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The Essential von Mises - VII - L'Azione Umana Stampa
Scritto da Murray N. Rothbard   
Giovedì 04 Ottobre 2007 13:42
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Human Action è l’opera per eccellenza; è l’intera teoria economica, sviluppata da sicuri assiomi di prasseologia, correttamente basata sulle analisi dell’individuo che agisce, con fini e obiettivi, nel mondo reale. È la teoria economica sviluppata come una disciplina deduttiva, che prende corpo sulla base delle implicazioni logiche dell’esistenza dell’azione umana. Per il sottoscritto, che ebbe il privilegio di leggere il libro appena venne pubblicato, fu un’opera in grado di cambiare il corso della sua vita e delle sue idee. Era appena stato elaborato un sistema del pensiero economico che alcuni di noi avevano sognato e la cui realizzazione credevamo impossibile: una scienza economica totale e razionale, una teoria economica che avrebbe dovuto esistere ma non era mai stata sviluppata. Una teoria economica finalmente fornita da Human Action .

L’importanza delle scoperte di Mises deriva anche dal fatto che non solo Human Action fu il primo trattato di economia nella tradizione Austriaca dai tempi della Prima Guerra Mondiale, esso fu anche il primo trattato generale di qualsiasi tradizione economica. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la teoria economica era diventata sempre più frammentata, divisa in analisi non integrate tra di loro; dopo gli scritti di uomini eccezionali come Fetter, Clark, Taussig e Böhm-Bawerk, gli economisti avevano cessato di presentare la loro disciplina come un insieme coerente, deduttivo e integrato. I soli scrittori che ancora oggi cercano di presentare un quadro globale dell’economia sono autori di libri di testo elementari la cui mancanza di coerenza non fa altro che mostrare il pessimo stato raggiunto dalla teoria economica. Human Action mostrò la strada per uscire da questa palude.

C’è ancora poco da dire su Human Action, salvo mettere in evidenza alcuni dei numerosi contributi di questo grande corpus di economia. Nonostante avesse scoperto ed enfatizzato le preferenze temporali come principio a base del tasso di interesse, Böhm-Bawerk non costruì completamente le proprie teorie su queste premesse e lasciò irrisolto il problema delle preferenze temporali. Frank A. Fetter migliorò la teoria e nei suoi importanti ma trascurati scritti di inizio secolo dimostrò la relazione tra il tasso di interesse e le preferenze temporali. Nella visione di Fetter del sistema economico, la domanda dei consumatori stabilisce il prezzo dei beni, i fattori individuali guadagnano la loro produttività marginale e tutti i profitti sono attualizzati con il tasso di interesse o di preferenza temporale, laddove il creditore o capitalista guadagna il tasso di attualizzazione. Mises risuscitò le scoperte di Fetter e andò oltre, dimostrando che le preferenze temporali costituivano una necessaria categoria prasseologica dell’azione umana. Egli unì insieme la teoria di Fetter sui tassi di interesse, quella del capitale di Böhm-Bawerk e la sua, quella del ciclo economico.

Mises fornì anche la necessaria critica metodologica al metodo matematico e statistico utilizzato in economia, quello in auge oggi, ideato dallo svizzero neoclassico Leon Walras, una metodologia che ha quasi eliminato la lingua e la logica dalla teoria economica. Continuando la esplicita tradizione antimatematica degli economisti classici e di quelli Austriaci (molti dei quali erano molto preparati in matematica), Mises fece notare che le equazioni matematiche sono solo utili per descrivere l’atemporale e statica “isola che non c’è” dell’equilibrio generale. Non appena una persona si allontana da quel nirvana e analizza le azioni dell’individuo nel mondo reale, un mondo fatto di tempo, aspettative, speranze ed errori, allora la matematica non è solo inutile ma anche fuorviante. Egli mostrò che l’uso della matematica in economia è un errore dei positivisti che considerano l’uomo al pari di una pietra. Questi credono cioè che, come nella fisica, le azioni dell’uomo possano, in qualche modo, essere tracciate con la stessa precisione matematica con cui si rileva il percorso di un missile in volo. Inoltre, poiché gli attori individuali possono solo vedere e valutare differenze sostanziali, anche l’uso del calcolo differenziale, basato su variazioni quantitative infinitamente piccole, risulta particolarmente inappropriato per la scienza dell’azione umana.

L’uso di “funzioni” matematiche implica anche che nel mercato tutti gli eventi siano “determinati reciprocamente”; in matematica, infatti, se X è una funzione di Y, allora Y è, allo stesso modo, una funzione di X. Questa specie di metodologia della “determinazione reciproca” può essere perfettamente legittima nel campo della fisica, dove non esiste un agente causale. Tuttavia, nella sfera dell’azione umana, il fattore causale esiste, un fattore “unico”: l’azione finalizzata dell’individuo. L’economia Austriaca mostra, per esempio, che questo fattore causale ha degli effetti a cascata dalla domanda del consumatore ai fattori di prezzo della produzione e mai secondo il percorso inverso.

Il metodo “econometrico”, altrettanto di moda, che cerca di unire gli eventi statistici alla matematica è doppiamente fallace; ogni uso della statistica teso a definire dei modelli previsionali presume infatti che, così come avviene nella fisica, esistano e si possano scoprire costanti verificabili, leggi quantitative invariabili, anche nell’analisi dell’azione individuale. Tuttavia, come mostrò Mises, nessuno ha mai scoperto una sola costante quantitativa nel comportamento umano e nessuno, probabilmente, la scoprirà mai, data la libera volontà che caratterizza ciascun individuo. Da questo errore deriva anche la attuale fissazione per la previsione economica “scientifica” e Mises, incisivamente, mostrò l’errore fondamentale di questa antichissima, ma incurabilmente vana, aspirazione. I miseri risultati della previsione econometrica degli ultimi anni, nonostante l’uso di computer ad alta velocità e di sofisticati “modelli” econometrici, non sono altro che un’ulteriore conferma delle riflessioni fornite da Ludwig von Mises.

Sfortunatamente, nel periodo fra le due guerre, solo un aspetto della teoria di Mises, oltre una piccola parte della sua metodologia, riuscì a trapelare nel mondo anglosassone. Sulla base della sua teoria del ciclo economico, Mises aveva predetto la depressione economica in un tempo in cui, nella “Nuova Era” degli anni venti, la maggior parte degli economisti, incluso Irving Fisher, stavano proclamando un futuro di infinita prosperità, assicurata dalle manipolazioni delle banche centrali. Quando scoppiò la Grande Depressione, cominciò ad esserci un grande interesse per la teoria del ciclo economico di Mises, specialmente in Inghilterra.

L’interesse fu stimolato dall’arrivo alla London School of Economics di Friedrich A. von Hayek, eccezionale discepolo di Mises, i cui approfondimenti del ciclo economico di Mises, furono in breve tempo tradotti in inglese nei primi anni trenta. Durante questo periodo, i seminari di Hayek alla London School formarono molti teorici Austriaci del ciclo economico, tra i quali John R. Hicks, Abba P. Lerner, Ludwig M. Lachmann e Nicholas Kaldor. Alcuni discepoli inglesi di Mises, tra cui Lionel Robbins e Frederic Benham, pubblicarono invece le sue spiegazioni sulle cause della Grande Depressione. I lavori di alcuni studenti di Mises, come quelli di Fritz Machlup e Gottfried von Haberler, cominciarono a essere tradotti e nel 1934 Robbins curò finalmente la traduzione della Teoria della Moneta e del Credito. Nel 1931 Mises pubblicò le sue analisi sulla depressione nell’opera dal titolo Die Ursachen der Wirtschaftskrise, recentemente tradotta in inglese. Nella prima metà degli anni trenta la teoria del ciclo economico e il resto delle analisi economiche di Mises sembravano destinate a una rapida diffusione.

L’America si mostrava più lenta nel raccogliere le teorie Austriache, tuttavia, l’enorme influenza esercitata dal mondo accademico inglese negli Stati Uniti assicurava alla teoria del ciclo di Mises una veloce diffusione anche nel continente americano. Gottfried von Haberler pubblicò, negli Stati Uniti, il primo compendio della teoria del ciclo di Mises e il promettente economista Alvin Hansen, virò subito verso l’adozione della dottrina Austriaca. Oltre alla teoria del ciclo economico, la teoria Austriaca del capitale e del tasso di interesse venne proposta in una serie di importanti articoli pubblicati da Hayeck Machlup e dal giovane economista Kenneth Boulding su alcuni giornali americani.

Sembrava che l’economia Austriaca fosse sul punto di diventare la dottrina economica dominante e che Ludwig von Mises dovesse finalmente ricevere i riconoscimenti che gli spettavano da tempo ma che non aveva mai ottenuto. Tuttavia, al momento della vittoria, la tragedia si materializzò sotto forma della famosa Rivoluzione Keynesiana. La pubblicazione della General Theory of Employment, Interest, and Money (1936) di John Maynard Keynes, con le sue confuse e rudimentali giustificazioni e razionalizzazioni dell’inflazione e dei deficit pubblici, conquistò il mondo economico. Prima di Keynes, l’economia aveva fornito un impopolare baluardo contro l’inflazione e la spesa pubblica in disavanzo ma, ora, con Keynes e armati del suo gergo, oscuro e semi-matematico, gli economisti potevano lanciarsi a capofitto in una coalizione, popolare e redditizia, con i politici e i governi ansiosi di espandere la loro influenza e il loro potere. L’economia keynesiana venne mirabilmente confezionata per essere la corazza intellettuale del moderno stato sociale, dell’interventismo e dello statalismo su larga scala.   

Come spesso accade nella storia delle scienze sociali, i keynesiani non si preoccuparono di confutare le teorie di Mises, queste ultime furono semplicemente dimenticate, spazzate via dalla avanzata impetuosa della ben conosciuta rivoluzione keynesiana. La teoria del ciclo di Mises, così come il resto delle teorie economiche Austriache, fu gettata nel “dimenticatoio” orwelliano e da quel momento in poi trascurata dagli economisti e dal mondo. Probabilmente l’aspetto più tragico di questa enorme dimenticanza fu la defezione dei migliori seguaci di Mises: ad abbracciare le teorie keynesiane si buttarono non solo gli studenti inglesi di Hayek e lo stesso Hansen, che divenne ben presto il principale sostenitore americano delle teorie keynesiane, ma anche gli Austriaci che lo avevano conosciuto meglio; questi ultimi lasciarono velocemente l’Austria per assumere alte cariche accademiche negli Stati Uniti e costituire l’ala moderata degli economisti keynesiani. Dopo le brillanti premesse degli anni venti e trenta solo Hayek e il meno noto Lachmann rimasero fedeli e senza macchia. Fu in questo isolamento e sotto il crollo delle sue migliori speranze che Ludwig von Mises lavorò per completare la grande ossatura della Human Action.
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