il problema dei prezzi dei fattori di produzione, ovvero le specifiche unità di lavoro, terra o beni capitali. Appena dopo la metà del diciannovesimo secolo le carenze dell’economia Ricardiana divennero ancora più madornali. Le stesse teorie economiche erano arrivate a un punto morto.

E’ accaduto spesso nella storia dell’umanità che scoperte simili venissero fatte da uomini in luoghi e condizioni completamente differenti, nello stesso momento e in modo indipendente. Così la soluzione ai suddetti paradossi, emerse, in modo indipendente e in forme diverse, nello stesso anno 1871 ad opera di William Stanley Jevons in Inghilterra, Leon Walras a Losanna, in Svizzera, e Carl Menger a Vienna. In quell’anno nacque l’economia moderna o “neoclassica”.

La soluzione di Jevons e la sua nuova visione economica era frammentaria e incompleta; inoltre egli si trovò a combattere l'enorme prestigio che l'economia Ricardiana era riuscita a consolidare nel ristretto mondo intellettuale inglese. Jevons ebbe quindi ben poca influenza e attrasse un numero molto esiguo di seguaci. Anche il sistema di Walras ebbe poca influenza a quel tempo ma, come vedremo in seguito, fu riproposto qualche anno dopo, erroneamente, per gettare le basi della corrente e fallace “teoria microeconomica". Dei tre neoclassici colui che formulò le soluzioni più complete e omogenee fu Carl Menger, professore di Economia all'Università di Vienna. Fu Menger che fondò la "Scuola Austriaca".

Il lavoro pioneristico di Merger aprì la strada al suo più brillante studente, e successore, all'Università di Vienna, Eugen von Böhm-Bawerk. Fu il monumentale lavoro di Böhm-Bawerk in gran parte scritto nel 1880 e culminato con i tre volumi di Capital and Interest, che formò la base strutturale della Scuola Austriaca. Altri grandi economisti contribuirono alla maturazione della Scuola Austriaca negli ultimi venti anni del diciannovesimo secolo, tuttavia Böhm-Bawerk li sovrastò tutti.

Le soluzioni Austriache, sia di Menger che di Böhm-Bawerk, ai dilemmi dell'economia, risultarono molto più esaustive di quelle dei Ricardiani, in quanto fondate su una epistemologia completamente diversa. Gli Austriaci centrarono le loro analisi sull'individuo, ovvero sulle azioni individuali che di volta in volta spingono a scelte basate sulle proprie preferenze e sui valori del mondo reale. Partendo dall'individuo, gli Austriaci furono capaci di ancorare le loro analisi sull'attività economica e produttiva ai valori e ai desideri dei consumatori individuali. Ciascun consumatore operava in modo autonomo secondo la propria scala di preferenze e di valori; questi ultimi interagivano e si combinavano per formare la domanda dei consumatori che costituisce la base e la direzione di tutta l’attività produttiva. Fondando le loro analisi sullo studio dell'individuo nel momento in cui interagisce con il mondo reale, gli Austriaci realizzarono che l'attività produttiva si basava sulle aspettative di soddisfare le richieste dei consumatori.

Dunque, divenne ben presto chiaro agli Austriaci che nessuna attività produttiva, sia artigianale che industriale, era in grado di conferire valore ai beni e servizi. Il valore derivava invece dalla valutazione soggettiva dei consumatori individuali. In breve, si potrebbero spendere trent'anni a costruire un enorme triciclo a vapore. Se, però, non si riuscisse a trovare neanche un consumatore disposto a comprare questo triciclo, esso sarebbe economicamente privo di valore, nonostante tutti gli sforzi fatti per costruirlo. Il valore è una valutazione fatta dal consumatore e i relativi prezzi dei beni e servizi sono determinati dalla portata e intensità sia delle valutazioni che dei desideri dei consumatori nei riguardi dei prodotti medesimi.

Considerando l'individuo anziché le "categorie", gli Austriaci riuscirono facilmente a risolvere il "paradosso del valore" che aveva paralizzato gli economisti classici. Sul mercato nessun individuo ha mai dovuto affrontare la scelta tra il "pane" e i "diamanti" considerati come classi di oggetti. Gli Austriaci avevano mostrato che maggiore è la quantità (come numero di unità) di un bene che si possiede, minore è la valutazione che a quella unità viene data. Un uomo in mezzo al deserto, dove c’è scarsità di acqua, assegnerà un valore di "utilità" estremamente alto ad un bicchiere di acqua, mentre, lo stesso uomo a Vienna o a New York, con a disposizione un'abbondante quantità di acqua, assegnerà un valore di "utilità" estremamente basso ad ogni bicchiere. Dunque il prezzo che pagherà per un bicchiere d'acqua nel deserto sarà molto maggiore rispetto a quello pagato a New York. In breve, l'individuo agisce in termini di specifiche unità o "margini"; la scoperta degli Austriaci venne definita "legge dell’utilità marginale decrescente". Il "pane" è molto più economico dei "diamanti" poiché la quantità di pane disponibile è considerevolmente maggiore rispetto alla quantità di carati di diamanti, quindi il valore e il prezzo di ogni pagnotta sarà molto minore rispetto al valore e al prezzo di ciascun carato. Non c'è nessuna contraddizione tra "valore di utilizzo" e "valore di scambio"; data l’abbondanza di pane disponibile, per l'individuo una pagnotta è meno "utile" di un carato di diamante.

La concentrazione sulle azioni dell'individuo e quindi sulle "analisi marginali" ha anche portato a risolvere il problema della "distribuzione" del reddito sul mercato. Gli Austriaci dimostrarono che ogni unità di un fattore produttivo, sia esso il lavoro, la terra, o lo stock di capitale, viene prezzata sul libero mercato sulla base della "produzione marginale": in breve, su quanto ogni unità di produzione realmente contribuisce al valore del prodotto finale comprato dai consumatori. Maggiore è la "offerta", ovvero la quantità unitaria di un dato prodotto, minore tenderà ad essere la sua produttività marginale (quindi il prezzo con cui essa viene remunerata); invece, minore è la sua offerta e maggiore tenderà a essere il prezzo. Così gli Austriaci dimostrarono che non c'era nessuna irragionevole o arbitraria lotta di classe o conflitto tra le diverse categorie di fattori; ciascun tipo di fattore contribuisce armoniosamente al prodotto finale, diretto a soddisfare i più intensi desideri del consumatore nel modo più efficiente possibile (i.e. nel modo attraverso il quale si realizza il maggiore risparmio di risorse).

Ogni unità di ciascun fattore viene remunerata sulla base del proprio prodotto marginale, ovvero sulla base del proprio particolare contributo all’ottenimento del risultato finale. Infatti se ci fosse un conflitto di interesse, esso non sussisterebbe tra i diversi tipi di fattori produttivi (terra, lavoro e capitale) ma tra coloro che concorrono per offrire lo stesso fattore produttivo. Se, per esempio, qualcuno scoprisse una nuova riserva di rame l'aumento dell'offerta spingerebbe al ribasso il prezzo del rame; questo andrebbe a beneficio e vantaggio dei consumatori, del lavoro cooperativo e dei fattori produttivi. Gli unici ad essere insoddisfatti potrebbero essere i proprietari delle esistenti miniere di rame, a causa della caduta di prezzo del loro prodotto.

Così gli Austriaci mostrarono che sul libero mercato non c'è nessun tipo di separazione tra "produzione" e "distribuzione". Il valore e la domanda dei consumatori determinano il prezzo finale dei beni di consumo, i beni cioè comprati dai consumatori, i quali stabiliscono la direzione delle attività produttive e a loro volta determinano i prezzi delle unità dei diversi fattori: i salari, gli affitti e i prezzi di impianti, macchinari e attrezzature, ovvero dello stock di capitale. La "distribuzione" del reddito era semplicemente la conseguenza del prezzo di ciascun fattore. Così se il prezzo del rame è di 20 centesimi a libbra e il proprietario di rame vende 10.000 libbre di rame, egli riceverà $20.000 come quota di "distribuzione" della produzione; se il salario di qualcuno è di $4 all'ora e lavora 40 ore a settimana, riceverà $160 a settimana, e così via.

Cosa ne è stato della questione dei profitti e del problema del "lavoro congelato" (il cosiddetto lavoro incorporato nei macchinari)? Ancora una volta partendo dall'analisi dell'individuo, Böhm-Bawerk scoprì una elementare legge umana: ogni persona vuole soddisfare i propri desideri e obiettivi il più velocemente possibile. In altre parole, tutti preferiscono ricevere immediatamente beni e servizi piuttosto che dover aspettare un certo lasso di tempo. Meglio avere con certezza una cosa oggi che riceverla forse domani. Ed è proprio a causa di questa legge elementare delle "preferenze temporali" che le persone non investono tutti i loro redditi in beni strumentali così da poter aumentare la quantità di beni prodotti nel futuro. Ogni uomo, a seconda delle condizioni e culture a cui appartiene, ha un diverso tasso di preferenze temporali. Più alto è il suo tasso di preferenze temporali, maggiore sarà la quantità di reddito che egli consumerà subito; più basso è il suo tasso, maggiore sarà la percentuale che egli risparmierà e investirà per la produzione futura. É unicamente il fattore delle preferenze temporali che determina gli interessi e i profitti; ed è il grado e l'intensità delle preferenze temporali che determina il livello dei tassi di interesse e l’ammontare dei profitti.

Prendiamo, ad esempio, il tasso di interesse su un prestito. Nel Medio Evo e all'inizio dell'era moderna i filosofi e gli accademici della chiesa cattolica erano, a loro modo, degli eccellenti economisti e studiosi del mercato ma ciò che essi non riuscirono mai a spiegarsi era il tasso di interesse su un prestito. Essi avevano capito il concetto dei profitti generati dagli investimenti rischiosi tuttavia, avendo erroneamente appreso da Aristotele che il denaro in se stesso era sterile e improduttivo, non riuscivano a giustificare l’interesse su un prestito. Non riuscendo a trovare nessuna spiegazione plausibile, la chiesa e gli accademici condannarono come "usura" peccaminosa ogni tipo di interesse su un prestito. Fu finalmente Böhm-Bawerk a trovare una soluzione grazie alla teoria delle preferenze temporali. Quando un creditore presta $100 a un debitore in cambio di $106 per l'anno seguente, i due uomini non si scambiano le stesse cose. Il creditore sta dando al debitore $100 come "bene immediato", soldi che il debitore può usare, da subito e in qualsiasi momento. Ma ciò che il debitore sta dando in cambio al creditore è un IOU, (I OWE YOU) un certificato di debito, ovvero la prospettiva di poter riottenere i soldi solo un anno dopo. In breve, il creditore sta dando al debitore un "bene immediato", mentre il debitore sta dando al creditore un "bene futuro", il denaro che il creditore potrà usare solo dopo un anno. Dato che la percezione universale sulle preferenze temporali mostra che i beni immediati valgono più dei beni futuri, il creditore dovrà far pagare al debitore una commissione e il debitore dovrà pagare un premio per usufruire immediatamente di quel bene. Quel premio è il tasso di interesse. L'ammontare del premio dipenderà dal generale tasso di preferenze temporali di ciascun operatore economico.

Ma non è tutto: Böhm-Bawerk andò avanti e mostrò come la teoria delle preferenze temporali determinasse, allo stesso modo, i tassi di profitto: infatti il "normale" tasso di profitto altro non è che il tasso di interesse. Durante il processo di produzione il lavoratori non devono aspettare che il prodotto sia realizzato e venduto ai consumatori per avere i soldi, come avverrebbe in assenza dei datori di lavoro - capitalisti. Se questa ultima categoria non esistesse, i lavoratori dovrebbero sgobbare per mesi e anni senza paga, fino a quando il prodotto finale - l'automobile il pane o la lavatrice – non venisse venduto ai consumatori. Ma i capitalisti offrono il grande servizio di risparmiare parte dei propri redditi per pagare immediatamente i lavoratori mentre questi lavorano; i capitalisti quindi aspettano che il prodotto finale sia venduto ai consumatori prima di ricevere il loro denaro. È per questa differenza tra "bene attuale" e "bene futuro" che i lavoratori sono più che disposti a "pagare" ai capitalisti un profitto o interesse. In breve i capitalisti sono nella posizione di "creditori" che risparmiano, pagano subito e aspettano per il loro eventuale pagamento finale; i lavoratori sono i "debitori" i cui servizi daranno frutti solo dopo un dato periodo di tempo. Ancora una volta il tasso di profitto sarà determinato dalla misura dei tassi delle preferenze temporali.

Böhm-Bawerk spiegò questo concetto anche in un altro modo: i beni capitali non rappresentano semplicemente "lavoro congelato"; rappresentano anche tempo congelato: è proprio in questa cruciale questione di tempo e preferenze temporali che deve essere cercata la spiegazione al profitto e all’interesse. Egli ha anche anticipato l’analisi economica del capitale poiché, al contrario dei Ricardiani e della maggior parte degli attuali economisti, non considerò il "capitale" semplicemente una massa omogenea o una quantità data. Il capitale è una struttura, un intricato fattore che ha una dimensione temporale; la crescita economica e la crescente produttività derivano non solo dall’aumento della quantità di capitale ma anche dall’aumento della propria struttura temporale nella costruzione di "processi di produzione sempre più lunghi". Più bassi sono i tassi delle preferenze temporali delle persone più esse riescono a sacrificare, nel presente, i consumi per risparmiare e investire in processi più a lungo termine che renderanno, in un dato momento nel futuro, significativi e maggiori risultati in termini di beni di consumo.
 
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