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La Lettera degli Economisti (II) Stampa
Scritto da Ashoka   
Giovedì 17 Giugno 2010 01:24


Un gruppo di un centinaio di economisti italiani ha sottoscritto una lettera in cui si critica la politica di austerity oggi richiesta dall’Unione Europea che anzi alimenterebbe la speculazione, aggraverebbe la crisi ed in ultima analisi porterebbe alla disgregazione dell’Euro. Insomma una sorta di “Economics in One lesson” dove però le lezioni… sono tutte sbagliate.

Il testo della lettera, insieme all’elenco di tutti i firmatari, lo potete trovare al link precedente, mentre in questo video uno degli economisti viene intervistato da Sky riguardo all’appello.

Non bisogna tirare la cinghia!

“La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all'istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli."

"Piuttosto, si corre il serio pericolo che l'attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette "politiche dei sacrifici" accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.”

Prima di commentare questo passaggio voglio sottolineare che non si tratta di una questione qualitativa. Non si sta dicendo che è male tagliare la spesa per l’istruzione e la sanità ma potrebbe essere benefico ridurre la spesa in altri settori ritenuti improduttivi (es. i costi della politica, le auto blu, etc.). Non è nemmeno un ricetta anti-crisi di stampo keynesiano: non si raccomanda infatti di finanziare in deficit un aumento della spesa pubblica per “tappare” il buco nella domanda aggregata e poi, sopraggiunta la ripresa economica, ridurre la spesa pubblica per ripagare il debito.

Come posso affermarlo? Basta leggere l’appello che questi stessi economisti presentavano al governo Prodi qualche anno fa, quando la crisi economica era ancora lontana:

“Dal Documento di programmazione economica e finanziaria sembra infatti emergere una pesante manovra di finanza pubblica volta a realizzare un rapido abbattimento del rapporto tra debito pubblico e Pil. Il perseguimento di un simile obiettivo richiederebbe l’accumulo di avanzi primari annuali estremamente ampi. Ciò implicherebbe tagli significativi alla spesa pubblica, incrementi del prelievo fiscale non reimpiegabili nell’economia e, presumibilmente, ulteriori dismissioni e privatizzazioni.

Se questo tipo di orientamento prevalesse gli effetti sul sistema economico e sociale potrebbero rivelarsi deleteri. Da un lato, si avrebbe una ulteriore compressione della domanda aggregata e quindi dei livelli di attività economica, con riflessi negativi sullo stesso bilancio pubblico. Dall’altro, si rinuncerebbe ad impiegare risorse reali e finanziarie in politiche strutturali utili al rilancio e allo sviluppo economico-sociale.

Ci preme mettere in luce che questa strada non è per nulla obbligata. Non sussistono, infatti, né vincoli istituzionali né imperativi tecnico-economici che impongano un abbattimento del debito”.

L’idea è quindi quella di non ridurre la spesa pubblica, punto. Perché secondo questi economisti la riduzione della spesa pubblica porterebbe ad un aumento della disoccupazione, insolvenze tra le imprese ed aggraverebbe la crisi?

Una risposta a questa domanda la fornisce Brancaccio ai microfoni di Sky:

“Le politiche restrittive abbattono la spesa, riducono i redditi, riducono le entrate fiscali degli stati ed i ricavi imprenditoriali, e quindi rendono più difficile il rimborso dei debiti, siano essi pubblici, siano essi privati”

Dov’è però il nesso causale in questa affermazione? Se lo Stato abbatte la spesa pubblica sicuramente avrà meno bisogno di ricorrere al mercato del credito, evitando di competere con le imprese che sono con l’acqua alla gola e che cercano disperatamente un finanziamento. Non a caso in tutti i modelli economici che questi professori insegnano all’università si afferma che una riduzione della spesa pubblica G porta ad un abbassamento del tasso di interesse i e quindi un allentamento del cordone del debito che stringe le imprese.

E’ interessante poi andare a leggere cosa questi professori scrivevano sempre nel 2006, riguardo alla necessità di allentare i parametri dell’accordo di Maastricht perché troppo rigidi ed assolutamente non motivati scientificamente:

“Non sussistono, infatti, né vincoli istituzionali né imperativi tecnico-economici che impongano un abbattimento del debito.

In primo luogo, l’unificazione monetaria europea e la presenza di un mercato finanziario integrato hanno fortemente ridimensionato i differenziali tra i tassi d’interesse dei paesi membri, e non sussiste alcun motivo tecnicamente plausibile per attendersi incrementi significativi e duraturi di tali differenziali. Qualsiasi riferimento ad eventuali reazioni avverse da parte dei mercati andrebbe pertanto seriamente argomentato sul piano tecnico-scientifico, anziché essere semplicisticamente evocato”.

Ora che il differenziale con il bund tedesco è ai massimi di sempre e che i mercati hanno reagito in maniera avversa (maledetti speculatori!) sono ancora di questo avviso?

La verità è che lo Stato è un leviatano che per inerzia tende ad aumentare la sua dimensione in modo costante ed inesorabile. Soltanto qualche settimana fa il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi sottolineava come negli ultimi dieci anni la spesa pubblica sia cresciuta ad un tasso medio del 4,6% annuo, aumentando la sua incidenza sul totale della ricchezza prodotta dalla nazione.

La questione non è quindi se tagliare o meno ma cosa tagliare: c’è da limare molto, nelle spese della Casta, prima di arrivare a toccare la spesa per istruzione e sanità.

La crisi? Colpa del divario tra produttività e salari

La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.


Iniziamo a rispondere ad una domanda: C’è stato effettivamente un allargamento del divario tra produttività sul lavoro e salari? Se sì è questa la causa che ha portato alla crisi?

Rispondiamo alla prima domanda consultando i dati su produttività e salari negli Stati Uniti tra il 2002 ed il 2008….

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…. E tra il 1952 ed il 1958

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Come si può vedere gli andamenti sono simili, il divario anche. Perché oggi una seconda Grande Depressione in cui le famiglie americane si sono indebitate fino all’osso mentre negli anni ’50 non è successo niente di tutto questo? Evidentemente le cause della crisi sono da ricercare altrove ed un buon punto di partenza è la teoria austriaca del ciclo economico.

Ma è pur vero che se guardiamo alla situazione italiana l’incremento di produttività dei lavoratori non si è concretizzato in un aumento comparabile dei salari netti. Perché?

Una risposta viene da uno studio della Cgil (quindi al di sopra di ogni sospetto!).

“Dal 1993 al 2008 le retribuzioni nette (+43,3% il lavoratore single e+44,0% il lavoratore con carichi familiari) sono cresciute meno delle lorde (+47,5%). Il fisco dunque ha mangiato i guadagni di produttività”.


Per la ripresa serve una spugna!

“Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione”.


Questa fa il paio con Krugman nel 2002

“Per combattere la recessione alla Fed serve più di uno scossone; deve far lievitare la spesa delle famiglie per controbilanciare la moribonda spesa per investimenti. E per farlo, come dice Paul McCulley di Pimco, Alan Greenspan deve creare una bolla immobiliare per rimpiazzare la bolla del Nasdaq”


E’ la stessa fuffa di sempre. Dimenticatevi lo studio dei processi di mercato e della struttura temporale della produzione, non osate chiedervi quali saranno le loro reazioni di lungo termine a fronte di interventi pubblici oppure le condizioni per una crescita sostenibile.

In questa teoria economica ci sono solo beni di consumo e denaro per acquistarli ed a questi economisti non importa nulla che si producano automobili o carri armati, né come questi vengono prodotti. L’importante è che da qualche parte nel mondo ci sia qualcuno che li compri.

Fermare la speculazione!

“Fermare la speculazione è senz'altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche”.


Fermare la speculazione significa anche impedire il processo di scoperta del mercato. Senza “speculazione” non sapremmo che i titoli Greci sono spazzatura ed i piccoli risparmiatori potrebbero andare in banca e vedersi offerti dei titoli “sicuri” che pagano il 10% di interesse, come era avvenuto nel caso dell’Argentina qualche anno fa.

“Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a "sterilizzare" i suoi interventi”.


Qui si raccomanda alla BCE di creare denaro dal nulla ed utilizzarlo per comprare i titoli di debito dei paesi oggetto degli “attacchi speculativi” ovvero monetizzare il loro debito pubblico. Questa sarebbe un’azione molto pericolosa e totalmente irresponsabile per i seguenti motivi:

a)    Creare denaro ed immetterlo in circolazione significa inflazione ed in particolare far pagare a tutta l’Europa i costi della disastrosa politica greca.
b)    Se nel breve periodo vengono puniti gli “speculatori” tuttavia sul lungo periodo il problema rimane. Forte dell’assicurazione di aver visto i suoi titoli di debito acquistati dalla BCE perché la Grecia non dovrebbe pensare di poter fare franca anche in futuro?
c)    Come reagirebbero gli altri paesi della UE? Se l’irresponsabilità dell’amministrazione pubblica greca viene pagata da tutti i paesi membri, perché questi dovrebbero limitare i loro deficit e chiedere alla BCE di comprare i loro titoli di debito?

Il rischio, insomma, è che seguendo i consigli di questi “economisti” si imbocchi la strada della monetizzazione del debito pubblico europeo la quale, inevitabilmente, porta verso l’iperinflazione. Tanti auguri

La Storia insegna

“L'esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile”.


Sfortunatamente per gli autori l’esperienza storica ha mostrato proprio il contrario. L’imposizione di un “pavimento al tracollo del monte salari” è stato proprio l’indirizzo della politica economica di Herbert Hoover all’inizio della Grande Depressione.  Nelle sue memorie il Presidente ricorda che nell’ottobre del 1929 organizzò una serie di conferenze con gli industriali del paese in cui chiese loro di mantenere stabili i salari nonostante il calo dei prezzi e tenere occupati i lavoratori per mezzo del job sharing (p. 43-45). Come ricorda lo stesso Hoover:

“Per tutta la durata del mio mandato, l’accordo sui salari venne generalmente rispettato abbastanza bene”


Le affermazioni di Hoover sono confermate da questo recente studio di Lee Ohanian in cui possiamo notare come i salari nominali rimangano abbastanza stabili durante il periodo 1929-1930 per poi calare soltanto nel 1931:

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Ma poiché nel frattempo i prezzi al consumo erano crollati, i salari reali dei lavoratori aumentarono di circa il 10%.  Ovviamente la legge della domanda e dell’offerta continua ad applicarsi anche nei periodi di crisi e quindi il risultato di creare “un pavimento al tracollo del monte salari” fu solo quello di far schizzare alle stelle il tasso di disoccupazione e far precipitare gli Stati Uniti in una depressione decennale.

 

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E’ interessante effettuare un confronto con ciò che accadde una decina di anni prima sotto la presidenza Harding quando, durante una depressione economica accompagnata da una deflazione dei prezzi tremenda, i salari furono lasciati liberi di riaggiustarsi verso il basso, mentre il governo tagliava la spesa pubblica di circa la metà e riduceva contemporaneamente le tasse ed il debito pubblico.

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Se in pochi mesi si raggiunse un tasso di disoccupazione vicino al 12% (primavera 1921), già in estate mesi il peggio era passato, l’occupazione era in crescita e dopo un anno e mezzo solo il 2,4 % della popolazione era in cerca di un lavoro.

Il messaggio è chiaro. La crisi è un male, certo, ma un male necessario per correggere gli errori del passato: la politica migliore consiste nel prenderne atto e lasciare che il processo di riaggiustamento, pur doloroso, faccia il suo corso. Il ruolo dello Stato deve essere quello di agevolare questo processo e per farlo deve ridurre la sua presenza, non aumentarla!

 



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