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The Essential von Mises - II - Mises e l'economia Austriaca: la Teoria della Moneta e del Credito Stampa
Scritto da Murray N. Rothbard   
Giovedì 04 Ottobre 2007 14:37
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Il giovane Ludwig von Mises cominciò l’Università a Vienna nel 1900 e si laureò in legge ed economia nel 1906. Ben presto si rivelò uno dei più brillanti studenti di Eugen von Böhm-Bawerk. Totalmente preso dalle teorie Austriache, Mises, presto si rese conto che Böhm-Bawerk e i primi Austriaci non avevano spinto le loro analisi fino a dove sarebbero potute arrivare; nelle teorie economiche Austriache rimanevano quindi ancora importanti lacune da colmare. E’ così che vanno le cose in campo scientifico: i progressi giungono quando gli studenti e i discepoli sviluppano il lavoro dei loro grandi maestri. A volte, tuttavia, accade che i maestri ripudino o non riescano a vedere il valore dei progressi realizzati dai propri successori.

La maggiore lacuna di cui si accorse Mises era rappresentata dall’analisi della moneta. È vero che gli Austriaci avevano risolto la questione dei prezzi relativi sia per i beni di consumo che per tutti i fattori di produzione. Ma, il denaro, dai tempi degli economisti classici, aveva sempre avuto un posto a se stante, non soggetto cioè alle analisi concernenti il resto del sistema economico. Questa separazione esisteva sia per i primi Austriaci che per gli altri neoclassici europei e americani; il denaro e il “livello dei prezzi” venivano sempre più analizzati separatamente dal resto dell’economia di mercato. Stiamo ora raccogliendo i risultati infelici di questa sofferta scissione tra “micro” e “macro” economia. La microeconomia, grosso modo è basata sulle azioni dei singoli consumatori e produttori; tuttavia, nel momento in cui gli economisti analizzano la moneta ricadiamo di colpo in un interminabile insieme di aggregati irreali: aggregati relativi alla moneta, ai “livelli di prezzo”, al “prodotto nazionale” e alle spese. Isolata dai principi dell’azione individuale, la “macroeconomia” è passata da un errore all’altro. Nei primi decenni del ventesimo secolo, questa errata separazione stava già trovando sviluppo nel lavoro dell’americano Irving Fisher, che formulò le elaborate teorie dei “livelli di prezzo” e delle “velocità”, teorie che, tuttavia, prescindevano da qualsiasi riferimento all’azione individuale e non trovavano integrazione nella più valida teoria delle analisi  “microeconomiche” neoclassiche.

Ludwig von Mises si propose di eliminare questa scissione provando a innestare l’economia della moneta e del suo potere d’acquisto (erroneamente chiamato “livello di prezzo”) sulle analisi Austriache dell’individuo e dell’economia di mercato, in modo da elaborare una grande teoria economica integrata che potesse spiegare l’intero sistema economico. Mises raggiunse questo eccezionale risultato, nel 1912, con la sua prima opera: La Teoria della Moneta e del Credito ( Theorie des Geldes und der Umlaufsmittel ). Un’opera illuminante e di straordinario acume degna dello stesso Böhm-Bawerk. Finalmente l’economia era un insieme compatto, un corpo integrato di analisi basate sull’azione individuale; non ci sarebbe stata più scissione tra moneta e prezzi relativi, tra micro e macro. La visione meccanicistica di Fisher delle relazioni automatiche tra la quantità di moneta e il livello dei prezzi, delle “velocità di circolazione” e dei “rapporti di scambio”   fu definitivamente demolita da Mises a favore di una applicazione della teoria marginale di utilità integrata alla domanda e offerta di denaro stesso.

Nel caso di specie, Mises mostrò chiaramente che, così come il prezzo di ciascun bene era determinato dalla quantità disponibile e dalla intensità della domanda del consumatore per quel bene medesimo (basata sulla sua utilità marginale) così anche il “prezzo” o potere d’acquisto dell’unità di moneta veniva determinato dal mercato seguendo le stesse modalità. La domanda di moneta è una domanda per detenere contante (nel proprio portafoglio piuttosto che in banca, da poter spendere, prima o poi, in beni utili e servizi). L’utilità marginale dell’unità di moneta (il dollaro, il franco o l’oncia d’oro) determina l’intensità della domanda di denaro contante; l’interazione tra la quantità di moneta disponibile e la domanda della stessa determina invece il “prezzo” del dollaro (cioè la quantità di beni che il dollaro può comprare). Mises condivise la “teoria quantitativa” classica: un aumento nell’offerta di dollaro o di once d’oro porta alla diminuzione del suo valore o “prezzo” (porta cioè a un rialzo nei prezzi di altri beni e servizi); tuttavia, egli riformulò in modo considerevole questa primordiale teoria e la inserì nel contesto delle generali analisi economiche. Mises dimostrò che questa relazione è appena proporzionale: un aumento nell’offerta di denaro tenderà ad abbassarne il valore, tuttavia in quale percentuale ciò si verifichi, nel caso si verifichi realmente, dipende tuttavia da cosa succede all’utilità marginale di denaro, quindi dalla domanda di contante. Inoltre Mises dimostrò che la “quantità di moneta” non aumenta di colpo: il flusso di moneta viene iniettato in un dato momento nel sistema economico e i prezzi aumentano solo quando la nuova moneta si diffonde capillarmente in ogni settore dell’economia. Se il governo stampa nuova moneta e la spende diciamo in graffette, non avremo solo un semplice aumento del “livello di prezzo” come asseriscono gli economisti non Austriaci, ma avremo un aumento prima del reddito dei produttori di graffette e dei prezzi delle graffette quindi in seguito dei prezzi dei fornitori dell’industria delle graffette e così via. In tal modo un aumento dell’offerta di moneta porta a una variazione dei prezzi perlomeno temporanea e può anche portare a una variazione permanente dei redditi.

Mises mostrò anche la correttezza di una teoria di Ricardo, e dei suoi immediati seguaci, che aveva precorso i tempi ed era stata per troppo tempo dimenticata: oltre a favorire gli usi industriali o di consumo dell’oro, un aumento dell’offerta di moneta non porta nessun tipo di beneficio sociale. Mentre un incremento dei fattori di produzione quali la terra, il lavoro e il capitale, determinano un aumento nella produzione e un miglioramento della qualità della vita, un aumento nell’offerta di moneta può solo abbassarne il potere d’acquisto, esso non incrementa la produzione. Se il denaro di ogni individuo, sia esso nel portafoglio o nel conto in banca, fosse magicamente triplicato durante la notte, la società non ne trarrebbe nessun giovamento. Ma Mises dimostrò che la grande attrattiva della “inflazione” (un aumento della quantità di moneta) sta proprio nel fatto che nessuno riceve la stessa quantità di moneta nello stesso momento; a ricevere per primi la nuova moneta sono invece il governo e i destinatari degli acquisti e delle sovvenzioni governative. Il loro reddito aumenta prima che i prezzi salgano, mentre i cittadini, che ottengono un aumento di reddito alla fine della catena (o, coloro che, come i pensionati, non ricevono affatto nuova moneta), ne vengono danneggiati in quanto il prezzo delle cose che comprano sale prima che essi possano effettivamente godere di un aumento del reddito. In breve, l’attrattiva dell’inflazione sta proprio nel fatto che, grazie ad essa, il governo e altri gruppi di potere economico riescono silenziosamente ma efficacemente a trarne dei benefici a spese della popolazione priva di potere politico.

Mises dimostrò che l’inflazione – un incremento dell’offerta di moneta – è un processo di tassazione e ridistribuzione di ricchezza. In una economia di libero mercato in via di sviluppo in cui non ci sono iniezioni di nuova moneta da parte del governo, i prezzi generalmente scendono mentre aumenta l’offerta di beni e servizi. La discesa dei prezzi e dei costi fu proprio l’indicazione bene accetta della espansione industriale avvenuta durante gran parte del diciannovesimo secolo.

Applicando l’utilità marginale alla moneta, Mises doveva risolvere la questione del cosiddetto “Dilemma Austriaco” ritenuta, da quasi tutti gli economisti, irrisolvibile. Gli economisti riuscivano a spiegarsi che il prezzo delle uova, dei cavalli o del pane era determinato dalle rispettive utilità marginali degli stessi; tuttavia, a differenza dei beni che sono richiesti per essere consumati, il denaro è richiesto e mantenuto in contanti per comprare altri beni. Nessuno, quindi, può richiedere moneta (e avere una utilità marginale per la stessa) a meno che essa non esista già, ed eserciti un prezzo e un potere d’acquisto sul mercato. Ma allora come si può spiegare il prezzo della moneta in termini di utilità marginale se la moneta, al fine di essere richiesta, ha bisogno di un valore preesistente? Mises con il suo “Teorema della Regressione” risolse il “DIlemma Austriaco” in uno dei suoi più importanti successi teorici: egli dimostrò che si poteva logicamente ritrovare il significato della domanda di moneta nei tempi antichi in cui essa non era moneta ma una materia prima comodamente utilizzata per il baratto; in breve, cioè, nei tempi in cui la moneta-materia prima (per esempio oro o argento) veniva domandata esclusivamente per le sue qualità di materia prima sia consumabile che utilizzabile nel baratto. Non solo Mises portò a termine la spiegazione logica del prezzo del potere d’acquisto della moneta, le sue scoperte ebbero anche altre importanti implicazioni. Prima fra tutte il fatto che la moneta potesse solo trovare origine in una maniera: grazie alla diretta domanda nel libero mercato come una utile materia prima. Ciò voleva dire che la moneta non aveva avuto origine per opera del governo, che dichiarava qualcosa avere valore di moneta, né era riconducibile a qualche particolare contratto sociale; essa si era potuta sviluppare a partire da una materia prima generalmente utile e preziosa. Prima di lui Carl Menger aveva cercato di dimostrare che la moneta fosse nata in questo modo, ma solo Mises stabilì la assoluta necessità di questa origine sul mercato.

Ciò aveva anche ulteriori implicazioni. In contrasto con le opinioni della maggior parte degli economisti di allora e di oggi, la “moneta” non è solamente un’unità arbitraria o un pezzo di carta chiamato arbitrariamente dal governo “dollaro”, “sterlina”, “franco”, etc. La moneta deve aver trovato origine in un bene utile: come l’oro e l’argento. L’unità originale, l’unità di misura e di scambio, non era il “franco” o il “marco” ma il grammo di oro o l’oncia di argento. In sostanza l’unità monetaria è una unità di peso di un valore specifico, un bene prodotto dal mercato. Non c’è infatti da meravigliarsi che tutti i nomi delle valute: dollaro, sterlina, franco e così via provengono dai nomi delle unità di peso dell’oro e argento. Persino nell’odierno caos monetario, lo statuto degli Stati Uniti definisce il dollaro come un trentacinquesimo (ora un quarantaduesimo) di una oncia d’oro.

Questa analisi, unita alla argomentazione di Mises sui mali sociali provocati dall’aumento, da parte del governo, dell’offerta di prodotti arbitrari quali il “dollaro” e il “franco”, indica la strada per una totale separazione tra i governi e i sistemi economici. L’essenza della moneta è il peso di oro o argento, ciò significa che si potrebbe ricominciare a considerare questi pesi come le unità di misura e il mezzo per gli scambi monetari. Il gold standard, ben lontano dall’essere un barbarico feticcio o un altro strumento arbitrario del governo, sarebbe capace di fornire una moneta prodotta esclusivamente dal mercato e sul mercato e non soggetta alle tendenze  inflazionistiche e ridistributive di un governo coercitivo. Avere una moneta sana e non governativa significa vivere in un mondo in cui i prezzi e i costi diminuiscono all’aumentare della produttività.

Questi sono solo alcuni dei risultati raggiunti da Mises nella sua monumentale Teoria della Moneta e del Credito . Mises chiarì anche il ruolo delle banche nell’offerta di moneta e provò che un sistema bancario, libero dal controllo e dalle direttive governative, non si risolverebbe in una incontrollata espansione inflazionistica della moneta, bensì in un sistema in cui le banche sarebbero costrette, dalle richieste di pagamento, a una sana non-inflazionistica politica di “moneta tangibile”. La maggior parte degli economisti ritiene che la Banca Centrale (il controllo del sistema bancario da parte di una banca governativa come nel sistema della Federal Reserve) sia necessaria affinché il governo possa contenere le tendenze inflazionistiche delle banche private. Tuttavia Mises dimostrò che il ruolo delle banche centrali è stato esattamente l’opposto: liberare le banche dalle restrizioni che il libero mercato impone alle loro attività, stimolarle e spingerle nell’espansione inflazionistica causata dai loro prestiti e depositi. Il sistema centrale bancario, come sapevano bene i suoi primi fautori, è stato e sarà sempre uno strumento inflazionistico per liberare le banche dalle limitazioni del mercato.

Un altro importante risultato raggiunto nella Teoria della Moneta e del Credito fu quello di sradicare alcune anomalie non basate sull’azione individuale che avevano rovinato il concetto Austriaco di utilità marginale. In contraddizione con la loro metodologia di concentrarsi sulle azioni reali dell’individuo, gli Austriaci avevano condiviso le analisi di Jevons e Walras sull’utilità marginale, le quali consideravano quest’ultima come una quantità matematicamente misurabile. Ancora oggi, qualsiasi libro di economia spiega l’utilità marginale in termini di “utili”, di unità che sono presumibilmente soggette a addizioni, moltiplicazioni e altre operazioni matematiche. Uno studente che attribuisse ben poco senso alla frase “assegno un valore di 4 unità a quella libbra di burro”, avrebbe assolutamente ragione. Partendo da una giusta intuizione di un suo studente al seminario di   Böhm-Bawerk, il ceco Franz Cuhel, Mises rifiutò categoricamente l’idea che l’utilità marginale fosse in alcun modo misurabile e mostrò che l’utilità marginale è una rigorosa classificazione ordinale, nella quale l’individuo elenca i suoi valori secondo dei gradi di preferenze (“preferisco A a B e B a C”) senza prendere in considerazione nessuna unità mitologica o quantità di utilità.

Se non ha alcun senso dire che un individuo può “misurare la propria utilità”, allora ha ancora meno senso cercare di paragonare le utilità tra le persone nella società. Ciononostante gli statisti e gli egualitari hanno cercato di usare la teoria della utilità durante tutto questo secolo. Se si può dire che l’utilità marginale di un dollaro di ciascuna persona diminuisce quando essa accumula più denaro allora, allo stesso modo, si potrebbe dire che il governo può aumentare la “utilità sociale” togliendo un dollaro all’uomo ricco, il quale lo valuta poco, dandolo al povero che lo valuterà sicuramente di più. Mises, dimostrando che le utilità non possono essere misurate, eliminò completamente il caso della utilità marginale delle politiche egualitarie dello Stato. Tuttavia, mentre in generale gli economisti sono favorevoli all’idea che l’utilità non può essere paragonata fra gli individui, essi si permettono di andare avanti e cercano di paragonare e valutare “benefici sociali” e “costi sociali”.

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